L’arte non deve essere un sollievo

Christian Caliandro torna a calare l’arte nel tempo presente e stavolta lo fa guardando al passato. Mettendo in evidenza i pericoli legati alla nostalgia e a un’arte che vuole essere soltanto uno strumento di sollievo

Emanuela Barilozzi Caruso, Il mondo Fiore, 2022, Palermo
Emanuela Barilozzi Caruso, Il mondo Fiore, 2022, Palermo

Il motivo per cui ci si rifugia nelle forme del passato è evidentemente la paura del presente e del futuro. Il passato diventa quindi una consolazione, e al tempo stesso una trappola. Ed è singolare come questa ossessione per il passato, che caratterizza tutti gli strati e i territori della nostra cultura e della nostra arte, si accompagni a una peculiare forma di amnesia, di cancellazione della memoria.
Lo scrittore bulgaro Georgi Gospodinov ha dedicato a questo tema il suo ultimo sorprendente romanzo, vincitore del Premio Strega Europeo 2021: “Non è casuale questo affluire di tanta gente senza memoria, oggi… Sono qui per dirci qualcosa. E credimi, un giorno, molto presto, molti cominceranno a scendere nel passato da soli, a ‘perdere’ la memoria di propria volontà. Si profila un tempo in cui sempre più persone vorranno nascondersi nella loro grotta e tornare indietro. E non da una bella situazione, in ogni caso. Dobbiamo essere pronti con rifugi antiaerei del passato. Chiamali pure, se vuoi, ‘cronorifugi’” (G. Gospodinov, Cronorifugio, Voland 2020, p. 50).
La contraddizione è solo apparente. La nostalgia pervasiva consiste in una vera e propria ‘sostituzione’ del passato, che si fonda su un rifiuto del presente. Rifugiarsi in una versione idealizzata del passato vuol dire, in fondo, essere incapaci di immaginare il futuro. Un rapporto coerente con il passato consiste, se ci pensiamo, nel servirsene per costruire qualcosa oggi: per farne un riferimento in rapporto al nuovo, a ciò che prima non esisteva.
L’attitudine invece che fa del passato, dei suoi stili e dei suoi riferimenti, oggetti di vero e proprio culto, elimina la possibilità stessa che quel passato possa agire sull’oggi, influenzarlo. L’oggi, anzi, diventa una copia sbiadita e rimpicciolita di ciò che è già stato, di ciò che è avvenuto.
Il passato cresceva ovunque, si riempiva di sangue e prendeva vita” (ivi, p. 130).

“Rifugiarsi in una versione idealizzata del passato vuol dire, in fondo, essere incapaci di immaginare il futuro”.

Un antidoto possibile, come scrivevo nella scorsa puntata, consiste nell’affrontare decisamente il presente e la sua realtà, per quanto traumatica essa possa risultare. Attraverso quello che Antonin Artaud chiamava ‘imprevisto oggettivo’, l’unico strumento in grado di concretizzare l’idea di ‘pericolo’: “Ho parlato poc’anzi di pericolo. Ora mi sembra che il modo migliore per realizzare sulla scena l’idea di pericolo sia l’imprevisto oggettivo, l’imprevisto non nelle situazioni ma nelle cose, il passaggio intempestivo, brusco, da un’immagine pensata a un’immagine reale; per esempio che un bestemmiatore veda materializzarsi improvvisamente davanti a sé in forma realistica l’immagine della propria bestemmia (…). Un altro esempio potrebbe essere l’apparizione di un essere inventato, fatto di legno e di stoffa, creato di sana pianta, per natura inquietante e capace di riportare sulla scena una piccola eco di quella grande paura metafisica che è alla base di tutto il teatro antico” (Antonin Artaud, La messa in scena e la metafisica, ne Il teatro e il suo doppio, Einaudi, Torino 1998, p. 161).

ARTE E SOLLIEVO

Un’arte autenticamente pericolosa è quella che è in grado di affrontare – e non nascondere o aggirare – la nostra ‘grande paura metafisica’, quella paura che noi costantemente facciamo finta di non vedere e di non sentire nel corso della nostra vita quotidiana. L’arte pericolosa è in grado di mettercela dunque davanti agli occhi, e di farne l’unica sua ragione d’essere, declinata in mille modi diversi.
La differenza in fondo, se ci pensiamo, è quella tra opere costruite come sollievo per quello che si prova a vivere e opere invece pensate e realizzate per parlare di ciò che si prova a vivere.
Le opere-sollievo, di solito, si rivolgono al passato – e oggi sono la maggior parte.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).