Artisti internazionali parlano della vita come resistenza, ispirandosi a George Grosz. La mostra a Roma

Si intitola “Lust for Life” la mostra collettiva alla galleria Tim Van Laere che sotto l’egida del famoso brano di Iggy Pop riunisce attorno a delle opere di George Grosz artisti internazionali che condividono una riflessione sul desiderio come atto creativo

Well, that’s like hypnotizing chickens” cantava Iggy Pop nel brano Lust for Life del 1977. E, ancora, “Wear a uniformAll on a government loan” (“indosso un’uniforme – tutto preso in prestito dal governo”) che precede una sequenza ininterrotta, quasi una dichiarazione urlata, di “ho sete di vita”, la volontà di riappropriarsi della pulsione, del desiderio, dell’energia creativa a dispetto degli eventi distruttivi del mondo.

Lust for life è anche il titolo della collettiva visitabile alla Tim Van Laere Gallery di Roma, una serie di opere appartenenti ad artisti di generazioni differenti tenute insieme da un unico filo conduttore, ossia dalla necessità di trovare risposte, decisive e viscerali, alla fragilità dell’individuo e della società di fronte ai grandi avvenimenti che coinvolgono l’intera collettività, primi fra tutti i conflitti mondiali.

Installation view, Lust for life, Tim Van Laere Gallery. Courtesy Tim Van Laere Gallery, Antwerp - Rome
Installation view, Lust for life, Tim Van Laere Gallery. Courtesy Tim Van Laere Gallery, Antwerp – Rome

Le opere di George Grosz nella collettiva “Lust for life” alla Tim Van Leare Gallery di Roma

Ad aprire e a condurre la riflessione sono i lavori dell’artista tedesco George Grosz (Berlino, 1893 – 1959): Streit am Spieltisch (1912), Waiting for Bettere Times (1933) e The Invasion (1947). Grosz, memore della gravissima crisi che colpisce la Germania a seguito delle due Guerre Mondiali, disegna figure assenti, tratteggia i soggetti entro un processo di perditadell’identità, di assuefazione e alienazione, rappresenta volutamente l’appropriazione e il controllo totalizzante esercitato dal potere sul destino del singolo.

Se in Waiting for Bettere Times la sensazione è quella di trovarsi di fronte alla rappresentazione dell’impotenza, del disastro annunciato, del passo verso il baratro, in The Invasion l’angoscia sovrasta la scena, annienta il tratto (che pure appariva ancora vivo e sibilante nell’opera precedente), mentre i volti, inquietanti, sono privati della loro fisionomia, fino a sembrare corpi già in putrefazione costretti a combattere gli uni contro gli altri. Essi si muovono come per inerzia, issando una bandiera a brandelli (che sembra metaforicamente formata da fumo nero), sfoderando armi e puntando fucili, mentre a terra vediamo i già morti ormai oltre la trasfigurazione. Grosz non risparmia nulla alla visione anzi, vuole mostrare la possibilità, non remota, di ciò che può accadere quando il potere prende il sopravvento e il popolo diviene carne da macello.

Sebbene per l’artista tedesco non esista un riscatto dagli orrori della guerra, riconoscendo l’individuo come succube di decisioni superiori (quel “bene, è come ipnotizzare i polli” di Iggy Pop rende l’idea), con le opere in esposizione degli altri artisti si compie un salto di prospettiva: il desiderio, disintegrato e annientato con Grosz, ripreso da una nuova angolazione, è il motore che spinge all’azione e all’atto creativo.

L’essere in vita al centro della mostra nella sede romana della galleria Tim Van Leare

Farsi consapevoli e coscienti di essere in vita, perciò, diventa motivo di celebrazione. Lo restituisce esplicitamente l’artista belga Rinus Van De Velde (Leuven, 1983), che ha già esposto alla Tim Van Laere Gallery di Roma con una personale nel 2024. Con le due ampie tele Dear Rinus, my mind is explodin (2025) e Reality is generic, Rinus (2025) lo sguardo del pittore sul vorticoso panorama rappresentato manifesta con maggiore enfasi l’artificiosità dell’esistenza nella quale siamo immersi. Prosegue il discorso Ben Sledsens (Belgio, 1991) con Seven Flowers and a Lake (2025) e Autumn Hill (2025 – 2026) proponendo un paesaggio utopico, non una semplice evasione dalla realtà ma un luogo in cui poter mettere in discussione i sistemi rigidi e oppressivi della storia.

La costruzione della speranza da parte degli artisti internazionali a Roma

L’intento della mostra, infatti, ruota attorno ad una speranza “attiva”, verso una dimensione più autentica dell’essere umano, come emerge dall’installazione del 2005 di Franz West (Vienna, 1947 – 2012). Posizionata su un piedistallo in legno e composta da acrilico, polistirolo, cartone e cartapesta, la scultura tridimensionale esorta a partecipare alla costruzione del significato della stessa, sempre attraverso quell’azione che nella poetica di George Grosz viene volutamente a mancare.

Proporzionalmente alla paura, che annienta l’individuo come soggetto pensante e critico, cresce la necessità di utilizzare un linguaggio dirompente.

Alla Tim Van Leare Gallery gli artisti trasformano il corpo in strumento di resistenza

Il corpo si trasforma in strumento di resistenza, dalla delineazione spesso bizzarra, fuori dal comune, esplicita. La scelta di Carroll Dunham (Stati Uniti, 1949) di utilizzare un verde saturo in Qualiascope: Box of Light (2021), la condizione corporea enfatizzata e dirompente della sessualità (più astratta nei suoi disegni su carboncino), la bizzarra Monna Lisa (2023) di Getilin (Collettivo viennese dal 1994) (plastilina su legno) da cui fuoriescono parti anatomiche e, ancora, la condanna dell’artista britannica Sarah Lucas (Londra, 1962) circa la visione imposta del corpo femminile con la scultura in bronzo Bunny Rabbit (2022), convergono nella direzione di una disobbedienza alla schematicità, agli obblighi e ai doveri imposti e, in buona parte, alla stessa struttura capitalista che risucchia ogni altra forma esperienziale.

Il vacuo ottimismo capitalista degli Anni 2000 smascherato dagli artisti a Roma

In tale prospettiva è interessante capire come in una società capitalista l’ottimismo venduto nei decenni di grande crescita economica prima degli anni 2000, conduca verso obiettivi spesso irrealizzabili e non realmente traducibili. Lo afferma, in una più ampia finestra compositiva, anche l’autrice statunitense Laurent Berlant (1957 – 2021) in Cruel Optimism (Duke University Press, 2011), nel capitolo “Morte lenta. Obesità, sovranità, agency laterale”, descrivendo la sessualità come minaccia alla compostezza, un’interferenza con “l’esistenza ordinaria” (p.251). È in questo caso che s’introduce la tematica della crisi e del trauma, estremamente evidente in George Grosz e, successivamente, quella più sarcastica etagliente degli altri artisti esposti, come in Under the Sea (2020) dell’artista Rose Wylie (Regno Unito, 1934). La rappresentazione dissacrante e goffa della sessualità ha quindi una finalità di distruzione degli schemi imposti sino a ricollocare la vita nell’imperfezione e nella corporeità. Rivela, inoltre, come l’esperienza umana sia formata da un insieme di errori, fragilità e tentativi alla cui base vi è un rifiuto implicito di essere declassati a norma e a funzione.

Esistere, dunque, non è più solo un gesto filosofico e di consapevolezza, ma è il primo vero atto di ribellione, nonché sete di vita, in attesa di quei “tempi migliori” auspicati da Grosz.

Beatrice Andreani

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Beatrice Andreani

Beatrice Andreani

Laureata in cinematografia, frequenta l’ultimo anno di magistrale in Media, Comunicazione digitale e Giornalismo presso La Sapienza. Ha collaborato con diverse riviste culturali, scrive per altre testate giornalistiche e ha svolto le attività di ufficio stampa e di editor per…

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