11 artiste dell’Asia Centrale rileggono la Turandot in questa mostra a Venezia
Si ispira alla Turandot, famosa opera di Puccini, la mostra con cui Palazzo Franchetti a Venezia racconta l’Asia Centrale, attraverso le opere di undici artiste. Fino al 31 ottobre
Nell’ aprile del 1926 Giacomo Puccini presentava a La Scala l’opera più complessa della sua intera produzione, fondendo la vicenda “esotica” di una principessa orientale con la tradizione del dramma all’italiana. Esattamente cento anni dopo TURANDOT: to the Daughters of the East propone una collettiva che utilizza il titolo dell’opera del compositore italiano per comprendere i lavori di undici artiste provenienti dall’Asia centrale: un’esposizione sorprendente dove storia, mito e questioni sociali si fondono. A produrre il tutto è Parasol unit foundation for contemporary art, fondazione no-profit creta nel 2004 a Londra da Ziba Ardalan, che ha curato anche questa esposizione con un intento non sottaciuto: “In quanto città chiave nello sviluppo delle rotte commerciali storiche dall’Oriente verso l’Europa, Venezia è il luogo perfetto per presentare una mostra in omaggio alle artiste dell’Asia occidentale e centrale per fornire una piattaforma alle loro preoccupazioni e idee sul mondo”.

Le origini di Turandot
Puccini in omaggio all'”orientalismo” di gran moda in quel momento affibbiò il nome Turandot a una principessa cinese, ma le prime versioni conosciute della storia del personaggio appaiono nella letteratura persiana, in particolare nell’opera epica del XII secolo Haft Paykar (Sette bellezze) di Nezami Ganjavi. Turandokht è difatti un nome che appartiene alla lingua farsi e significa “figlia di Turan”, una regione situata a nord-est dell’Iran che comprendeva Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, che insieme ad altre regioni come l’Afghanistan, parti del Pakistan, della Turchia e dell’Iran, hanno fatto parte della storia millenaria (550 a.C. – 651 d.C.) di quello che in Occidente definiamo Impero persiano. Provengono tutte da artiste di questa zona del mondo le opere di queste undici figlie dell’Asia centrale raccolte a Palazzo Franchetti: ci sono lavori tessili, installazioni, sculture e dipinti, ma sono soprattutto i video a sorprendere.
Tragedie contemporanee e antichi miti nella mostra su Turandot a Venezia
L’afgana Lida Abdul presenta sei brevi lavori che richiamano l’attenzione sulla vasta distruzione e sulla perdita di milioni di vite nel suo Paese a partire dall’invasione sovietica del 1979. In White House, l’artista stessa, vestita di nero, dipinge l’edificio in rovina dell’ex palazzo presidenziale afghano alla periferia di Kabul. Dome si presenta come metafora della perdita di identità e di luogo causata dalla guerra. Transit presenta un gruppo di ragazzi che giocano intorno allo scheletro di un aereo militare in un paesaggio afghano non identificato. Quello dell’uzbeka Saodat Ismailova è un ricco arazzo, intessuto di poesia epica, riferimenti ecologici e pratiche sciamaniche. Intitolato 18.000 Wolrds si basa sulla credenza sufi del XII secolo secondo cui esistono 18mila mondi, di cui il nostro è solo uno. I miti dell’Asia centrale risalgono all’Età del Bronzo, con influenze delle prime culture iraniche, indoeuropee e bactriane, successivamente intrecciate con tradizioni turche, mongole e delle regioni montane dell’Altai.
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Farideh Lashai reinterpreta in chiave asiatica “Alice nel Paese delle Meraviglie“
Colpisce il lavoro dell’iraniana Farideh Lashai che si esprime attraverso oggetti fisici, pittura, scultura, animazione video proiettata e suoni. Il suo impegnativo gruppo di opere analizza la dinamica che ha portato all’attuale situazione politica in Iran. Lashai utilizza a questo scopo il racconto di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, creando una narrazione continua in cui il coniglio (la cui sagoma è una proiezione luminosa) passa dall’innocenza alle dure lezioni della politica. I quattro dipinti qui esposti raffigurano paesaggi simili e desolati: scenari invernali, terreni coperti di neve con pochi tronchi di pioppo, ambientazioni che trasmettono immobilità ma che lasciano spazio a trasformazioni inquietanti. In Gone Down the Rabbit Hole, il paesaggio dipinto è uno spazio uniforme la cui forma richiama un profilo cartografico dell’Iran raffigurato come la testa di un gatto-mappa che apre la bocca dove il coniglio cade. Decine di conigli compaiono allora, con le orecchie tese e vigili, e si disperdono sul terreno come in cerca di sopravvivenza in una terra sottoposta a continue prove. L’ultimo dipinto dell’installazione richiama la destituzione avvenuta nel 1953 del Primo Ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadegh. Un coniglio proiettato corre freneticamente attorno alla figura di Mossadegh nel suo giardino di Ahmadabad, durante gli arresti domiciliari. Il panico del coniglio riecheggia l’assurda domanda di Alice: “Quale strada devo prendere?”, mentre la scena allude al crollo degli ideali nella storia moderna dell’Iran. La guida spettrale rimane presente ma non può offrire risposte: lo smarrimento resta quello del coniglio e, in effetti, dell’intera nazione.
Animazione e stop-motion in mostra a Palazzo Franchetti
Un’ altra iraniana Tala Madani è invece dotata di un umorismo nero che caratterizza tanto i suoi provocatori dipinti che le se animazioni. In The Womb realizzata in stop-motion, una varietà di immagini schematiche appare in rapida successione. Il tutto ambientato sullo sfondo dipinto di una parete uterina color carne dove un embrione cresce da un minuscolo punto fino a diventare un feto, ma è assediato da una raffica di immagini disturbanti, spesso legate a conflitti umani, che il feto cerca di interrompere sino impugnare una pistola e sparare contro la parete uterina, forse nella speranza di trovare una via di fuga. Anche The Dream of a Falling Star della turca Hera Büyüktaşciyan è uno stop-motion, esplora le tensioni tra assenza e presenza, suono e silenzio, cancellazione e resistenza, ripercorrendo storie contese, divisioni territoriali. Attraverso immagini fantasmagoriche e riprese site-specific il film si dispiega in un sogno, che appare come uno spazio di rivelazione dove emergono verità di un passato turbolento. L’animazione 1937 dell’uzbeka Daria Kim si basa su opere create esclusivamente da artisti appartenenti ai Koryo-saram coreani i cui antenati erano migrati nell’Estremo Oriente russo nel XIX secolo che proprio nel 1937, Stalin fece deportare in tutta l’Asia centrale. Tre generazioni dopo, Daria Kim esplora le complesse e persistenti conseguenze degli spostamenti storici. Anche in questo caso, come nei precedenti l’interpretazione femminile di vicende così tragiche e complesse produce un lavoro affascinante, ma soprattutto di grande poesia.

Raccontare l’Asia dall’Occidente
Un’ultima notazione. Per non fare, a nostra volta, dell'”esotismo” fuori tempo massimo occorre dare uno sguardo all’attuale geolocalizzazione delle artiste qui chiamate a raccolta. Lida Abdul (Afghanistan, 1973) e Tala Mandani (Iran, 1981) vivono e lavorano a Los Angeles, Afruz Amighi (Iran, 1974) e Huma Bhabha (Pakistan, 1962) a New York, Mona Hatoum (Libano, 1952) e Madina Joldybek (Kazakhistan, 1992) a Londra, Daria Kim (Uzbekistan, 1988) a Berlino. Saodat Ismailova (Uzbekistan, 1981) tanto a Tashkent che a Parigi, Nazira Karimi (Tajikistan, 1996) tanto ad Almaty che a Vienna, Hera Büyüktașcıyan (Turchia, 1984), lavora tra Istanbul, Berlino, Parigi e New York. Farideh Lashai (Iran, 1944–2013), che è mancata a Teheran, ma aveva studiato a Vienna e intrattenuto forti legami con Berlino e gli Stati Uniti. La stessa curatrice dell’esposizione è iraniana, ma ha studiato in Svizzera e alla Columbia University, ha collaborato con il Whitney Museum of American Art e lo Swiss Institute. Risiede ora soprattutto a Londra.
Aldo Premoli
Venezia // fino al 31 ottobre 2026
TURANDOT: To the Daughters of the East
PALAZZO CAVALLI-FRANCHETTI – San Marco, 2847
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