La biennale Manifesta è finita. Cosa resta in Germania tra fabbriche e chiese? Il reportage
Si è conclusa il 4 ottobre la 16° edizione della biennale nomade, svoltasi nella regione tedesca della Ruhr. In un paesaggio post-industriale, le mostre si sono tenute nelle chiese aprendo domande sul ruolo dei luoghi di ritrovo
Si è conclusa il 4 ottobre la sedicesima edizione di Manifesta, la biennale nomade e paneuropea che, in continuità con Manifesta 15, svoltasi tra Barcellona e altre 11 città catalane, ha abdicato alla scelta di un’unica sede espositiva e scelto di marcare un intero territorio, controverso e policentrico, come la Ruhr, già cuore produttivo della Germania Ovest ai tempi della cortina di ferro, ma di un continente intero ormai alle soglie della deindustrializzazione. In un continuum geografico che rende difficile percepire i confini tra una città e l’altra, le esposizioni si sono sviluppate con oltre 100 opere in dodici chiese, protestanti e cattoliche, fra Gelsenkirchen, Bochum, Essen e Duisburg: un lembo di terra ancora polveroso di fabbriche dismesse che ci invita a interrogarci su quale significato funzionale attribuire, domani, agli edifici religiosi a loro volta sconsacrati e abbandonati.

Le “sculture anonime” di Manifesta 16 nella Ruhr
Questa regione grigia – e non solo per l’orizzonte tempestato di ciminiere e denso di vapori, ma anche per un senso di malinconia che si porta addosso – non può essere compresa se non attraverso gli scatti di Bernd e Hilla Becher, fino a poche settimane fa esposti al MAST di Bologna. E se quei siti di archeologia industriale in cui si aggiravano col loro pulmino Volkswagen sono riconosciuti oggi patrimonio UNESCO (come il complesso carbonifero di Zollverein a Essen), musealizzati o convertiti in spazi sociali (è il caso del celebre gasometro di Oberhausen), davvero il concetto di sculture anonime che i due fotografi tedeschi attribuivano ai silos, agli altiforni, ai serbatoi può declinarsi nelle chiese moderniste che, a millanta, furono erette nella Ruhr nell’immediato dopoguerra. Spesso sulle rovine di quelle appena distrutte, talvolta ex novo, di frequente con un valore estetico involontario in grado di redimerle dal mero fine politico, le “Pantoffelkirchen”, raggiungibili in ciabatte dai sobborghi operai, promuovevano infatti un modello di dispersione residenziale meno vulnerabile dai bombardamenti aerei, ma soprattutto in grado di attivare nuove forme di socialità di quartiere.
Da luoghi a immagini
Laddove, da una chiesa all’altra, si infila per caso una via della company town, tra le case dei minatori, riemerge il senso dovuto di una preghiera, il sapore dei fumi di acciaio in bocca, lo sfavillare della luce delle vetrate di contro al buio dei pozzi di escavazione. Attorno alle chiese selezionate – per lo più in contesti periferici – si esercita un’estetica del terzo luogo, per dirla con Ray Oldenburg, e si conferma la tendenza, ormai storicizzata, a ridurre i luoghi di aggregazione informale, separati dalla casa e dal lavoro (rispettivamente il primo e il secondo luogo), a un’immagine superficiale, standardizzata, appiattita e dunque svuotata della reale funzione comunitaria e di quella complessità intrinseca alla base di ogni interazione umana.
La 16° edizione di Manifesta
Il titolo di Manifesta 16, This is not a church, uscito quasi da una didascalia di Magritte, ci impone di ripensare il ruolo che un edificio religioso riveste in una compagine sociale e politica frammentata e polarizzata come quella attuale, nella Ruhr come altrove. Senz’altro una domanda stimolante a cui le opere esposte non possono ancora dare una risposta esaustiva, ma piuttosto sollevare ulteriori dubbi – perlomeno a confronto col nostro florilegio cattolico di immagini sacre e architetture ben più ingombranti nei tessuti storici, di cui nessuno mette in discussione l’ovvietà materica né la naturale usura. Se dovessimo riassumere: panche e organi. Questi due arredi – molto più degli altari o delle croci (se si eccettua quella di Katharina Fritsch in St. Marien a Essen) – sono divenuti elementi costitutivi di nuove installazioni, veri e propri assemblage alla Schwitters: spalti sportivi, pulpiti sui generis le prime; nuovi strumenti polifonici o addirittura lanciamissili i secondi. In Ouranophobia 47051 di Abbas Zahedi (il titolo riprende il codice postale di Duisburg, qui siamo nella Kulturkirche Liebfrauen), le canne “orfane” e mute di organi dismessi, alcune delle quali salvate dai recenti bombardamenti sulla chiesa di San Nicola a Kiev, si dispiegano minacciose in cerchio nella navata, rinunciando a ogni speranza condivisa.
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Manifesta 16 tra grandi assenti e interventi site specific
Non c’è quasi mai Dio, in queste opere. Con eleganza minimale, Pedro Cabrita Reis ha ridotto i ladroni ad asimmetriche barre di alluminio sulla facciata di St. Anna a Bochum; ma pochi hanno riletto in modo autentico la spiritualità perduta di una qualche religione inutile in queste terre nere e remote dove quella religione era un’eredità degli operai migranti, né proposto alternative aggiornate a una fede appassita. Colpisce che nessuno abbia interpretato le chiese come rifugi climatici o cavalcato il trend della sostenibilità ambientale in queste lande indelebilmente inquinate nonostante la bonifica (va in deroga il Ferdane Satır Tea Garden presso St. Bonifatius a Gelsenkirchen); neanche le fonti battesimali hanno suscitato slanci, benché il tema dell’emergenza idrica (e lo insegna JR in Vaticano) sia ormai all’ordine del giorno. Di fronte a questi spazi evocativi, delle molteplici opere site-specific molte risultano davvero calzanti, misurandosi con i ritmi architettonici e materici e gli effetti luminosi delle vetrate, conferendo una suggestione di fatto unica al percorso.
Un racconto di e per la comunità
Efficace la scelta dei curatori, a più riprese definiti “mediatori creativi” della rassegna, di coinvolgere artisti emergenti accanto agli affermati (nessun italiano, come si sa) e di creare isole di contenuto coerenti. Leitmotiv – e non poteva essere altrimenti, anche grazie a inserti documentari e d’archivio – la condizione dei “lavoratori ospiti”, giunti allora in massa a fornire manodopera all’industria pesante. Tra le mostre di Bochum, più o meno dedicate alla Polonia dei minatori, e in particolare nella chiesa di Gethsemane-Kirche, costruita negli Anni Trenta, spiccano le sculture di Zuza Golińska con materiali di riciclo dai cantieri di Danzica e le sculture in cera di Małgorzata Mirga-Tas, non lontane dal suo monumento celebrativo del massacro di un gruppo rom nel 1942, vandalizzato nel 2016. Qui Luc Tuymans tenta di svuotare l’iconografia retorica del potere in KINO, un monumentale fregio stampato in tessuto che, tramite l’intelligenza artificiale, corregge i colori e i simboli del Nazismo nelle scene tratte dal film propagandistico Il trionfo della volontà. E ancora la campana gonfiabile dell’artista bielorussa Marina Naprushkina nel giardino della chiesa del Getsemani (Kein Geläut, 2026), recita una dichiarazione degli immigrati di seconda e terza generazione, “Non torneremo mai più!”, a richiamare, anche nei caratteri tipografici, l’Arbeit macht frei (“Il lavoro rende liberi”) sui cancelli di Auschwitz.
La multiculturalità nella società e a Manifesta 16
Di questa stratificazione di provenienze e confessioni – in cui trovano posto le comunità greche, turche, italiane, slave – si è nutrita la crescita economica della Germania Ovest, dando origine a una società multiculturale che fatica a integrarsi e a convivere con il risorgere di ideologie nazionaliste a cui la biennale si volge con atteggiamento critico. Si pensi all’Antifascist Bird Communication System V02.1 (2026) di Dennis Siering, giusto fuori dalla Thomaskirche di Gelsenkirchen, in cui gli altoparlanti alimentati ad energia solare diffondono canti di resistenza come richiami di uccelli, affinché ne imitino le melodie. In generale, non sfuggono una ridotta presenza della fotografia; la ricorrenza di video in postazioni “secondarie” ma assai scenografiche (cappelle laterali, matronei, sagrestie); dappertutto emerge la lezione degli Espressionisti tedeschi in una serie non scontata di soluzioni figurative, nonostante manchi un reale dialogo tra le sedi della rassegna e i numerosi musei della regione. Raramente, tuttavia, emerge l’evidenza di una co-creazione con i residenti, stimolata da un programma pubblico assai articolato sviluppatosi nei mesi precedenti l’inaugurazione e di cui già si è scritto, in cui il concetto di parrocchia sembra assorbire quello di vicinato e rimandare alle mappe di comunità e a una forma di riconoscimento e valorizzazione del contesto di vita quotidiano che ammicca all’ecomuseo.
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Manifesta 16 e il paesaggio della Ruhr
Il più ineludibile quesito che sottende Manifesta 16 ci impone una riflessione su come si disegnino oggi gli spazi di relazione e quali ambienti ibridi fungano da infrastrutture ma anche da connettori, fisici o virtuali, per le comunità. L’obiettivo più sottile non consiste nel rileggere gli edifici religiosi come contenitori per l’arte contemporanea, ma nel riconoscere la loro inadeguatezza come spazi sociali ormai inabitabili e ricercarne nuove opportunità d’uso e destinazione. In un processo di secolarizzazione tutt’ora in corso, le chiese non sono che l’alter ego di quelle miniere di carbone e di quelle fabbriche di acciaio che, pure chiuse negli Anni Novanta, continuano a segnare lo skyline di queste regioni. Di questa instabilità come struttura architettonica e come corpo collettivo sono simbolo l’apprezzato video di Elisabeth Price, Where are you where are you,nella Kulturkirche Liebfrauen a Duisburg, e l’installazione Rhythm Looks for Two di Lilli Lake nella Markuskirche a Essen: i cigolii del soffitto ligneo, amplificati, ricordano quelli di una nave in tempesta, ispirandosi abilmente col termine “navata”.
Le domande aperte per il futuro
In un costante esercizio civico, il processo che dovrebbe superare la durata della mostra intende restituire alle chiese una funzione rinnovata: archivi di una memoria plurale vivente, dispositivi in grado di attivare nuove relazioni tra i cittadini ma anche con le istituzioni, spunti per altri rituali e forme di appartenenza, laboratori sperimentali al servizio della comunità. Alcune di queste conversioni risultano già in atto: St. Gertrud a Essen – che peraltro ospita Electrified di Mona Hatoum, mettendo in discussione la casa e la chiesa come luoghi di protezione individuale e collettiva in un’era in cui ogni convivenza è fragile – si configura già come un insieme di atelier di giovani artisti. Le sessioni sportive dei SocialBallerZ organizzate nell’ambito di Manifesta 16 nella ex chiesa St. Josef, per le quali i cittadini hanno richiesto di proseguire anche a biennale conclusa, fanno il paio con l’inedito campo da basket sonoro di St. Ludgerus a Bochum: con giocosa irriverenza, i rimbalzi sui tabelloni fanno vibrare le cordiere di pianoforte o attivare l’organo, eludendo ogni competizione e potenziando il gioco di squadra, in parallelo. Difficile definire quanto un progetto così ambizioso possa davvero superare l’approccio simbolico e innescare un impatto rigenerativo su scala urbana e nelle coscienze, facendo tesoro del passato e delle ingiustizie storiche con uno sguardo fiducioso sul futuro: davvero salgono agli occhi le immagini struggenti delle “donne delle macerie” che, nelle città tedesche devastate dalla guerra, raccoglievano a mani nude i mattoni da utilizzare per ricostruire nuovi edifici, non necessariamente religiosi, purché presidi di dialogo e solidarietà.
Elisa Bruttini
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