La riscoperta dell’artista Laura Grisi. Intervista a Marco Scotini

È recente la riscoperta dell’artista Laura Grisi. Ora esce anche una grande monografia edita da JRP | Editions in collaborazione con Muzeum Susch. Si tratta di un lavoro monumentale nell’opera dell’artista. Intervista all’autore Marco Scotini

Laura Grisi, From One to Four Pebbles, 1972, still da film. Courtesy the Estate & P420, Bologna
Laura Grisi, From One to Four Pebbles, 1972, still da film. Courtesy the Estate & P420, Bologna

Quanto è attuale il lavoro di Laura Grisi, con la sua ricerca che attraversa temi come il genere, l’ecologia, l’interculturalità. Temi che non l’hanno resa “profeta” nel suo tempo, ma che la fanno tornare all’avanguardia oggi. Per riscoprire la portata rivoluzionaria del suo lavoro – con un focus approfondito sulle sue ricerche tra anni ’60 e ’70 – esce e sarà presentata il 29 novembre presso FM Centro per l’arte contemporanea a Milano la prima monografia, edita da JRP | Editions in collaborazione con Muzeum Susch, sul suo lavoro. Intitolata The Measuring of Time è a cura di Marco Scotini, realizzata in collaborazione con l’Archivio Laura Grisi di Roma e la Galleria P420 di Bologna. Interverranno Grażyna Kulczyk, fondatrice di Muzeum Susch e Presidente del Consiglio di Amministrazione di Art Stations Foundation CH, Anke Kempkes, Direttrice del programma di ricerca femminista Instituto Susch, Valerie Da Costa, storica dell’arte, critica, curatrice e docente all’Università di Strasburgo. Ne abbiamo parlato con Scotini.

The Measuring of Time, cover
The Measuring of Time, cove

La riscoperta del lavoro di Laura Grisi, scomparsa nel 2017, è recente e la mostra da te curata al Muzeum Such le ha restituito una grande visibilità. Che artista era Laura Grisi?
Prendiamo un musicista che invece di avere a che fare con note, operasse con le più diverse materie. E, con queste – tele, neon, ciottoli, acqua, vento, calore, aria, orologi, scacchiere – creasse instancabilmente delle partiture musicali. Che, dunque, ci costringesse ad un ascolto prometeico per poterne udire il suono. Ecco, in breve, Laura Grisi. Credo che abbiamo a che fare con un’artista realmente unica nel panorama italiano. Non solo perché il suo lavoro è difficilmente inquadrabile in una tendenza piuttosto che in un’altra ma perché la sua ricerca, soprattutto negli anni ’60 e ’70, è tanto grande quanto singolare. Oggi potremmo definirla pionieristica. Per noi Laura Grisi incarna una sorta di soggetto femminile apolide e nomade che sfida le politiche dell’identità, la univocità della rappresentazione e l’unidirezionalità del tempo. In quegli anni caldi e dirompenti c’era chi si affannava ad inquadrarla nella nuova figurazione a matrice pop, chi la vedeva minimale, chi rintracciava in lei delle istanze cinetiche e tecnologiche, chi l’ascriveva al concettuale. Quanta fatica sprecata! 

Perché?
Perché Grisi, all’opposto, era così esplicita al riguardo che ci voleva proprio il para-occhi ideologico della critica formalista per fraintenderla o non comprenderla. In due libri della serie Distillations del 1970 Grisi invita lo spettatore a leggere le differenze nell’identità, in altri lavori vede invece nel molteplice l’unità. Qui Grisi è potente, non ha uguali. Grisi viaggia senza sosta (è nelle Ande, in Bolivia, in Polinesia, in Vietnam, in Malesia, in Nigeria, in Tunisia), è nel tempo, nella virtualità del tempo piuttosto che nella sua attualità. Ascoltare il rumore delle formiche sul suolo, la crescita delle piante: ecco la musicista dalle composizioni estreme, quella che non smette di giocare con l’incommensurabile, con il trascurabile, con l’infinito, con il possibile. Laura è matematica, meticolosa, razionalissima. Ma guai se si pensasse ad una estetica del sublime: lì si ha bisogno del terrore dell’infinito per ritrovarsi, per Laura c’è solo l’imponderabile, il frazionabile, la proliferazione, il molteplice, il possibile. Non c’è mai ricomposizione. Anche Grisi era figlia del suo tempo: voleva tutto!

Veduta della mostra "Laura Grisi. The Measuring of Time" al Muzeum Susch, Svizzera. Courtesy Claudio von Planta and Muzeum Susch / Art Stations Foundation
Veduta della mostra “Laura Grisi. The Measuring of Time” al Muzeum Susch, Svizzera. Courtesy Claudio von Planta and Muzeum Susch / Art Stations Foundation

Perché il mercato ci ha messo così tanto a riconoscerla? Nonostante tutto il suo curriculum fosse costellato di successi, tra i quali le numerose partecipazioni alla Biennale di Venezia…
Direi che non si tratta solo di una riscoperta tardiva del mercato. Grisi lo aveva pure avuto: mostre da Leo Castelli, Francoise Lambert, Konrad Fischer, Saman Gallery di Ida Giannelli, Ugo Ferranti o Marilena Bonomo, non sono davvero poco. Così come la sua partecipazione alla IX Quadriennale nel 1965, alla XXXIII Biennale di Venezia nel 1966, a Young Italians al Jewish Museum nel 1968, a Teatro delle Mostre sempre nel 1968, sono solo alcuni esempi. Allo stesso modo, non possiamo non citare la personale al Van Abbemuseum nel 1976 oppure la grande mostra Earth, Air, Fire, Water. Elements of Art a Boston nel 1971, che è stata una vera e propria anticipazione delle correnti contemporanee ambientaliste. Il problema della sua perdita di visibilità ha, forse, a che fare con la generale rimozione del femminismo e della scena artistica femminile negli anni 80.

E oggi?
Solo ora, sbarazzandoci di tutti quei canoni normativi che ne hanno resa difficile la sua collocazione (quando non l’hanno esclusa) all’interno della narrativa egemonica e universalizzante di una storiografia modernista e patriarcale, è possibile rileggere il lavoro di Laura Grisi in tutto il suo spessore. Naturalmente, senza alcuna volontà di colmare una lacuna, con la restituzione di un’artista donna a quella storia ufficiale che ne avrebbe decretato l’esclusione. La dimensione a cui Laura Grisi ci espone è semmai quello di decostruirne i parametri in funzione di una pluralizzazione delle narrative, delle rappresentazioni, delle differenze.

Quali sono i tratti distintivi della sua ricerca?
Laura Grisi accumula pazientemente, meticolosamente e senza sosta: materiali eterocliti, gruppi etnici, specie animali e vegetali, paesaggi, percezioni e concetti, segni e forze, giochi e riti. Ne organizza e ridistribuisce le parti senza mai trovare nell’incremento degli insiemi quello che li riunisce tutti. Trascrive ininterrottamente un testo da un campo all’altro, da un linguaggio all’altro: ideogramma visuale, notazione musicale, simbologia matematica, scritture alfabetiche. Non cessa di tradurre neppure se stessa. All’interno di una attività molteplice che assume quale propria basilare condizione quella del “viaggio” (dai luoghi remoti attraversati alla varietà dei media utilizzati), Laura Grisi appare oggi come uno dei casi più originali e personali di arte concettuale (sensoriale e mentale allo stesso tempo) e di pensiero diagrammatico, in cui la stessa attitudine riflessiva si mostra attraverso icone e rappresentazioni visive.

Veduta della mostra "Laura Grisi. The Measuring of Time" al Muzeum Susch, Svizzera. Courtesy Claudio von Planta and Muzeum Susch / Art Stations Foundation
Veduta della mostra “Laura Grisi. The Measuring of Time” al Muzeum Susch, Svizzera. Courtesy Claudio von Planta and Muzeum Susch / Art Stations Foundation

Approfondiamo….
È l’urgenza di temi come il genere, l’ecologia, l’interculturalità che determina, oggi, l’attualità della sua riscoperta, ben oltre la natura concettuale del suo lavoro. In Grisi la tensione tra macro e microscala, tra i dati e il possibile, (la legge e il caso, l’universale e il particolare, il passato e il futuro) è messa in scena ogni volta attraverso una radicale politica dell’attenzione rivolta al minimo, al marginale, al grado zero: quattro ciottoli, il suono delle gocce d’acqua, il colore delle foglie di mango, la direzione del vento, il passaggio percettivo tra le sensazioni, il paradossale movimento della tartaruga. Tale attenzione estrema è sempre l’oggetto di un rituale antropologico di cui ci sfuggono le coordinate culturali: contare granelli di sabbia, misurare la forza del vento, distillare percezioni sensoriali, rifotografare con altra lente foto già fatte, permutare cose e oggetti, ascoltare l’inudibile. Come se l’incommensurabile fosse sempre il dato ultimo (l’esito imprevisto) di un infaticabile processo di misurazione, dove i segni e i linguaggi non sarebbero altro che il limite iniziale del possibile. “Il suo lavoro”, come scrisse Lucy Lippard nel 1979, “sta in equilibrio tra le alternative possibili e la mancanza di alternative. Di solito sceglie il sistema permutazionale e poi accetta le sue conseguenze”. 

Qual è la struttura della monografia? Quali sono gli anni interessati?
Il libro pubblicato da JRP non va considerato un catalogo della mostra al Muzeum Susch perché si tratta della prima comprensiva monografia della artista, visto che quella di Rizzoli, curata da Germano Celant, risale alla fine degli anni Ottanta. Si struttura in quattro grandi capitoli cronologici, dal 1958 al 2000, e accoglie cinque saggi di nuova commissione oltre alla lunga intervista di Celant pubblicata nel precedente volume. Valerie Da Costa ne fa una lettura storica nella scena artistica italiana degli anni Sessanta, Giuliana Bruno legge i suoi neon e i suoi ambienti come una sorta di cinema di arte ambientale, Martin Herbert ne indaga la fase concettuale e Krzystof Kosciuczuk la contestualizza all’interno della retrospettiva al Muzeum Susch. Infine il mio saggio legge il lavoro di Laura Grisi come una riserva d’aria, quella sostanza che pur sottraendosi all’apparenza, è piuttosto la condizione (il medium) per cui tutto può farsi visibile, tangibile, udibile – tranne appunto sé stessa. Volevo pur rendere omaggio anche a Luce Irigaray.

Santa Nastro

Lunedì 29 novembre 2021, ore 18
FM Centro per l’arte contemporanea – via Piranesi 10, Milano
Per accedere alla presentazione è necessario confermare la presenza
a [email protected] e attendere conferma. Ingresso solo con green pass

Dati correlati
AutoreLaura Grisi
CuratoreMarco Scotini
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.