La rubrica “Versus” ritorna con una conversazione tra Mariateresa Sartori e Marzia Migliora, sul tema dell’interazione tra gli eventi casuali e le scelte dell’artista durante la ricerca e nelle diverse fasi di progettazione e di realizzazione di un’opera.

Ogni azione umana parte da un moto d’intenzione, che poi innesca una serie di dinamiche – in parte controllabili, in parte aleatorie – entrando in relazione con altre individualità, volontà convergenti o contrapposte, fenomeni naturali e circostanze di vario tipo. Si può pianificare una vacanza nei dettagli, ma un po’ di spirito di adattamento sarà sempre utile per fronteggiare eventuali imprevisti, dal traffico al meteo sfavorevole. Accade qualcosa di simile quando un artista tenta di dar forma concreta a una sua intuizione. Marzia Migliora e Mariateresa Sartori, nel dialogo che segue, descrivono gli itinerari affascinanti e nel contempo accidentati che le loro idee hanno dovuto percorrere per provare a diventare realtà.

Che ruolo gioca il caso nel vostro lavoro? Qual è il vostro approccio di fronte alle avversità? Vi sentite più simili alla canna che si piega al vento o alla quercia che affronta la tempesta?
Mariateresa Sartori: In certi miei lavori le variabili su cui non esercito alcun controllo vengono inglobate contribuendo al risultato, come in recenti cicli di fotografie stenopeiche. In altri casi soggetto del lavoro è il caso stesso, che viene reso evidente e analizzato come nella serie di disegni Tutti quelli che vanno, in cui registro in modo meccanico e manuale i tracciati delle persone che camminano, evidenziando ciò che in quello spazio e in quel lasso di tempo è casualmente ed effettivamente accaduto. Ma tutto poteva andare diversamente. Le variazioni sono infinite, ma non tutte le variazioni sono possibili e tra le varie possibilità solo alcune si esplicitano. Nell’area circoscritta del caso che si concretizza a volte sono canna, a volte quercia.
Marzia Migliora: Senz’altro la quercia mi piace di più, mi riporta alla terra, al radicamento, mi ricorda Joseph Beuys e temi che riguardano spesso la mia ricerca. Restando nella metafora contadina e della terra, del far nascere qualche cosa attraverso il gesto di porre a dimora un seme e prendersene cura, posso dire che anche durante la produzione di un’opera il maltempo o addirittura la grandine sono eventi quasi imprescindibili. L’inatteso scompare all’interno dell’opera, non lasciando traccia di sé. I cambi di rotta, i limiti, si presentano inizialmente come il peggiore degli incubi, ma talvolta, quando si riesce a superarli, ci si accorge che quella fatica, quel dirottamento obbligato, è servito a scavare più in profondità.

Mariateresa Sartori, Il tempo del suono. Onde, 2019, site specific. Courtesy Galleria Doppelgaenger, Bari
Mariateresa Sartori, Il tempo del suono. Onde, 2019, site specific. Courtesy Galleria Doppelgaenger, Bari

Si può scegliere di accogliere con saggezza la fatalità come protagonista dell’esistenza. Altre volte la vita ci spinge a superare i limiti imposti dalla sorte con l’aiuto della forza di volontà. Ma l’arte deve fare i conti con il principio di indeterminazione di Heisenberg? Può tenersi equidistante tra predestinazione e libero arbitrio?
Mariateresa Sartori: Che l’osservatore produca degli effetti sull’osservato a me sembra indiscutibile, e l’arte come ogni altra cosa di questo mondo non si sottrae alle leggi della vita. Gli eventi quindi sono prevedibili solo in termini di probabilità, ma questo non mina l’anelito di conoscenza che ci caratterizza e ci predestina, in quanto esseri umani e/o in quanto artisti. Che questo avvenga tramite l’arte, la scienza, la musica, la tecnologia, la poesia, non fa, sotto questo aspetto, alcuna differenza. Predestinati allo sforzo verso la conoscenza, direi. E ho sempre trovato questo molto commovente.
Marzia Migliora: La fatalità mi piace, mi fa sentire il brivido dell’adrenalina e del gioco tra imprevisto, rischio, gestione del tempo, dello spazio e dei corpi, ovvero: la performance. Mi piace sempre rompere uno schema deciso, anche solo per complicarmi un po’ la vita. Come accade domenica 8 settembre a l’Aquila, dove si tiene RAID Caterpillar, un format nomade di arti contemporanee e cinema-live in cui presento un’opera site specific dal titolo Sofferte onde serene, una postazione dedicata alla pausa al centro della città, una seduta in pietra lavica che intende concretizzare e valorizzare l’atto dello stare insieme e della socialità. Domenica 8 settembre, dalle 11 alle 17, in piazza Natali a l’Aquila o in diretta streaming su YouTube, si può assistere o partecipare attivamente a una serie di micro azioni performative di interazione con l’opera che attiveranno simbolicamente il lavoro, consegnandolo agli aquilani e a tutti coloro che in futuro vorranno farne uso.

Credete nella fortuna? Gli artisti bravi sono così numerosi che riescono a emergere solo quelli baciati dalla dea bendata? Oppure sono l’impegno e la competenza che alla lunga premiano? Esiste un “sistema” in grado di selezionare i migliori?
Marzia Migliora: Sorridendo, posso rispondere che sto preparando un’installazione site specific, per la mostra The Quest for Happiness, a cura di Maria Stella Bottai, Lorella Scacco e Pirjo Immonen, che inaugurerà il 25 ottobre presso il Serlachius Museum Gösta, a Mäntää in Finlandia. L’installazione comprende un ferro di cavallo, quindi posso rispondere affermativamente: sì, un po’ alla fortuna ci credo, di conseguenza mi reputo una donna molto fortunata, che è riuscita a trasformare il suo sogno in una professione.
Mariateresa Sartori: Più a lungo ci si impegna, più aumentano le probabilità che la fortuna arrida… Può non accadere mai. Il “sistema” Italia comunque è viziato alla radice. Quanti bravi artisti non hanno potuto impegnarsi a lungo perché dovevano mantenersi? Nel nostro Paese non esiste alcuna vera forma di sostegno alla ricerca pura (ovvero che non comporti ritorno immediato), non solo nell’arte ma anche in tutti gli altri campi. Vi è quindi una selezione iniziale dettata unicamente dalle possibilità economiche. Poi subentrano selezioni successive che danno la possibilità a molti bravi artisti di emergere. Io di bravi comunque ne vedo tanti, che siano emersi o meno.

Marzia Migliora, Quis contra nos. #03, 2017 18. Collezione privata. Courtesy l’artista & Galleria Lia Rumma, Milano Napoli
Marzia Migliora, Quis contra nos. #03, 2017 18. Collezione privata. Courtesy l’artista & Galleria Lia Rumma, Milano Napoli

Un progetto di Marzia è stato recentemente finanziato attraverso il bando della DGAAP Italian Council, mentre si è conclusa alla fine dello scorso anno la sua mostra a Palazzo Branciforte a Palermo. Le opere di Mariateresa dialogano a Venezia con quelle di Opalka alla Fondazione Querini Stampalia, intanto è in corso la sua personale presso la galleria Doppelgaenger di Bari. Lasciate che sia un lancio di moneta a decidere con quale argomento concludere questa intervista.
Marzia Migliora: La moneta ha detto testa, per me senza dubbio lo strumento più complesso da gestire, ma anche il più sorprendente. La parola testa mi riporta anche al progetto intitolato Lo spettro di Malthus, con il quale ho vinto il bando di concorso DGAAP Italian Council, con la cura di Matteo Lucchetti, di cui un’anticipazione sarà a breve presentata alla mostra The Quest for Happiness. Lo spettro di Malthus apre una riflessione sul valore del denaro, in relazione al modello di vita proposto nella società dei consumi, alimentato dal costante desiderio di ricchezza come obiettivo per una vita felice. L’installazione è costituita da un box prefabbricato per cavalli, in cui la presenza di alcuni elementi farà percepire la presenza/assenza di un cavallo. Guardando all’interno della testa del cavallo, suggerita dalla presenza di paraocchi e paraorecchie, si potrà vedere un paesaggio tridimensionale, assemblato grazie alla tecnica del collage a partire dell’elaborazione di immagini presenti sulle banconote in circolazione nei vari Paesi del mondo.
Mariateresa Sartori: Si impongono due parole su La forma del tempo. Onde esposto in questo momento sia alla Fondazione Querini Stampalia, per la mostra Dire il tempo. Roman Opalka e Mariateresa Sartori, a cura di Chiara Bertola, sia alla galleria Doppelgaenger di Bari. Seduta di fronte al mare ho tradotto in forma visiva il suono delle onde, premendo su fogli pentagrammati il carboncino più o meno a lungo, più o meno forte, seguendo l’andamento del suono, il suo crescere, l’affievolirsi, il rinforzarsi, diventando sismografo e vuota cassa di risonanza, annichilendo qualsiasi volontà e velleità di scelta, docile canna nelle mani del “caso onda”.

Vincenzo Merola

LE PUNTATE PRECEDENTI

Versus#1 Christian Caliandro vs Ivan Quaroni
Versus#2 Sergio Lombardo vs Pablo Echaurren
Versus#3 Vincenzo Trione vs Andrea Bruciati
Versus#4 Chiara Canali vs Raffaella Cortese
Versus#5 Antonio Grulli vs Chiara Bertola
Versus#6 Sabrina Mezzaqui vs Giovanni Frangi
Versus#7 Alice Zannoni vs Matteo Innocenti
Versus#8 Gian Maria Tosatti vs Luca Bertolo
Versus#9 Lorenzo Bruni vs Giacinto Di Pietrantonio
Versus#10 Alessandra Pioselli vs Pietro Gaglianò
Versus#11 Marinella Senatore vs Flavio Favelli
Versus#12 Renato Barilli vs Ilaria Bignotti
Versus#13 Emilio Isgrò vs Marcello Maloberti
Versus#14 Lorenzo Balbi vs Alberto Zanchetta
Versus#15 Giuseppe Stampone vs Nicola Samorì
Versus#16 Domenico de Chirico vs Lorenzo Madaro
Versus #17 Andrea Lerda vs Domenico Quaranta
Versus #18 Nico Vascellari vs Giorgio Griffa
Versus #19 Martina Cavallarin vs Gabriele Salvaterra
Versus # 20 Chiara Camoni vs Davide Mancini Zanchi

Dati correlati
AutoreMarzia Migliora
CuratoreMariateresa Sartori
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Vincenzo Merola
Nato a Campobasso nel 1979, è artista, insegnante di materie letterarie nelle scuole secondarie, giornalista pubblicista e operatore culturale. La sua ricerca si sviluppa a partire dall’interesse per le sperimentazioni verbovisuali e da una riflessione sul ruolo del caso e dei processi aleatori nella determinazione delle scelte e dei comportamenti individuali.