Muore a 41 anni il poeta e performer Ivan Fassio. Il ricordo di Gianluigi Ricuperati

Lo scrittore e curatore Gianluigi Ricuperati ricorda Ivan Fassio, poeta, critico e performer scomparso dopo una lunga malattia. Ripercorrendone le tappe comuni all’insegna dell’arte

Ivan Fassio
Ivan Fassio

Chissà se l’astrologia ha anche un segno di morte, con un ascendente, per determinare il destino disturbato di tutte le presenze che non lo sono più. Sarebbe un leone ascendente leone, Ivan Fassio, 41 anni, che ci ha lasciato stamattina alle 8.36, all’ospedale Maria Vittoria di Torino, dopo essere stato sedato, in seguito alle complicazioni di un cancro all’esofago che lo ha stretto negli ultimi due anni.
Fino a ieri – mi ha raccontato Laura Callari, la sua compagna, che lo ama moltissimo, e quando incontrate una persona che vi ama così forse è un po’ meno devastante lasciare la sconvolgente bellezza di essere qui, di contemplare le onde e il vento, e tutto ciò che non si può comprare, ma anche il caos e la complicazione portata da tutto ciò cui si può dare un valore, e che fa litigare, e divide le strade – Ivan Fassio camminava per le strade della città in modo timido, come un ghirigoro, come un poeta, ma non nel senso affettato del termine. Piuttosto il contrario: nel senso affrettato dell’essere un poeta, dell’abitare con volontà lo spazio tra le parole le cose e il suono che entrambe fanno quando cadono a terra o prendono l’aria.

Ivan Fassio
Ivan Fassio

L’ARTE DI IVAN FASSIO RACCONTATA DA GIANLUIGI RICUPERATI

Ivan Fassio è stato un poeta, prima di tutto, e uno di quei poeti che non ricevono metà dell’attenzione che meriterebbero, proprio in un’epoca in cui sembra che nessun van Gogh possa sussistere sulla crosta del pianeta. Soprattutto nel mondo dell’arte contemporanea, che Ivan conosceva e nel quale lavorava, e che forse non meritava una mente così profonda coltivata raffinata e libera, un sole liberale si affacciava nei suoi versi e nelle sue performance di parola, più che nelle curatele di artisti vari e diversi.
Ivan aveva trovato nel nostro progetto Faust una stanza autorevole, capace di metterlo dove doveva stare, nel nodo che lega, separandole e unendole, le discipline visive da quelle letterarie. Ivan era un poeta che sperimentava. Ma era anche un gran lavoratore, e le sue cronache su Canale arte possiedono accuratezza e occhio critico. Si muoveva nel mondo con gentilezza, forse il mondo doveva apparirgli come un cosmo talvolta vietato, custodito da segnali brutali che impediscono alle certe creature davvero pure di salire sulla Main Street.
Per questo il nostro negozio notturno, le nostre serate alte ma off-off, lo aiutavano a risplendere nel punto preciso del diamante che era quando si guardava in uno specchio ideale. Una luce fra le due e le tre di notte, una luce urbana, un backstreet boy che ha studiato lettere e filosofia, con i suoi cappelli e il suo ego che forse doveva esplodere meglio e prima, e dedicarsi di più alla parola letteraria.
Scrivo queste parole mentre il sole estivo di un’insperata giornata greca mi conferma che non c’è altra urgenza che fare e vivere con gratitudine, quando si ha la fortuna di poter fare e poter vivere. Scrivo queste parole ascoltando Rock & Roll Suicide di Bowie, l’ultima traccia di Ziggy Stardust. Non abbiamo parlato abbastanza, io e Ivan. Temo di averlo sottovalutato e di aver provato a riparare troppo tardi. La canzone dura poco ed è perfetta. La vita di Ivan è durata poco ed è stata imperfetta. Ha raccolto meno di quanto ha seminato. Eppure siamo qui a parlarne. Quindi il suo melanconico passeggio nel mondo evidentemente ha messo dei semi in qualche mano chiusa a pugno. Nelle mie di sicuro stanno i suoi versi, specie gli ultimi della collezione il culto dei corpi, uscita poco prima della pandemia.

LA POESIA DI IVAN FASSIO

I poeti veri – i poeti colti, curiosi, ambiziosi come Ivan Fassio – dovrebbero sempre raccontare le nascite e le morti e poi tornare a stare un po’ tra noi e farsi prendere in giro, vivere tra le lancette, bere un caffè parlando di microorganismi.
Ma quasi mai succede così. Andate sul suo profilo Facebook e leggete le ultime poesie, versi intarsiati tra le lame da un leone ascendente leone, anche se di nascita era un capricorno-Gesù bambino, perché era nato il 24 dicembre.

La canzone inizia così:

Time takes a cigarette, puts it in your mouth
You pull on your finger, then another finger
Then your cigarette

E finisce così: 

No matter when or where you’ve seen
All the knives seem to lacerate your brain
I’ve had my share, I’ll help you with the pain
You’re not alone
Just turn on with me and you’re not alone
Let’s turn on with me and you’re not alone
Let’s turn on and be not alone
Gimme your hands cause you’re wonderful
Oh gimme your hands.

Ascoltatela, pensando a quel poeta che i coltelli del corpo hanno lacerato proprio stamattina, nel culmine di un’estate impensabile. Dategli la mano. Era meraviglioso, e non l’ho capito. Se queste parole possono servire a rendergli giustizia, qualcuno negli interstizi del tempo sorriderà.

– Gianluigi Ricuperati

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