Quattro inediti dell’artista Giulio Paolini in mostra a Milano

Alla Galleria Stein, quattro opere inedite che rievocano il passato: del vissuto dell’artista, fino al Paradiso di Dante Alighieri

Tutto e niente è il titolo della mostra di Giulio Paolini, ospitata presso la Galleria Christian Stein di Milano. Quattro lavori, appositamente realizzati, in cui si percepisce una profonda riflessione sul suo senso di autorialità, accanto alla dimensione dell’assoluto, letta da un punto di vista artistico ed esistenziale. 

La grande sintesi nell’opera di Paolini

Entrando in galleria, subito ci si trova davanti l’opera che dà il titolo alla mostra.
Un’installazione composta da nove cornici di plexiglass, dotate di passe-partout con varie finestre già esistenti. La novità è data dalle immagini poste sotto al passe-partout, diverse da quelle di solito presenti. Immagini non perfettamente centrate, che è come se l’artista cercasse di centrare. A questo proposito ha affermato: “Siamo così giunti al punto dove ogni conclusione deve giungere per essere creduta, ovvero al Tutto e niente (2023) che presenta, e nasconde, i segni di un universo sempre uguale a se stesso. La visione che si offre ai nostri occhi è tutt’altro che virginale, è anzi un mosaico composto dalle tante tessere che costituiscono il cielo stellato delle immagini conosciute finora. Non solo, ma forse anche di quelle che potrebbero annunciarsi in seguito… È grazie all’eventualità che passato e futuro arrivino a sovrapporsi e a coincidere che possiamo credere all’ipotesi di un’immagine data per sempre o mai esistita”.
In tutta la mostra, sembra di leggere una volontà di sintesi, di riassunto del suo lungo cammino nell’arte. 

La mostra di Giulio Paolini a Milano

Al centro dello spazio espositivo, compare L’anima in posa (2023). Citando ancora Paolini: “La figura femminile sembra intenta a disperdere o a raccogliere fogli bianchi (gli stati d’animo) che cadono al suolo. Ogni foglio, liberato nell’aria dalla mano della figura, “incontra” un suo uguale e disegna il profilo del fuggevole contatto appena avvenuto. Le linee a matita fissano così le tracce di una coincidenza ormai dissolta”. È il fuggire del tempo, la precarietà dei fenomeni. 
Delfo (V) invece è un autoritratto dell’artista di spalle, che si inoltra fra statue antiche, compagne del suo cammino artistico. È il quinto fatto in questa modalità, ma il richiamo sembra rivolto anche ad altre opere di Paolini: Delfo del 1965, Giovane che guarda Lorenzo Lotto del 1967, D867 del 1967, e anche L’ultimo quadro di Diego Velázquez (1968). 
In cornice del 2023 rappresenta una modella, una musa, indecisa su come farsi rappresentare. Come apparire a quel visitatore di cui Paolini, di spalle, appare come un archetipo? “Tutto è dunque detto (o non detto), nascosto o in cornice nel momento stesso che precede la rivelazione dell’immagine”.
Infine, l’opera con i pianeti, esposta nell’ufficio della galleria rievoca le parole di Dante nel canto trentatreesimo del Paradiso: “Nel suo profondo vidi che s’interna, / legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna”; pare di scorgere da parte dell’artista il tentativo di andare, oggi più che mai, nel profondo dei fenomeni, per uscirne, colti i meccanismi, colmo di dubbi più che di certezze.

Angela Madesani   

(un ringraziamento a Simona Mancini)

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Angela Madesani

Angela Madesani

Storica dell’arte e curatrice indipendente, è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia”, di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori e di “Le intelligenze dell’arte”…

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