“La preistoria non è stata solo violenza, ma anche cura”. Intervista all’archeologa femminista Marga Sánchez Romero
Ordinaria di Preistoria dell’Università di Granada, riflette su come l’archeologia studiata con una prospettiva di genere maschile abbia trasformato la nostra visione del passato. Ci ha spiegato come ridimensionare i racconti centrati su guerre ed élite, per difendere una storia più ampia e più umana
Per molto tempo la storia del passato remoto è stata raccontata come una successione di scontri, gerarchie e figure violente. La preistoria appariva ridotta a una sorta di prologo della “vera” storia e, all’interno di quel racconto, la maggior parte della popolazione – donne, bambine e bambini, persone comuni – trovava appena un posto. Eppure, negli ultimi decenni, nuove domande hanno cominciato a cambiare il nostro sguardo. Marga Sánchez Romero (Madrid, 1971), professoressa ordinaria di Preistoria all’Università di Granada e una delle voci più autorevoli dell’archeologia femminista in Spagna, insiste da anni sul fatto che il problema non sia solo che cosa sappiamo del passato, ma da quale punto di vista lo osserviamo. In questa conversazione affronta l’importanza di studiare oggi la storia, i pregiudizi che hanno condizionato l’interpretazione archeologica, il celebre caso della tomba vichinga di Birka, l’origine delle disuguaglianze e il ruolo che i musei dovrebbero svolgere nel costruire racconti del passato più complessi e inclusivi.

Intervista a Marga Sánchez Romero
Perché studiare il passato è oggi più importante che mai? In che cosa si distingue questo sguardo dai primi approcci storiografici e archeologici del XIX Secolo?
Sinceramente, non credo che studiamo la storia per quella idea un po’ semplicistica secondo cui così eviteremo di ripetere gli errori umani. Quello che, invece, possiamo fare è comprendere meglio alcune delle cose che ci hanno portato fin qui. Non abbiamo sempre risolto i problemi con la violenza, né la violenza è stata l’unica risposta possibile. Se avessimo risolto tutto con la forza, fisica o strutturale che fosse, probabilmente ci saremmo estinti. Ci sono state anche strategie di solidarietà, di cura, di cooperazione e di sinergia tra gruppi umani che hanno reso possibile il nostro arrivo fino al presente. Ripensare a quelle altre possibilità ci aiuta a capire che anche oggi esistono più strade di quante a volte crediamo. Per molto tempo, inoltre, l’evoluzione umana è stata letta attraverso una logica molto semplice: quella della “legge del più forte”. Ma non è vero che siano sopravvissuti solo i più forti. Se fosse stato così, oggi non esisterebbe la diversità che conosciamo. Sono sopravvissute anche le persone che sono state curate. E molti specialisti dell’evoluzione umana insistono proprio su questo: una delle chiavi di ciò che ci ha resi umani è stata la cura.
Lo studio della storia e dell’archeologia evolve in funzione di nuove domande. Fino a che punto queste nuove prospettive sono state decisive per costruire un racconto più inclusivo?
Moltissimo. Ha a che fare con il modo in cui la storia è stata raccontata. Quando raccontiamo solo la storia dell’1% della popolazione, in realtà stiamo raccontando una storia di tensioni per controllare il potere e far parte di quell’1%. Ma quando, a partire dalla metà del XX Secolo, si cominciano a guardare altre dimensioni della vita sociale, cambia il paradigma. C’è un libro che amo molto, Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg, perché mostra benissimo che anche la piccola storia è la nostra storia. Tradizionalmente, nei manuali si è raccontata la storia di una parte piccolissima della popolazione e, per di più, di ciò che veniva considerato degno di essere narrato: guerre, trattati, re, grandi decisioni. Ma questa non è la storia della maggior parte delle persone. Dobbiamo cominciare a riconoscerci in altri luoghi del passato. Nel museo, nel racconto storico, nell’archeologia, devono comparire anche donne, uomini, bambine e bambini, persone comuni. Perché anche questa è la nostra storia. Se non lo facciamo, si costruiscono discorsi utili solo a far sì che tutto resti com’è, o che i potenti continuino a occupare lo stesso posto, legittimati da narrazioni che presentano la loro posizione come naturale, inevitabile o addirittura sacra.

Quando studiava all’università, che cosa la disturbava nel modo in cui la preistoria veniva insegnata e raccontata? Decidere di occuparsi di un’archeologia libera dall’androcentrismo è stata una scelta improvvisa o un processo graduale?
È stato un processo. Ho sempre avuto un forte spirito critico, ma non ho cominciato a rendermi conto di tutto questo finché non erano già passati anni da quando avevo iniziato a fare ricerca. In fondo, ciò che volevo studiare erano le persone, tutte le persone. E quando cercavo di far emergere chi ci fosse dietro determinate attività, finivano per comparire sempre uomini. E io mi dicevo: “Com’è possibile? Perché solo loro?”. Mi ci è voluto parecchio per capire fino a che punto lo sguardo fosse condizionato, ma una volta che l’ho visto, per me non è più stato possibile fare storia in un altro modo. È accaduto verso la fine della tesi, all’inizio degli Anni Duemila. E da quel momento in poi mi servivano formazione, strumenti, altri quadri interpretativi. Sono andata nel Regno Unito a studiare l’archeologia di genere; sono andata nei paesi scandinavi a conoscere meglio l’archeologia dell’infanzia, che lì era molto più sviluppata. Poi torni e cominci a incorporare tutto questo nei tuoi progetti. Perché non si tratta solo di interpretare ciò che trovi: si tratta anche delle domande che poni e di ciò che decidi di cercare. Non vuoi più limitarti a dire quante persone ci furono o come morirono, ma tentare di ricostruire come vissero.
Il caso della tomba di Birka ha mostrato fino a che punto certi pregiudizi continuino a operare nell’interpretazione del passato. La resistenza ad accettare quella revisione fu solo metodologica o rivelò inerzie androcentriche più profonde?
Sì, certo, rivelò inerzie molto più profonde. Birka è una necropoli del X Secolo d.C. e una delle sue sepolture più spettacolari conteneva un corredo eccezionale: cavallo, armi, oggetti legati alla strategia militare… Quando fu scavata, alla fine del XIX Secolo, venne interpretata automaticamente come la tomba di un uomo. Più tardi, a partire dallo studio osteologico, una ricercatrice analizzò le ossa e concluse che si trattava di una donna. Lo pubblicò in una rivista specializzata, ma quell’interpretazione non fu accettata. In sostanza, le fu detto che non poteva essere così. Poi arrivarono le analisi del DNA e nel 2017 confermarono che l’individuo sepolto era biologicamente di sesso femminile. E questo scatenò un enorme dibattito. La cosa interessante è che nella mitologia nordica accettiamo l’esistenza di donne guerriere, ma come figure straordinarie, quasi semidivine. Finché non sono donne comuni, tutto sembra tornare. Il problema nasce quando parliamo di donne normali, in carne e ossa, che fanno cose considerate improprie per loro. È lì che emergono la paura e anche il pregiudizio.
Per molto tempo le cosiddette “Veneri” preistoriche, come quella di Willendorf, sono state interpretate in chiave di fertilità o di “dea madre”. Che cosa pensa oggi di queste letture?
Il nostro sguardo presente complica tutto. Quando chiamiamo “Veneri” le figurine del Paleolitico, stiamo usando una categoria grecolatina, romana, associata a una dea dell’amore, della sensualità e della sessualità. Stiamo cercando di identificare come equivalenti due realtà separate da 15.000 o 20.000 anni, e questo non ha senso. Inoltre, quelle figure non rispondono a un unico modello. Quella di Willendorf è la più famosa, ma ce ne sono molte altre. Ci sono volti, adolescenti, donne anziane, donne incinte, c’è una varietà enorme. Quelle con i caratteri sessuali molto marcati non sono nemmeno la maggioranza. Non possiamo ridurre tutto a un’unica interpretazione. Quello che sembra chiaro è che nel Paleolitico esiste un riconoscimento della femminilità. Ora, riconoscere la figura femminile non equivale automaticamente a parlare di matriarcato o di una dea madre universale. Significa semplicemente che quella figura è presente e ha un’importanza simbolica. Tutto il resto richiede molta più cautela.
Quali sono, a suo giudizio, i principali indizi archeologici della nascita delle disuguaglianze? In quale momento cominciano a riflettersi gerarchie e classi dominanti?
Le società paleolitiche sono, in termini generali, piuttosto egualitarie. Quando cominciano ad apparire disuguaglianze sociali, questa disuguaglianza si intreccia anche con quella di genere. E ciò che accade, di nuovo e di nuovo, è che le donne vengono collocate in uno spazio molto ristretto, legato soprattutto al corpo, alla sessualità o alla riproduzione. Dal punto di vista archeologico, uno degli indizi più chiari è che le tombe smettono di essere relativamente simili e cominciano a differenziarsi. Ma la nascita della disuguaglianza è un processo lento. Non accade da un giorno all’altro. Nelle società agricole e pastorali può passare moltissimo tempo prima che la disuguaglianza risulti chiaramente impressa nel record archeologico.
Ci dica di più…
La spiegazione più comune è che qualcuno cominci ad avere più di un altro: un raccolto migliore, più bestiame, una maggiore capacità di scambio. E da lì può accumulare. Ma non basta accumulare: bisogna anche costruire un discorso che giustifichi quella differenza, che faccia credere agli altri che tu “meriti” di avere di più. Questo processo si esprime anche attraverso il corpo e l’ornamento. Lo si vede nelle ossa, in chi ha lavorato molto e in chi no, ma anche negli oggetti visibili, nei monili, nei marcatori di status. C’è un caso molto significativo: la prima volta che compaiono pettini, pinzette o specchi in contesti funerari, circa 3.500 anni fa nell’Europa centrale, è in tombe maschili. Perché? Perché quegli uomini d’élite vogliono somigliare ad altri uomini d’élite, non a chi lavora la terra. Il corpo diventa così un marcatore di differenza sociale.
Che cosa ci obbligano a ripensare luoghi come Göbekli Tepe o Karahan Tepe sul rapporto tra simbolismo, rituale e sedentarizzazione?
Sono siti affascinanti perché ci ricordano una cosa importante: in molti casi le prime forme di appropriazione del territorio avvengono attraverso il rituale. Succede a Göbekli Tepe, dove abbiamo un luogo rituale potentissimo senza un abitato chiaramente associato, ma succede anche in altri contesti, per esempio in molte sepolture megalitiche. In parecchi luoghi, lo spazio dei morti o dei rituali compare prima dello spazio dei vivi. Questo ci obbliga a pensare in modo diverso il rapporto tra religione, organizzazione sociale e trasformazione del paesaggio. Quando iniziano l’agricoltura e l’allevamento nasce una necessità molto maggiore di controllare la natura, ma allo stesso tempo anche una consapevolezza molto forte del fatto che questo controllo non è mai completo. Da qui l’importanza dei rituali, dell’invocare, del cercare di far sì che le cose vadano bene. Ma non bisogna nemmeno idealizzare questo processo: le società agricole lavorano di più, hanno meno tempo libero e producono molta più disuguaglianza. Non comprerei affatto l’immagine di un paradiso.

Perché la preistoria, pur essendo il periodo in cui si svolge la maggior parte dell’avventura umana, continua a essere percepita come un’epoca meno densa di informazioni?
Perché la preistoria ci arriva per frammenti. Ci arriva ciò che è sopravvissuto, e per di più nelle condizioni in cui è sopravvissuto. Non è paragonabile ad altri periodi per i quali disponiamo di testi, archivi o racconti scritti. Eppure, abbiamo sviluppato metodologie molto potenti per avvicinarci a questa conoscenza, e ogni volta che le affiniamo si aprono nuove domande.
Per esempio…?
A Panoría, per esempio, che è una piccola necropoli con diciannove sepolture, di cui ne abbiamo scavate nove, ogni volta che pubblichiamo un articolo con un nuovo dato scientifico si aprono due o tre ulteriori prospettive di ricerca su quelle stesse ossa, quelle stesse ceramiche, quelle stesse industrie. La preistoria ha qualcosa di inesauribile: ogni risposta genera nuove domande. C’è poi anche un problema di scala. Quando dici “30.000 anni fa” o “350.000 anni fa”, è qualcosa di così difficile da immaginare che molte persone pensano: “E questo che cosa ha a che vedere con me?”. E invece c’entra. Perché, pur con enormi differenze di contesto e di scala, molte delle domande umane sono ancora lì: come sopravvivere, come organizzarsi, come prendersi cura, come convivere, come rispondere a problemi concreti.
Qual è stata l’idea che l’ha portata a scrivere Prehistorias de mujeres? Che reazione ha incontrato nel pubblico?
Da molto tempo volevo scrivere un libro divulgativo pensato per persone che non sapessero nulla di preistoria. Non volevo scrivere per specialisti, che hanno già altri libri e altri strumenti. Volevo raccontare tutto questo a persone che magari non si erano mai avvicinate a questi dibattiti, ma che potevano capire perfettamente come si siano costruiti certi miti su di noi e sulle società del passato. Quando mi proposero il libro, avevo chiarissimo che cosa volevo farne. Speravo che funzionasse, ma non immaginavo l’accoglienza che avrebbe avuto. Ha avuto moltissime ristampe, poi è arrivata l’edizione tascabile, poi quella cartonata, e si è trasformato in un libro di catalogo stabile all’interno della casa editrice. E la reazione del pubblico è stata molto emozionante. Molte persone mi dicono: “Non sapevo niente di tutto questo”, oppure “Mi è esplosa la testa”, oppure ancora “Ho riso, mi sono arrabbiata, mi sono riconciliata con molte cose”. Io cerco di scrivere interpellando continuamente chi legge, perché si ponga le stesse domande che mi pongo io. E credo che questa interazione, anche al di fuori dei social, sia una delle ragioni per cui il libro continua a trovare lettrici e lettori nel tempo.
Come immagina la museografia antropologica e paleoantropologica dei prossimi anni? In che cosa dovrebbe migliorare per offrire una visione del passato più rigorosa e inclusiva?
La situazione classica in molti musei è che la preistoria resta confinata nella prima saletta e subito dopo si passa ad altri periodi considerati più “importanti”. E io dico sempre: scusate, ma nella preistoria c’era già quasi tutto. Quello che abbiamo perfezionato sono le forme, ma moltissime questioni fondamentali erano già lì. I musei devono creare dibattito, diventare una sorta di piazza pubblica in cui possiamo godere di ciò che siamo, ma anche rifletterci sopra criticamente. Devono aiutare le persone a riconoscersi in racconti più complessi, più ampi e meno comodi. Non basta ripetere sempre le stesse storie.
In diversi paesi si è aperto un dibattito sulla rimozione o sull’esposizione dei resti umani nei musei. Dove dovrebbe collocarsi l’equilibrio tra conoscenza, rispetto e contesto espositivo?
Tutto il processo di decolonizzazione dei musei merita una riflessione seria. E io aggiungerei un’altra cosa: bisogna anche “de-machistizzarli”, perché nei racconti museografici ci sono ancora moltissimi uomini e pochissime donne. Se vogliamo ripensare i musei, facciamolo davvero e in modo globale. Non credo che decolonizzare un museo significhi semplicemente svuotare le vetrine. Credo significhi spiegare i pezzi da un altro punto di vista. Cambiare sguardo. Dare contesto. Introdurre una distanza critica. Non continuare a raccontare nel XXI Secolo lo stesso discorso costruito nel XVI o nel XIX Secolo. In alcuni casi, come quello di certi resti umani o di pezzi emblematici, non ho una risposta secca, un sì o un no. Ma una cosa la so con certezza: se sono esposti, devono essere spiegati in un altro modo. La domanda non è solo che cosa mostriamo, ma come lo mostriamo e quale racconto costruiamo attorno a ciò che esponiamo. Non si tratta di imbiancare il passato, ma di raccontarlo meglio. I musei non dovrebbero confermare pregiudizi né alimentare esotismi, bensì aiutarci a pensare chi siamo stati, chi siamo e come si sono costruiti i discorsi che continuiamo ancora oggi a trascinarci dietro.
Nell’archeologia di genere e nell’archeologia femminista la Spagna è stata particolarmente attiva negli ultimi decenni. Che cosa metterebbe in evidenza di questo sviluppo?
La Spagna è stata uno dei paesi che hanno lavorato di più su questi temi negli ultimi venticinque anni. E credo che una delle ragioni fondamentali sia stata la capacità di creare reti di ricercatrici. Quando, tra la fine degli Anni Novanta e l’inizio dei Duemila, diverse donne hanno voluto guardare alla preistoria in un altro modo, ciò che abbiamo fatto è stato unire le forze. Questo è stato decisivo, perché studiare le donne o studiare il genere in archeologia è stato a lungo considerato qualcosa di secondario, ridicolo o inutile. È costato molto dimostrare, attraverso la ricerca scientifica, che i dati c’erano e che si potevano costruire racconti diversi. Questa rete non è formata solo da ricercatrici universitarie: comprende anche conservatrici museali, docenti, specialiste nella didattica. E questo ha fatto sì che molte di noi non si sentissero sole. Ora questi movimenti cominciano a vedersi anche in altri paesi europei. Ma in Spagna, da questo punto di vista, è stato fatto un lavoro particolarmente solido.
Thomas Villa
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati