L’Estonia di Eugenio Viola. Anticipazioni sul padiglione della 56. Biennale di Venezia

Siamo stati i primi a dare la notizia sul Padiglione dell’Estonia alla Biennale Arte di Venezia 2015, che sarà curato da Eugenio Viola. Ritorniamo ora con un dialogo a largo campo sul premio, sull’artista e sul progetto.

The Chairman, progetto per il Padiglione Estonia

Frequenti la scena estone da tempo: hai curato la mostra di Orlan alla Kunsthalle di Tallinn nel 2008 e l’anno scorso quella di Mark Raidpere all’EKKM – Contemporary Art Museum Estonia. Tuttavia devi ammettere che è singolare incontrare un curatore italiano impegnato col Padiglione Estone per la prossima Biennale di Venezia. Com’è nata la collaborazione con Jaanus Samma?
Effettivamente è vero, ho un rapporto di lungo corso con l’Estonia. Ho conosciuto Jaanus Samma nel 2013, alla mostra dei finalisti del Köler Prize all’EKKM di Tallinn. Era tra i cinque finalisti del premio e su parere unanime della giuria, di cui ero membro, vinse l’edizione di quell’anno con un lavoro molto interessante, emblematico del suo modus operandi: Loge, opera che rappresenta anche il punto di partenza del progetto da noi presentato, rispondendo al bando per il Padiglione Estone alla 56. Biennale di Venezia.

Avete vinto un concorso internazionale? Come si svolgeva?
L’application era online e definiva molto precisamente i termini in cui doveva essere presentata la proposta, che Jaanus e io abbiamo elaborato insieme in ogni sua parte e richiedeva, come da regolamento, la presentazione di un concept, di un’ipotesi allestitiva dettagliata e di un relativo budget di produzione, la cui spesa massima era predeterminata. Una commissione internazionale appositamente nominata ha poi decretato il progetto vincitore.

Cosa ti convince particolarmente del suo lavoro?
Trovo la ricerca di Jaanus Samma interessante sia per il suo approccio metodologico sia per la sua elaborazione formale. Mi intriga la sua strategia estetica, intenta a indagare le rovine della storia, il rimosso della memoria sospeso tra ricordo personale ed esperienza collettiva. Il suo lavoro restituisce un mosaico struggente di esperienze diverse strappate al privato che raccontano di intolleranze, di piccoli/grandi soprusi, di microstorie collocate all’incrocio di riferimenti diversi, di natura culturale, storica, religiosa, etnica e sociale, richiamando il passato come espediente per riflettere sul presente, gestendone le inevitabili contraddizioni e senza illudersi che possano essere conciliate in modo certo e definitivo. Mi interessa, in sostanza, la sua ricerca legata a quella che mi piace definire “un’archeologia della memoria”, che Samma formalizza in installazioni complesse, sinestetiche, restituendo un’atmosfera sospesa, simbolica ma allo stesso tempo fortemente evocativa.

Loge - foto di Johanne Sare
Loge – foto di Johanne Sare

Ti andrebbe di raccontarci il progetto che avete presentato?
Il progetto che abbiamo presentato e che realizzeremo per il Padiglione Estone si intitola NSFW: From the Abyss of History, dove“NSFW” è l’acronimo di “Not Suitable/Safe For Work”, ovvero “non appropriato, non sicuro al lavoro”, una sigla presa in prestito dal linguaggio informatico, usata per indicare collegamenti a materiale sessualmente esplicito o potenzialmente offensivo su siti, forum, blog e chat, in modo che l’utente possa evitare di incapparvi inavvertitamente durante l’orario di lavoro, a scuola o in situazioni di privacy limitata. Un’espressione traslata dalla nostra contemporaneità telematica per narrare la storia di un personaggio realmente esistito nel passato: The Chairman, un affermato dirigente di un Kolkhoz, la tipica fattoria collettiva sovietica, che negli Anni Sessanta, a causa di un processo intentatogli per una relazione omosessuale clandestina, è condannato a scontare una pena di un anno e mezzo in un campo di prigionia. Quest’avvenimento, su cui è basato l’intero progetto, è un autentico spartiacque nella vita di quest’uomo, che di colpo è privato della sua posizione sociale, della famiglia e del lavoro, per poi divenire, fino e oltre la sua tragica fine, una figura leggendaria all’interno dell’invisibile comunità gay nell’Estonia sovietica.

Come pensate di configurare il lavoro per il Padiglione?
Sarà un lavoro in cui la dimensione estetica integra quella drammaturgica, recuperando la storia personale di quest’uomo con l’obiettivo di restituire una prospettiva diversa non soltanto sugli eventi del recente passato estone, ma di favorire una riflessione di natura più generale sulle sovrastrutture di ogni genere, razza, identità sessuale, focalizzando l’attenzione su problemi che ancora oggi non trovano una risposta adeguata e che purtroppo sono ancora molto presenti nella società. Sotto questo punto di vista sarà sicuramente un lavoro scomodo, chiamando in causa una serie di questioni inerenti il potere, la violenza, la persecuzione e l’impotenza degli individui, se sottoposti a regimi politici intransigenti che ne limitano i diritti fondamentali.

Antonello Tolve

 

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi, 1977) è titolare di Pedagogia e Didattica dell’Arte all’Accademia Albertina di Torino. Ph.D in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico artistica (Università di Salerno), è stato visiting professor in diverse università come la Mimar Sinan Güzel Sanatlar Üniversitesi, la Beǐjin̄g Yuy̌ań Daxué, l’Universitatea de Arta si Design de Cluj-Napoca e la Universidad Central de Venezuela. Critico d’arte e curatore, è stato commissario in diverse giurie internazionali. Tra i suoi libri si ricordano “Gillo Dorfles. Arte e critica d’arte nel secondo Novecento” (La Città del Sole, 2011), “ABOrigine. L’arte della critica d’arte” (PostmediaBooks, 2012), “Ubiquità. Arte e critica d’arte nell’epoca del policentrismo planetario” (Quodlibet, 2013), “La linea socratica dell’arte contemporanea. Antropologia Pedagogia Creatività” (Quodlibet, 2016), “Istruzione e catastrofe. pedagogia e didattica dell’arte nell’epoca dell’analfabetismo strumentale” (Kappabit, 2019), “Me, myself and I. Arte e vetrinizzazione sociale ovvero il mondo magico del selfie” (Castelvecchi, 2019), “Atmosfera. Atteggiamenti climatici nell’arte d’oggi” (Mimesis, 2019). Ha curato con Stefania Zuliani il volume di Filiberto Menna, “Cronache dagli anni settanta. Arte e critica d'arte 1970-1980” (Quodlibet, 2017) e, con S. Brunetti, “Il sistema degli artisti. Collezione, conservazione, cura e didattica nella pratica artistica contemporanea” (Mimesis, 2019). Dal 2018 e Direttore della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna e dal 2014 è curatore della Gaba.Mc – Galleria dell’Accademia di Belle Arti di Macerata.