Alcuni ricercano nell’arte significati profondi, altri preferiscono godere della bellezza che affiora in superficie. Molto spesso le grandi opere hanno più livelli di lettura: diverse sensibilità tendono a coglierne aspetti differenti. Ospiti della rubrica “Versus”, si confrontano sul tema Martina Cavallarin, critica e curatrice indipendente, e Gabriele Salvaterra, scrittore e curatore indipendente.

Una pianta, per vivere, ha bisogno di radici che affondino in profondità nel terreno per assorbire acqua e apportare linfa, ma nello stesso tempo è necessario che le foglie, in superficie, siano esposte alla luce del sole per attivare la fotosintesi clorofilliana. Anche per un artista è importante avere radici ben salde e rami protesi verso il cielo, affinché la sua ricerca cresca equilibrata. I momenti di introspezione e di riflessione sono fondamentali tanto quanto gli spunti che provengono dall’esterno. Ogni opera ben riuscita, inoltre, arriva contemporaneamente a toccare corde intime con i suoi contenuti e ad appagare la vista con la sua forma. Martina Cavallarin e Gabriele Salvaterra sono i protagonisti di questo nuovo capitolo di Versus, nel quale si tenta di osservare il lavoro degli artisti da due prospettive differenti: quella interiore della profondità e quella esteriore della superficie.

Ci sono artisti che scavano in profondità, concentrandosi nella loro ricerca su un aspetto specifico, altri che sono estremamente versatili e in grado di raccogliere mille stimoli differenti. Quale approccio preferite?
Martina Cavallarin: Scrive Walter Benjamin: “La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”. Parlando di media e non di tematiche, nella capacità di sviluppare la propria ricerca attraverso un linguaggio privilegiato, si manifesta la forza dell’opera. Ma potenza e indipendenza si possono enunciare attraverso una gamma plurale di codici e un’applicazione di differenti materiali e tecniche. La profondità non risiede quindi nel carotaggio verticale o in una processualità rizomatica, orizzontale; la cosa necessaria è che l’artista possegga un’ossessione, l’ossessione dell’idea, la “sprezzatura” intesa nel senso manieristico del termine.
Gabriele Salvaterra: Oggi i tempi e i modi della contemporaneità prediligono artisti eclettici, flessibili e adattabili che riescano a piegare la propria ricerca all’esigenza espositiva e di senso che di volta in volta si presenta. La mia preferenza va per quelle ricerche in cui la profondità emerge piena nella superficie e i significati sedimentati riescono a farsi forma anche nella sua estensione. Lo scavo è inconoscibile, una scatola nera a cui non abbiamo accesso. Tutto in fondo è nella superficie ed è quindi solo su questa epidermide che la nostra conoscenza finita della profondità si può confrontare.

Verdiana Patacchini, Testa, dalla serie Mappe, 2018. Photo Paolo Ragazzini
Verdiana Patacchini, Testa, dalla serie Mappe, 2018. Photo Paolo Ragazzini

Al di là di quelle che sono le vostre opinioni, quale credete sia l’atteggiamento oggi più diffuso tra gli artisti? Sono superficiali, più che attenti alla superficie? Tendono a sprofondare nell’autoreferenzialità, invece di essere profondi? Oppure sono numerosi i talenti che corrispondono al profilo tratteggiato nelle vostre precedenti risposte?
Martina Cavallarin: Ritengo che l’artista, androgino narciso, sia autoreferenziale per definizione. Ma è nella sua opera d’arte, che in quanto tale ha una grammatica universale, che risiede lo scarto verso la profondità (come dice Gabriele, “lo scavo è inconoscibile”). Il vero artista sa essere profondo anche nel pellicolare, attento alla collettività anche quando lavora con e attraverso una ricerca intima e profondamente viscerale. Non è strettamente necessario fare arte partecipata o arte collettiva per essere profondi. L’opera d’arte è sempre un’individualistica asserzione di presenza e al contempo un atto politico.
Gabriele Salvaterra: Come dicevo, credo che le qualità a cui fai riferimento (superficialità, autoreferenzialità) siano caratteristiche del nostro tempo che quindi rientrano limitatamente nelle scelte dell’artista, essendo piuttosto una naturale risposta a un mondo ubiquo, liquido e spettacolare. Non voglio perciò darne una connotazione necessariamente negativa: l’inetto sveviano o l’uomo senza qualità di Musil costituiscono le nobili genealogie di questa tendente superficializzazione. Qui il talento risiede proprio nella mancanza di talenti, ed è l’assenza di una dote specifica ad assicurare in termini evolutivi un vantaggio adattativo.

L’artista narciso è solo nelle profondità del suo egocentrismo. L’artista inetto è aggrappato come un camaleonte alla superficie, nello sforzo mimetico di assumerne le sembianze. Sono personalità opposte, ma ugualmente disfunzionali (e forse proprio per questo motivo spesso geniali). Vi colpisce di più l’arte che nasce dalle grandi contraddizioni, oppure quella che cerca di risolverle in una sintesi armoniosa?
Gabriele Salvaterra: Ogni artista, come ogni individuo, trova la propria strada scendendo a patti con se stesso e accettando in maniera proteiforme tutte le varie polarizzazioni di cui parli che, forse, elencate così possono apparire un po’ schematiche. Il concetto di sintesi – e quindi di superficie – può valere in tutti questi casi, nel senso che, in definitiva, la complessità e l’incoerenza che stanno sotto devono essere ricondotti a un’idea con una sua brevità e pregnanza (concentrato dall’alto peso specifico). In alcuni ciò sembra avvenire in maniera piana, in altri invece anche nell’esito finale si conserva il dramma e la contraddizione del “dietro le quinte”.
Martina Cavallarin: Per poter procedere nell’instabilità contemporanea l’artista abbisogna di una dotazione genetica e culturale, atletica e intellettuale, che va oltre ogni altra contingenza storica e avanguardia sperimentale, deve essere androgino. Nella cultura europea la figura dell’androgino entra con la descrizione che ne fa Platone e prosegue attraverso miti e storie per espletarsi (nella sua essenza che più attiene alla sfera dell’arte), con il Seraphita di Honoré de Balzac, vero mutante con il dono della “specialità”. Androgino è anche l’adattamento, la scena, la modalità, il modo di essere dell’artista, che mi sembra sia al contempo egocentrico, camaleonte, altruista, contraddittorio e armonioso: profondo e pellicolare.

Simon Hantai, Study, 1969
Simon Hantai, Study, 1969

Tra gli artisti che più amate, quali vi hanno conquistato in maniera “epidermica”? Per quali, invece, la passione è nata solo dopo aver studiato a fondo il loro lavoro?
Gabriele Salvaterra: L’interesse per una ricerca nasce sempre in maniera epidermica o “di pancia”, che a pensarci bene sono due sensazioni contrapposte, una esteriore, l’altra interiore, anche se entrambe istintive. Ci sono artisti in cui la narrazione attorno al lavoro acquista centralità quanto il lavoro stesso, ad esempio in Jaar, Boltanski o Geers; altri in cui il discorso si giova di un aspetto estetico-decorativo che arriva pieno e immediato pur non esaurendosi mai, come nei classici Matisse, Bonnard o Lichtenstein. In tutti i casi impatto immediato e riflessione ex-post si nutrono circolarmente e anche la superficie trova le sue ragioni profonde.
Martina Cavallarin: Certamente c’è differenza tra innamoramento e amore. E alcune volte credevo fosse amore, invece era un calesse. Altre volte ho iniziato il percorso di conoscenza e approccio all’opera con diffidenza per trovarmi poi coinvolta completamente e rafforzare tale convinzione nel tempo, che è sempre “grande scultore”. E vorrei chiudere questo breve ma intenso “ring” con una citazione di Maurice Merleau-Ponty, perché è da quando mi hai sottoposto il tema che mi ronza nelle orecchie: “Come la nervatura produce la foglia dall’interno, dal fondo della sua carne, così le idee sono la testura dell’esperienza; il suo stile, dapprima muto, poi proferito. Al pari di ogni stile (le idee) si elaborano nello spessore dell’essere”.

Vincenzo Merola

Versus#1 Christian Caliandro vs Ivan Quaroni
Versus#2 Sergio Lombardo vs Pablo Echaurren
Versus#3 Vincenzo Trione vs Andrea Bruciati
Versus#4 Chiara Canali vs Raffaella Cortese
Versus#5 Antonio Grulli vs Chiara Bertola
Versus#6 Sabrina Mezzaqui vs Giovanni Frangi
Versus#7 Alice Zannoni vs Matteo Innocenti
Versus#8 Gian Maria Tosatti vs Luca Bertolo
Versus#9 Lorenzo Bruni vs Giacinto Di Pietrantonio
Versus#10 Alessandra Pioselli vs Pietro Gaglianò
Versus#11 Marinella Senatore vs Flavio Favelli
Versus#12 Renato Barilli vs Ilaria Bignotti
Versus#13 Emilio Isgrò vs Marcello Maloberti
Versus#14 Lorenzo Balbi vs Alberto Zanchetta
Versus#15 Giuseppe Stampone vs Nicola Samorì
Versus#16 Domenico de Chirico vs Lorenzo Madaro
Versus #17 Andrea Lerda vs Domenico Quaranta
Versus #18 Nico Vascellari vs Giorgio Griffa

Dati correlati
AutoreMartina Cavallarin
CuratoreGabriele Salvaterra
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Vincenzo Merola
Nato a Campobasso nel 1979, è artista, insegnante di materie letterarie nelle scuole secondarie, giornalista pubblicista e operatore culturale. La sua ricerca si sviluppa a partire dall’interesse per le sperimentazioni verbovisuali e da una riflessione sul ruolo del caso e dei processi aleatori nella determinazione delle scelte e dei comportamenti individuali.

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