Conquistando luce (II)

L’opera d’arte è relazione: con il luogo, con la comunità, con lo spazio urbano. Prende le mosse da questo assunto il nuovo capitolo della serie di Christian Caliandro, “Conquistando luce”.

Gastone Novelli, New York Notes II, 1965
Gastone Novelli, New York Notes II, 1965

Il presente, questo presente, è spaventatissimo dall’idea che il futuro possa non essere identico a se stesso. E, quindi, esercita costantemente un controllo paternalistico su questo futuro, nella disperata speranza di addomesticarlo, di educarlo, di adattarlo a sé (attraverso gestionali e altri strumenti affini).
Questo presente tende a chiudersi preventivamente rispetto a – e a proteggersi da – l’imprevisto e l’imprevedibile.
A questo processo fa riscontro l’infantilizzazione di massa (ormai in atto da un quarantennio). Gli adulti vengono trasformati efficacemente – dalla politica, dallo spettacolo, dall’arte, dalla cultura, dalla moda, dal costume, dalla tecnologia – in “bambinoni”. Soggetti cioè la cui attenzione deve essere continuamente iperstimolata, privi di capacità di concentrazione, a cui vanno sottoposti messaggi sempre accuratamente semplificati e che sono preda di meraviglie e paure del tutto irrazionali, dunque soggetti che vanno sempre rassicurati, accuditi, protetti e controllati (per il loro bene, s’intende).

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L’artista/scrittore è dunque l’imboscato, il codardo, il disertore. È necessario che sia così, perché non può stare nell’occhio del ciclone, al fuoco dell’azione e dell’impegno – pena l’afasia. Il racconto, la testimonianza (: l’opera) richiede una distanza, una lontananza, un distacco. È chiaro poi che questo distacco è ambiguo: è al tempo stesso assenza e presenza, rifiuto e desiderio (come dice Rebecca). È una condizione in-between, di sospensione; è l’unica condizione possibile per pensare e realizzare l’opera. Ma essere fuori – o meglio, al tempo stesso dentro e fuori, dentro/fuori – che cosa richiede esattamente? Che costo ha, in termini di vita e di percezione della vita?
(Detto in altri termini: può l’artista/scrittore vivere pienamente al di là dell’opera, prima o dopo l’opera – oppure questa sua condizione è anche una sorta di infezione, di malattia che attacca il modo di esistere e di concepire l’esistenza? Non è che per lui/lei non c’è altro modo di vivere, alla fine, che non sia l’opera, e che non si traduca in un’opera?)

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Felice Casorati, Tiro al bersaglio, 1919
Felice Casorati, Tiro al bersaglio, 1919

Tutto quello che so è contenuto in questo libro scritto senza testimoni, un edificio senza dimensioni, una città appesa al cielo” (Anaïs Nin, La casa dell’incesto).
Sviluppando e riorientando il lavoro di Maria Mies, direi che il carattere ‘selvaggio’ della riproduzione andrebbe collocato qui: non nell’imprevedibilità della gravidanza e della nascita o in un rifiuto del cyborg medico, ma nella possibilità permanente di minare ogni sforzo volto a garantire la replicazione dell’identico. Tra un’interazione e la successiva si apre uno spazio in cui l’alieno è ammesso” (Helen Hester, Xenofemminismo, Nero, Roma 2018, p. 72).
Si tratta di scoprire nuove zone di sentimento (che poi sono antiche, arcaiche; vengono scoperte e riscoperte epoca dopo epoca), nuovi modi di vedere la realtà e di organizzare i suoi materiali: gli artisti che non fanno questo stanno, molto semplicemente, facendo altro; e quest’altro non mi interessa.

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Lo spirito delle cose, l’anima dei luoghi e degli oggetti: è questo, in fondo, ciò che stai cercando di modificare e di trasformare con l’arte.

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Judy Chicago, Earth Birth, 1983. Curtesy dell'artista
Judy Chicago, Earth Birth, 1983. Curtesy dell’artista

Ho fatto per anni questi progetti – La Notte di Quiete a Verona in occasione di ArtVerona, Opera Viva Barriera di Milano a Torino per Flashback, Matera Alberga con Francesco Cascino per Matera 2019 – e finalmente sto arrivando a capire che la semplicità e la sincerità sono tutto; valgono tutto. Non devi essere falso, non devi mentire; non devi “esporre” niente (non è una mostra). Deve essere, genuinamente, QUELLO CHE È. L’opera è grande – e riuscita – se scompare, se svanisce, se rinuncia a se stessa e al proprio io.
Il contesto, la realtà, il mondo è tutto. Lo spaziotempo esistenziale è l’unica carta da giocare, il terreno autentico di ogni sfida. Lo spazio espositivo vuol dire barare – fingere. L’unico luogo in cui un’opera può davvero “funzionare” è quello della vita quotidiana, individuale e collettiva, perché non è un luogo.
‒ e quindi questo tipo di progetti artistici calati nel territorio e nei quartieri, realizzati e sviluppati negli spazi urbani, concepiti e portati avanti insieme alle comunità, partono sempre dal presupposto che l’opera non sia una monade ma sempre una relazione. Una relazione umana, basata sullo scambio vitale, e non una cosa morta inutile messa lì a prendere polvere e a sbraitare “eccomi, mi vedete, sono qui, sono io, sono qui!

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).