La diffusione del Coronavirus ha colto (quasi) tutti di sorpresa, mondo dell’arte incluso. Ma le reazioni non si sono fatte attendere e trovano nel digitale il mezzo per esprimersi. Ma quale sarà il futuro degli eventi – fiere, art week, biennali – in presenza?

Mentre il mondo intero teme e guarda con apprensione a una possibile seconda ondata del contagio, il sistema dell’arte soffre delle continue cancellazioni e rinvii di fiere, biennali, mostre. Non tutte però. La tendenza generale non è strutturata, ovvero come in tutte le situazioni “in corso” si naviga a vista e si cerca di capire come procedere. E in un sistema “vecchio” a livello generazionale come quello dell’arte contemporanea italiana, formulare nuove proposte in linea con i tempi è più difficile. La tensione generale, come più volte detto su questa rivista, sembra quella di ripristinare lo status quo, piuttosto che riadattare lo stile di vita alle esigenze che questa rivoluzione epocale inevitabilmente ci impone. Nonostante tutto va riconosciuto al mondo dell’arte di essersi seriamente tuffato a tutti gli effetti nell’avventura del digitale, almeno in fase di lockdown, momento incerto ma ricco di suggestioni e di voglia di fare. Ma con quali risultati?

LE FIERE DIGITALI

Il primo è un risultato senza dubbio positivo. La sbornia digitale ha prodotto una tale mole di documenti, contenuti, archivi anche un po’ disordinati ma esistenti, che oggi gli studenti di arte contemporanea non hanno più scuse per essere sempre informati o approfondire. Mentre le fiere saltavano, soccombendo all’impossibilità di far ritrovare quantità esponenziali di persone e merci provenienti da tutto il mondo, nascevano le versioni digitali, le viewing room etc., esperimento già parzialmente tentato – e ovviamente con presupposti totalmente diversi – dalla Vip Art Fair e da Dream, che nonostante l’essenza prettamente digitale sceglieva comunque di legarsi a una art week. L’epoca Covid invece fa di necessità virtù e nascono dunque le versioni online di Art Basel, di Nada, che fonda Fair, si attendono di nuovo Basilea, miart e Frieze e non si può non citare, anche se differente e non “sostitutiva”, la piattaforma Fondamenta di Artissima.

Art Basel in Hong Kong 2019 © Art Basel
Art Basel in Hong Kong 2019 © Art Basel

LE PIATTAFORME ONLINE

I criteri sono simili: ci si dà convegno in un dato periodo, si presentano le opere e, laddove le cose vanno bene, parte la trattativa. Un mercato, quello dell’online, già però corposamente occupato dalle piattaforme Artsy, Artspace, in Italia dal recente progetto Artshare, e così via. Non ci sono ancora molti dati a riguardo: Art Basel in conclusione della Art Basel HK online salutava con grande entusiasmo i 250mila visitatori della versione digitale contro gli 88mila della versione in presenza. Se il buongiorno si vede dal mattino, questo è sicuramente un ottimo dato. Ma è sempre così? Come raccontava Andrea Concas in un incontro cui abbiamo partecipato insieme per il Linea Festival alla Fondazione Pino Pascali: “La mancata ‘fisicità’ dei luoghi per l’arte e la cultura ha trovato una prima tangibile risposta nel digitale, con protagoniste Viewing Room, Virtual Tour e tanto altro, che spesso, purtroppo, si sono rivelate delle vere e proprie ‘Cattedrali nel Deserto’. Oggi per essere presenti online non è più sufficiente aprire il proprio profilo social, un sito web o utilizzare soluzioni per richiamare l’esperienza del fisico. Il pubblico sul web è diverso, attivo, esigente e si confronta all’interno di vere e proprie community dell’Arte, ma per raggiungerlo servono le giuste strategie, promozioni e investimenti proprio come per il fisico. I protagonisti dell’Arte hanno bisogno di una vera e puntuale ‘Art Digital Strategy’ che porti a risultati concreti e tracciabili, nel breve, medio e lungo periodo all’insegna di una vera e sostenibile Arte 3.0”.

IL PRESENTE? LE FIERE PICCOLE

Se le “grandi” trovano spazio sul digitale, aspettando le evoluzioni di un futuro più sicuro, le “piccole” o “medie” potrebbero resistere in presenza. Non è stato questo purtroppo il caso di Liste che, pur avendo annunciato la volontà di andare avanti in barba alla cancellazione di Art Basel, ha dovuto poi tuttavia capitolare di recente con il nuovo incremento dei contagi. Ma è il caso ad esempio di Art Paris, che sceglie comunque di andare avanti nonostante la situazione a Parigi non sia delle più rosee. Ma come è stato in passato, con istanze ed esigenze diverse da oggi, per le Biennali, prima grandi contenitori sparsi in tutto il mondo, poi progetti di piccolo taglio con una vocazione territoriale, anche le ex fiere collaterali potrebbero prendersi una sorta di rivincita. Soprattutto quelle con un approccio curatoriale definito, con una community affezionata e una clientela sartoriale, interessata e appassionata a una proposta e a un taglio ben specifici. Il che prescinde dai grandi mercati, che troveranno comunque la propria strada. Forse si riporterà in auge un po’ di sperimentazione, sicuramente per un po’ dovremo dimenticarci il gigantismo – senza nessuna accezione né positiva né negativa – da fiera.

Bruxelles Gallery Weekend
Bruxelles Gallery Weekend

LE ART WEEK

Non sono da meno le art week, che consentono visite contingentate e controllabili, spesso all’aria aperta e di mantenere l’esperienza diretta, intima e privata dell’opera, anche nello spazio pubblico. Confermate quelle di Bruxelles, di Zurigo e anche di Milano, annunciata in pompa magna dal Comune con la voglia di riportare la gente in una città ferita e affaticata dal Covid. Sembrano vincere anche i progetti in prossimità, quelli legati alla capitalizzazione dei territori, alla risignificazione degli stessi, delle tradizioni, delle esigenze di comunità. Sembrano, ovviamente. Anche perché fare pronostici è difficile in uno scenario nazionale e internazionale che cambia giorno dopo giorno e sicuramente gli esperimenti che oggi stiamo portando avanti sono solo l’inizio di un cambiamento di stile di vita epocale. E il dibattito sulle nuove soluzioni e strategie resta aperto e in continua evoluzione. Ciò che è certo è che l’arte contemporanea continua a torto o a ragione a privilegiare il lato umano. Ma può anche diventare un grande strumento sociale, culturale e politico di riappropriazione dei territori e di condivisione sociale. Con la giusta a distanza, e sicuramente all’aperto. Anche in inverno.

Santa Nastro

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Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.