Un match generazionale in questo capitolo di “Versus”: il professor Renato Barilli, critico militante con settant’anni di onorata carriera alle spalle, dialoga con Ilaria Bignotti, classe 1979, storica dell’arte e curatrice, tra i promotori del progetto teorico e culturale di “Resilienza italiana”.

In prima linea ai tempi del Gruppo 63 (e incontestabilmente ancora oggi, con invidiabile vigore), Renato Barilli è stato animatore e attento osservatore del fermento sperimentale che ha caratterizzato uno dei periodi più significativi della storia culturale del nostro Paese: quello compreso tra la nascita delle neoavanguardie e l’affermazione dell’Arte Povera. Ilaria Bignotti appartiene a quella generazione che ha vissuto in pieno la fase dello sgretolamento postmoderno nell’ultimo scorcio del Novecento, per poi ritrovarsi ad affrontare la crisi economica e sociale del nuovo millennio. Nella conversazione che segue non corrono una staffetta, ma passeggiano insieme, guardandosi intorno.

Quello che mi ha subito colpito, nell’accostare due personalità come le vostre, è stato un simile leggero scollamento tra la personale visione prospettica del binomio arte e società e gli assiomi imperanti nei contesti in cui vi siete ritrovati a operare. Attraversare il Sessantotto mantenendo una “distanza di sicurezza” dalle sterili ortodossie del realismo, pur solidarizzando con gli ideali della Sinistra, deve essere stata un’esperienza per certi versi simile a quella di chi cerca ancoraggi a una piattaforma etica e identitaria comune in un’epoca di tensioni individualistiche e di opportunismi “radicanti”. Vi riconoscete in questo chiasmo?
Renato Barilli: Sono particolarmente orgoglioso di come mi sono comportato nella congiuntura del ‘68. Vi ho confermato la mia linea, sostenuta fin da quando ero un giovane studente, che cioè era falsa la prospettiva di una rivoluzione nel segno di un estremismo di sinistra vecchio o nuovo, mentre dovevamo seguire la linea di una socialdemocrazia, l’unica che si addice a un Paese dell’Europa occidentale. Di lì a poco sarei stato un fervente sostenitore di Craxi. Caduta quella speranza e quel mito, ora sono “toto corde” dalla parte di Renzi, come indico ogni domenica nel mio blog. Ricordo che proprio nel ‘68, per questa mia apparente mancanza di estremismo politico, fui processato dai colleghi di “Quindici”, esponenti di una rivoluzione cui avevo partecipato, quella della neo-avanguardia o Gruppo 63, ma appunto sostenendo che era una rivoluzione in linea con gli sviluppi della tecnologia, che nei primi ‘60 era stata basata sull’industrialismo e sulla merce, di cui la poesia “novissima” era stata il fedele corrispettivo, come in arte il New Dada e il Nouveau Réalisme, ma ormai eravamo entrati decisamente nell’era elettronica, preconizzata da McLuhan col concetto di villaggio globale e del “tutti in rete”. In arte si era avuta la comparsa in scena della serie di nuove esperienze riassumibili sotto il termine di “comportamento”, che non a caso avevo posto al centro della mia partecipazione alla Biennale di Venezia del 1972.
Ilaria Bignotti: Sono nata nel 1979. La mia formazione è avvenuta alla fine degli Anni ‘90, in un momento di grande richiesta dell’arte degli Anni ‘60 e ‘70, sia a livello di critica che di mercato: tra Spazialismo e Pop Art, Arte Programmata e Concettuale, con il grande nume tutelare dell’Arte Povera. Al contempo, come curatore, mi confrontavo con artisti miei coetanei, nelle prime mostre e nei primi scritti: parlavamo di quei decenni così enormi, violenti, che ci ispiravano e atterrivano, sovrastavano e stimolavano. Uccidere il padre? Non avevamo quella tempra. Preferivamo dimenticarlo a memoria, come ci insegnava Agnetti. Parallelamente, come storica dell’arte e dottore di ricerca, scelsi di guardare “di traverso”, pensando anche strategicamente che l’attenzione eccessiva sui consacrati protagonisti di quei decenni avrebbe potuto creare, a breve giro, un vuoto e un bisogno di attenzione su altri artisti dell’epoca. Quelli difficilmente collocabili in un determinato “ordinamento”, caratterizzati da un pensiero libero e apolitico nel senso di non ortodosso, fautori di una ricerca interdisciplinare, scardinante. Sono partita da Superstudio, quando dell’architettura radicale si iniziava a parlare (fine Anni ‘90), lavoro su Paolo Scheggi, Antonio Scaccabarozzi, sulla Nuova Tendenza balcanica, in quel fertile luogo culturale tra il distacco da Mosca e il guardingo recupero delle avanguardie storiche: Ivan Picelj ne è un esempio.

Laura Renna, Grove, 2016. Installation view at Marignana Arte, Venezia. Courtesy l’artista. Photo Enrico Fiorese
Laura Renna, Grove, 2016. Installation view at Marignana Arte, Venezia. Courtesy l’artista. Photo Enrico Fiorese

Oggi sono tanti i curatori (e gli artisti) engagé che sbandierano il proprio impegno politico, spesso con sincera passione, a volte nascondendo dietro la facciata un conformismo sostanziale. Che idea vi siete fatti delle diverse forme di “militanza” contemporanee?
Renato Barilli: Io continuo a dichiararmi critico militante, in cui storia, teoria e riprova attraverso mostre sono un’unica cosa. Sono invece molto polemico verso i cosiddetti “curators” che non si sbilanciano nel cercare di capire, sia a livello teorico sia in campo storico, “che arte che fa”, mossi solo dalla paura di puntare su nomi non omologati. Questa è anche la iattura per gli artisti italiani, in quanto i nostri “curators” in genere si vergognano di loro, e gli stranieri non hanno alcuno stimolo per occuparsene.
Ilaria Bignotti: Se per “impegno politico” intendiamo il modo di lavorare nella e per la società attraverso l’arte, credo che oggi una direzione importante di lavoro della mia generazione sia nel provare a riscrivere geografie culturali, politiche, linguistiche, in virtù di una visione extra-europea e non più solo occidentale (con i relativi pericoli annessi di visione limitata, applicazione di categorie di analisi inesatte, storpiatura interpretativa). D’altra parte, oggi scegliamo linguaggi artistici caratterizzati da effimerità e temporalità, digital e new media, esperienze di arte relazionale, processuale, resiliente, compartecipata. Infine, stiamo rielaborando, necessariamente, i concetti di moderno e anti-moderno, riapriamo gli archivi, non dimentichiamo, proviamo a non farlo.

Wim Delvoye, Tim, 2006 08. Photo credits Studio Wim Delvoye
Wim Delvoye, Tim, 2006 08. Photo credits Studio Wim Delvoye

La resilienza, la capacità di reagire alle circostanze avverse con attitudine positiva, è ormai requisito indispensabile per affrontare il presente. Le avanguardie di un tempo volevano cambiare il mondo. Oggi riuscire a non farsi cambiare troppo dal mondo significa accontentarsi? È il momento di difendersi, più che di attaccare?
Ilaria Bignotti: La mia generazione deve fare i conti con l’instabilità economica, l’incoerenza politica, la faciloneria dittatoriale dei media, la mancanza di riconoscimento del valore culturale ed economico del proprio lavoro. Non dobbiamo lasciarci divorare dal facile gioco della comunicazione, dalla corsa ai click e ai like, dalle tendenze modaiole. Chiediamoci: perché faccio questa mostra? Perché scrivo questo pensiero? Perché scelgo questi artisti? La “militanza” contemporanea significa resilienza: dobbiamo rimettere in moto un confronto tra noi e il pubblico, tornare a sentirci responsabili, pensarci in transizione con fermezza, rispondere eticamente del nostro lavoro, porre domande senza mentirci.
Renato Barilli: Sono domande apocalittiche cui è difficile rispondere. Intanto, solo le ormai lontane avanguardie storiche, sul tipo di Futurismo e Dadaismo, nutrivano speranze palingenetiche. Già le neo-avanguardie della seconda metà del secolo si sono accontentate di fare un fedele lavoro di testimonianza dei loro tempi, e così si dica di un’arte divenuta ormai planetaria, cui partecipano tutti i Paesi del mondo, con adozione di strumenti per gran parte comuni. Il vero problema è di fare un’arte giusta, in regola con gli strumenti di cui ora siamo tutti dotati, e senza dimenticare le radici delle varie tradizioni.

Antonio Scaccabarozzi al lavoro, Sion, 1988 Courtesy Archivio Antonio Scaccabarozzi
Antonio Scaccabarozzi al lavoro, Sion, 1988 Courtesy Archivio Antonio Scaccabarozzi

Tentare di condensare in una risposta sintetica cinquant’anni di complesse evoluzioni e dinamiche tra antagonismo e partecipazione sarebbe come tuffarsi da cento metri in un catino (rubo la boutade al professor Barilli: è stata la sua prima reazione, di fronte a questa domanda). Mi azzardo però a chiedervi di concludere con una galleria di immagini e personalità, necessariamente difettosa e puramente esemplificativa, per dare concretamente il senso delle vostre argomentazioni.
Ilaria Bignotti: Ho scelto e scelgo artisti attuali che lavorino nelle direzioni affini al mio modo di leggere la società contemporanea. Seleziono quelli che interpretano i temi della resilienza, della processualità e del valore etico dell’opera attraverso una sperimentazione sui materiali, sia di riuso che appartenenti alla cultura geografica del loro luogo, spesso in direzione sitospecifica e compartecipata: da Francesca Pasquali a Laura Renna, da Verónica Vàzquez ad Alberto Gianfreda. D’altra parte, mi interessano anche quelli che lavorano sui temi sociali quali la crisi del mondo occidentale, la visione di una relatività anti-moderna e migrante, come Mariella Bettineschi o Arthur Duff. Credo poi profondamente nel dialogo tra artisti storici e contemporanei, al fine di mantenere aperto il problema della memoria e dell’archivio: per questo provo a confrontare Antonio Scaccabarozzi con Roy Thurston (insieme ad Anna Dusi come curatore), Joanie Lemercier e fuse* con Paolo Scheggi, Quayola con Bettineschi. Ho la fortuna di collaborare con curatori e luoghi sia pubblici che privati di continuo stimolo: le prossime mostre co-curate con Federica Patti (a DAS CUBO, Bologna, e a Marignana Arte, Venezia, che apriranno a fine gennaio e febbraio) credo ben rappresentino la mia posizione.
Renato Barilli: Mi limiterò solo a fare un elenco di “primi della classe” emersi nel mondo intero, escludendo gli italiani, che sarebbero troppi. Dunque, negli USA Jeff Koons e David LaChapelle, in Gran Bretagna David Hockney e Chantal Joffe, in Francia Michel Blazy, nelle Fiandre Wim Delvoye, in Germania Anselm Kiefer, in Giappone Takashi Murakami e Tabaimo, nell’America latina Ernesto Neto e Doris Salcedo.

Vincenzo Merola

Versus#1 Christian Caliandro vs Ivan Quaroni
Versus#2 Sergio Lombardo vs Pablo Echaurren
Versus#3 Vincenzo Trione vs Andrea Bruciati
Versus#4 Chiara Canali vs Raffaella Cortese
Versus#5 Antonio Grulli vs Chiara Bertola
Versus#6 Sabrina Mezzaqui vs Giovanni Frangi
Versus#7 Alice Zannoni vs Matteo Innocenti
Versus#8 Gian Maria Tosatti vs Luca Bertolo
Versus#9 Lorenzo Bruni vs Giacinto Di Pietrantonio
Versus#10 Alessandra Pioselli vs Pietro Gaglianò
Versus#11 Marinella Senatore vs Flavio Favelli

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CuratoriRenato Barilli, Ilaria Bignotti
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Vincenzo Merola
Nato a Campobasso nel 1979, è artista, insegnante di materie letterarie nelle scuole secondarie, giornalista pubblicista e operatore culturale. La sua ricerca si sviluppa a partire dall’interesse per le sperimentazioni verbovisuali e da una riflessione sul ruolo del caso e dei processi aleatori nella determinazione delle scelte e dei comportamenti individuali.