Inaugurata lo scorso 7 novembre, presso l’International Centre of Graphic Arts di Lubiana, la mostra collettiva “Hyperemployment” – a cura di Domenico Quaranta – pone l’attenzione sulla sempre più controversa tematica del lavoro. Affidando a otto artisti contemporanei il compito di immaginare soluzioni e scenari possibili.

La nostra epoca, data la rapidità con la quale si susseguono scoperte e fenomeni socioculturali, ci mette di continuo di fronte a problematiche dalla natura paradossale: l’annosa questione del lavoro è decisamente una di quelle. Se una certa tipologia di affermazioni-slogan, dal sapore novecentesco, ha contribuito alla creazione di un immaginario collettivo fatto di riscatto sociale e gratificazione personale (si pensi alla tristemente nota “Arbeit macht frei/Il lavoro rende liberi”, o al più frivolo “Chi non lavora non fa l’amore”, di celentaniana memoria), le tecnologie a nostra disposizione stanno condizionando irreversibilmente ritmi e abitudini lavorative.
Ovviamente sono anche i concetti stessi di libertà e tempo libero a essere cambiati: se da un lato la condizione di assidua precarietà nella quale ci si ritrova può svincolarci da quel senso di alienazione proprio del lavoro permanente, dall’altro la stessa qualità della vita diviene molto più instabile e malsana costringendoci a dover inventare (e imparare) sistemi alternativi per poter sopravvivere. Lo sviluppo costante di nuovi dispositivi tecnologici, misto alla necessità di dover continuamente risolvere piccoli problemi (come rispondere a delle mail, aggiornare curriculum e portfolio, o dover star dietro ai rispettivi canali social) può trasformarci, in sostanza, in imprenditori di noi stessi ‒ come ricorda anche Silvio Lorusso nel suo libro/progetto espanso Entreprecariat.
Dato l’attuale valore economico rappresentato dalla trasmissione dei dati, questa compulsione irrefrenabile ci porta, di fatto, non solo a lavorare gratuitamente per qualcun altro, ma soprattutto a farlo ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette. Se poi si considerano anche i contrastanti sentimenti di speranza collettiva nei confronti della piena automazione, e di terrore nel venire soppiantati da AI e algoritmi vari, il tutto risulta a dir poco schizofrenico.

Hyperemployment. Installation view at MGLC International Centre of Graphic Arts, Lubiana 2019. Guido Segni Photo Jaka Babnik Archive MGLC Aksioma
Hyperemployment. Installation view at MGLC International Centre of Graphic Arts, Lubiana 2019. Guido Segni Photo Jaka Babnik Archive MGLC Aksioma

LA MOSTRA HYPEREMPLOYMENT

Queste sono solo alcune riflessioni che hanno spinto Domenico Quaranta, da sempre attento a captare la risposta che gli artisti danno a problematiche del nostro tempo, a concepire Hyperemployment: un’acuta mostra collettiva che dà il nome anche a un fitto programma di incontri ed eventi curato in collaborazione con il collettivo Janez Janša. Coniato dal teorico dei media Ian Bogost, il termine “hyperemployment” viene propriamente usato per descrivere l’estenuante condizione di chi lavora interfacciandosi con la tecnologia corrente.
Accogliere il visitatore all’interno delle sale dell’International Centre of Graphic Arts di Lubiana è compito di Silvio Lorusso il quale, fra uno spensierato passo di Limbo e la più seria consapevolezza di doversi destreggiare tra difficoltà e fallimenti in vista, concentra l’attenzione su cosa significhi oggi distrarsi e perdere tempo. “Shouldn’t be working?”, la frase applicata su nastri che ostacolano l’ingresso e l’uscita della mostra, deriva infatti da StayFocusd, un plugin per Google Chrome progettato per interrompere la navigazione di alcuni siti in caso di eccessiva procrastinazione di compiti e attività urgenti. Superati i suggerimenti della nostra coscienza sintetica, ci si ritrova in una stanza dove dialogano tra di loro due intelligenze artificiali: da un lato l’elogio alla pigrizia, allestito da Guido Segni con tanto di comodo lettone sul quale potersi stendere, mentre dall’altro il monumentale lavoro di Jonas Lund, Talk to me. Se Guido Segni ha delegato a un software, per cinque anni (dal 2018 fino al 2023), il compito di produrre opere d’arte – rivendicando, così, un sacrosanto diritto al dolce far niente –, Lund ha creato un chatbot capace di intrattenere conversazioni con chiunque dando vita a un ambiguo gioco di ruolo nel quale identità digitale e azione umana si alternano l’un l’altra. Il risultato di questa operazione assume così la stupefacente sembianza, grazie all’ausilio dell’artista/designer Federico Antonini, di un libro ‒ costituito da trentasei volumi ‒ contenente le trascrizioni di ogni chiacchierata avvenuta. Rilassamento e frenesia meccanica compaiono anche nella stanza seguente: se, tramite dei video saturi di un’estetica vaporwave/oddly satisfying, Elisa Giardina Papa concepisce la fase del sonno come un momento indispensabile per l’estrazione di dati (e l’automatica acquisizione di insolite abilità), Michael Mandiberg realizza invece una sorta di maniacale diario quotidiano dove viene esternata tutta la smania che investe chi tramuta il PC in un ufficio personale. Realizzato programmando la propria macchina in modo da poter scattare screenshot e screenrecording ogni quindici minuti (per un anno), Quantified Self Portrait (One Year Performance) sfida magistralmente le leggi della resistenza fisica e psicologica dell’artista restituendo una lunga azione performativa che fonde insieme, ancora una volta, arte e vita.

Hyperemployment. Danilo Correale. Installation view at MGLC International Centre of Graphic Arts, Lubiana 2019. Photo Jaka Babnik Archive MGLC Aksioma
Hyperemployment. Danilo Correale. Installation view at MGLC International Centre of Graphic Arts, Lubiana 2019. Photo Jaka Babnik Archive MGLC Aksioma

DA SEBASTIAN SCHMIEG A DANILO CORREALE

L’ibridazione tra automatismo e personalità umana la si ritrova anche nelle altre due opere: con Sebastian Schmieg l’uomo assurge ad automa totale (essendo sempre costretto a saltare da un lavoretto all’altro), mentre in The Labour of Making Labour Disappear, di Sanela Jahic’, è un’entità algoritmica a farsi nuovamente produttrice di opere artistiche. Dalla fredda materia del digitale si passa invece all’interno dell’ambiente realizzato da Danilo Correale, dove si avverte la piacevole sensazione di venire cullati in una dimensione altra. La voce distensiva di un ipnoterapeuta newyorkese, incisa su un vinile di preziosa fattura, invita la nostra mente a rilassarsi cominciando, allo stesso tempo, a lanciare le basi per concepire l’efficienza di una società post-lavoro. Terminata l’esperienza proposta da Correale non rimane che uscire dall’esposizione oltrepassando un’altra volta la tanto ironica, quanto austera, installazione di Lorusso. Ma Hyperemployment non finisce qui: per le giornate del 14 e del 15 gennaio 2020 è previsto infatti Automate all the things!, un simposio che, oltre alla partecipazione dello stesso Quaranta, vedrà alcuni degli artisti esposti succedersi in una serie di lecture atte ad approfondire maggiormente gli input iniziali offerti dalla mostra.

Valerio Veneruso

Lubiana // fino al 19 gennaio 2020
Hyperemployment<
MGLC ‒ INTERNATIONAL CENTRE OF GRAPHIC ARTS
Grad Tivoli, Pod turnom 3
aksioma.org/hyperemployment

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.