Storia di Pavana, il paese di Francesco Guccini che sta in Toscana ma dove si parla bolognese

Nel cuore dell’Appennino tosco-emiliano Pavana prende forma tra castagneti e strade di montagna. Un luogo lontano dal caos metropolitano dove il celebre cantautore italiano ha trovato una delle sue radici più profonde

Ci sono luoghi che sembrano esistere soprattutto nella memoria di chi li ha abitati. Pavana è uno di questi. Piccola frazione del comune di Sambuca Pistoiese che si distende sul versante sinistro della valle della Limentra occidentale, proprio là dove Toscana ed Emilia si incontrano e il paesaggio appenninico prende la forma di boschi di castagno, strade di montagna e case raccolte attorno alla strada.

Attraversata dalla statale Porrettana, Pavana è da sempre un luogo di passaggio e di confine, ma oggi è anche un paese segnato dall’abbandono di parte dei terreni e dal progressivo indebolimento delle attività. Il suo passato racconta invece una storia di viandanti, comunità, scambi e identità sospese tra due versanti dell’Appennino. Non solo, nel Novecento Pavana è diventata anche il luogo della memoria di Francesco Guccini, che ne ha trasformato paesaggi, personaggi e parole in una parte fondamentale della propria opera.

Pavana: la storia del borgo dell’Appennino tosco – emiliano

La storia di Pavana affonda le radici nel Medioevo. La prima citazione documentaria del paese risale al 998, raccontando della sua posizione lungo la valle della Limentra occidentale, al confine tra l’area pistoiese e quella bolognese, segnandone l’identità. Pavana è sempre rimasta nell’orbita pistoiese, ma durante il conflitto tra Pistoia e Bologna dei primi decenni del Duecento la comunità manifestò in alcune occasioni la propria insofferenza nei confronti della soggezione al vescovo di Pistoia e alla loro comunità, arrivando a schierarsi al fianco di Bologna. La guerra si concluse con la Pace di Viterbo del 1219, ma la vicenda restituisce bene la particolare posizione di Pavana, territorio di frontiera e punto di passaggio tra mondi diversi.

Questa identità “di confine” si esprime ancora oggi nella lingua e nella cultura locale. Infatti, il dialetto di Pavana presenta numerosi inflessioni emiliane, pur sviluppandosi all’interno di un territorio toscano. A ricordare la vocazione di questo territorio come luogo di passaggio è anche la Via Francesca della Sambuca, antico percorso che nel Medioevo collegava Pistoia al castello della Sambuca e proseguiva lungo la valle del Reno verso Bologna, costituendo un ramo della Via Francigena.

La chiesa di Santa Maria e San Frediano a Pavana

A contraddistinguere il piccolo borgo di Pavana è la chiesa di Santa Maria e San Frediano, costruita nella seconda metà del Settecento e custode di una storia più antica. L’attuale edificio sorse infatti quando esisteva già una precedente tradizione religiosa, testimoniata da opere realizzate nel Seicento. Tra queste spicca la pala dell’altare maggiore, una tela raffigurante la Vergine con il Bambino e i Santi, dipinta nel 1656 da Pellegrino de’ Pellegrini da Fanano, quando la chiesa attuale ancora non esisteva. L’opera apparteneva infatti a un precedente oratorio collocato fuori dall’abitato, lungo uno dei percorsi che conducevano verso Sambuca.
La chiesa conserva un altare ligneo intagliato e dipinto, esempio di quella produzione artigianale diffusa nelle aree montane dell’Appennino e spesso caratterizzata da una notevole qualità esecutiva. La sua posizione, accanto alla piazza principale e all’antica borgata di Poggio Moreggio, contribuisce a definire uno dei nuclei storici del paese. Poco distante si trovano altri luoghi che raccontano la storia di Pavana come centro di transito, dalle ottocentesche Logge alla vecchia dogana granducale, costruita nel 1846 lungo il percorso della strada che attraversava il territorio.

Pavana, il luogo dell’immaginazione di Francesco Guccini

È difficile raccontare Pavana senza passare dalla figura di Francesco Guccini. Nato a Modena nel 1940, il cantautore trascorse infatti l’infanzia tra la città e questo paese, legato alla famiglia della madre e al mondo contadino dei nonni. L’esperienza della guerra e quella dimensione rurale, fatta di persone, mestieri, dialetto e consuetudini, sarebbero rimaste a lungo nella sua memoria, riaffiorando nella musica e nella scrittura. Pavana sarebbe diventata così molto più di un luogo dell’infanzia: un paesaggio mentale e letterario, un archivio di storie attraverso cui raccontare anche le trasformazioni dell’Italia del Noveceto. Il rapporto con il paese non si interruppe nemmeno quando Guccini si trasferì a Bologna, dove avrebbe costruito la propria identità artistica e intellettuale. L’Appennino continuò a riemergere nelle sue canzoni, da Radici ad Amerigo e Piccola città, mentre la memoria di Pavana avrebbe trovato una forma particolarmente compiuta nella sua attività letteraria e negli studi sulla lingua locale. Nel 1989 le Cròniche epafàniche trasformarono il paese, i suoi abitanti e le loro vicende in materia narrativa, intrecciando memoria personale e storia collettiva; più avanti sarebbe arrivato anche il Dizionario del dialetto di Pàvana, testimonianza di un interesse per la lingua come strumento capace di conservare un mondo destinato a cambiare. Negli ultimi anni Guccini aveva scelto di tornare a vivere stabilmente a Pavana, completando in qualche modo un percorso iniziato proprio nell’infanzia. Ed è qui che è morto il 6 agosto 2026, a 86 anni.

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