Un Barocco troppo barocco. Riflessioni sulla colossale mostra di Forlì
È a dir poco ambizioso il progetto espositivo che, con sei curatori, al Museo Civico San Domenico si propone di fare luce sul Barocco nel suo complesso; peccato che i risultati siano ben lontani dalle intenzioni con una mostra che seppur ricca di capolavori, presenta squilibri e lacune
Il Barocco non si identifica tout court col Seicento: non solo tracima nel Settecento, ma fiammate barocche si riaccendono nel Novecento. Questa è la tesi della spropositata mostra in corso a Forlì, Barocco: il gran teatro delle idee. I curatori (addirittura sei, forse un record; senz’altro una babele) non ne hanno però tratto la prima logica conseguenza: il Seicento a sua volta non si identifica tout court con il Barocco, e presentare al pubblico una accanto all’altra tele di Furini e Vaccaro, o di Cagnacci e Giordano, sotto quell’unico minimo comun denominatore non è solo spiazzante, è proprio sbagliato.
Il progetto ambizioso sul Barocco al Museo Civico San Domenico di Forlì
Oggi nessuno si sognerebbe di fare una mostra su tutta l’arte del Novecento, già solo farne una esaustiva sul Cubismo è difficile; ma i curatori di Barocco hanno osato farlo, per il Seicento, senza nemmeno limitarsi all’Italia, ma estendendo il discorso a Francia e Spagna, con puntatine pure altrove. Gli squilibri e le debolezze non si contano. Un saggio del catalogo è dedicato alla Venezia barocca, realtà effettivamente eccezionale e ricchissima, che in mostra però non è rappresentata se non da un busto di Bonazza: niente di Liss, o di Maffei, o Liberi. Per Genova va un po’ meglio, ma niente di Castiglione e Gregorio De Ferrari; per Milano, niente di Procaccini, un gigante del primo Seicento. Di contro ci sono due dipinti di Baglione, che col Barocco ha davvero poco a che fare. Ma d’altronde dalle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma i curatori di Forlì hanno scriteriatamente preso in blocco più di sessanta opere, quindi in moltissimi casi non c’è stata alcuna scelta: le varie sezioni spesso non sono tanto il frutto di riflessioni, quanto l’assemblaggio di quel che si aveva.

La mancanza di calibrate scelte curatoriali nella mostra sul Barocco a Forlì
E infatti le opere non hanno didascalie esplicative, davvero grave in una mostra, ma solo l’indicazione di autore-titolo-tecnica (tra cui perle come l’avorio ‘scolpito’ da Algardi; che poi non è nemmeno di Algardi). Bernini, indiscusso campione del Barocco, certo non poteva mancare, ed è rappresentato da una decina di pezzi, tra dipinti, argenti, mobili da lui disegnati (la sezione sulle arti applicate, curata da Enrico Colle, è certamente la migliore della mostra), e anche bronzi e marmi: un disegno davvero autografo c’è, ma c’è anche una sfilata di tele che nove studiosi su dieci non avrebbero mai il coraggio di presentare come Bernini, e le etichette ‘attribuito a’ o su ‘invenzione di’ per pezzi che gridano vendetta (una replica di epoca indecifrabile dalla testa di Proserpina chiesta a Varsavia!) mettono tristezza. Si arriva anche a una copia di una copia di una copia dall’Innocenzo X di Velázquez, sempre dalle Gallerie di Roma: a quel punto era preferibile la riproduzione fotografica dell’originale (ma sarebbe forse costata di più di quel prestito). E dire che tra i curatori c’è uno studioso di vaglia come Daniele Benati; ma il cinismo di tutta l’operazione, il disprezzo quasi per il pubblico, lasciano basiti.
I lati positivi del progetto al Museo Civico San Domenico
Intendiamoci, le opere magnifiche sono tantissime, le mostre a Forlì valgono sempre il viaggio e il biglietto (i pezzi esposti sono circa 300!). Si pensi all’accostamento dei tre ritratti di Maratti, Gaulli e Sassoferrato, davvero tre capolavori, che illustrano bene la varietà dei linguaggi del Seicento (Sassoferrato, da parte sua, è neo-raffaellesco, non barocco). Efficace anche la sfilata di grandi bozzetti o memorie da alcuni dei maggiori cicli ad affresco romani dell’epoca, da Pietro da Cortona a Maratti e Pozzo. Tra i Caravaggio, quello di Cremona sta molto bene nella sala dove poi sono esposti anche Cairo e Zurbarán, ma poi sempre lì c’è anche una copia da Vouet e un Rosa che non regge il nome che porta: si procede sempre a singhiozzo.

L’illuminazione caravaggesca della mostra sul Barocco di Forlì
Come prevedibile, poi, è l’illuminazione della mostra ad essere ‘caravaggesca’, con faretti mirati, molto dramatic, molto Anni Novanta. E al Merisi e ai suoi emuli o epigoni – che giustamente Giuliano Briganti ed altri hanno sempre tenuto fuori dal vero e proprio Barocco – è dato troppo spazio, a scapito di artisti barocchi fin nel midollo come Cecco Bravo o ancora Magnasco. Forse la prima sala, ovvero la chiesa sconsacrata di San Domenico, con opere tutte notevoli è quella che ha meno difetti, con varie splendide pale dei Carracci, di Cortona e di Gaulli. Di quest’ultima, dal pannello di sala sembrerebbe evincersi che solo in tempi recenti si sarebbe capito che non è di Battistello o Maratti, e subito viene da ridere; poi nel catalogo si scopre che i dubbi sull’autografia dell’opera risalivano al Sei-Settecento, e ci si chiede se i curatori, che verosimilmente non li hanno scritti quei pannelli, li abbiano almeno letti.
Il Barocco tra Ottocento e Novecento e il progetto al Museo Civico San Domenico
Chiudere con le sopravvivenze di uno spirito barocco nel Novecento, e con la riscoperta del Seicento, non è un’idea sbagliata, e la scelta di opere di Scipione, De Chirico, Leoncillo, fino a Fontana e a Ducrot, è quasi sempre sensata. Poi certo ci sono due Wildt, neomichelangioleschi, abbastanza fuori posto, e un Bacci che proprio non ci si spiega cosa ci faccia lì in mezzo. Né si capisce perché sia stato saltato a piè pari l’Ottocento, il vero secolo neobarocco, con Delacroix e Ribot, per fare solo due nomi. Il Seicento è da oltre un secolo oggetto di studi appassionati, ma a Forlì sembra di essere tornati indietro di almeno sessant’anni. Anche una ricerca fondamentale sulla fortuna di Bernini nel Novecento, il libro di Lucia Simonato, non è nemmeno citato in bibliografia. Davvero troppo.
Stefano Pierguidi
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