Fondazione Benetton Studi Ricerche e Fondazione Imago Mundi presentano un progetto espositivo diffuso che coinvolge Ca’ Scarpa, le Gallerie delle Prigioni e la chiesa di San Teonisto. Obiettivo: raccontare il rapporto dell’uomo con la rappresentazione del mondo nei secoli e in epoca contemporanea

È quanto mai attuale, in un momento di smarrimento collettivo che ci porta a mettere in discussione le nostre certezze sul mondo contemporaneo e gli equilibri – precarissimi – che lo regolano, il progetto condiviso da Fondazione Benetton Studi Ricerche e Fondazione Imago Mundi. Le due realtà mettono insieme le forze per validare una nuova piattaforma di azione e indagine del contemporaneo che ha già preso forma, nelle ultime settimane, nella città di Treviso. È la cittadina veneta l’epicentro di Treviso Contemporanea, iniziativa che esordisce con tre mostre diverse e complementari allestite in altrettanti spazi individuati nel cuore della città, che costituiscono – ciascuno con la propria autonomia di visione – la geografia di un’esplorazione comune, volta a mappare il mondo nella percezione storica e contemporanea. Ecco quindi che tra Ca’ Scarpa, la chiesa di San Teonisto e le Gallerie delle Prigioni, fino al 29 maggio, si va componendo un percorso di riflessione che vuole fornire strumenti critici e prospettive artistiche sul nostro modo di rapportarci e conoscere il mondo.

Ibrahim Mahama, Annual Report Series I, 2021, Report, collage di stampa litografica su scrivania di legno. © l’artista. Photo © White Cube (Todd White Art Photography)
Ibrahim Mahama, Annual Report Series I, 2021, Report, collage di stampa litografica su scrivania di legno. © l’artista. Photo © White Cube (Todd White Art Photography)

ALLE ORIGINI DI TREVISO CONTEMPORANEA

Il progetto è innanzitutto un osservatorio su forme d’arte e temi di ricerca provenienti da diverse discipline e culture, diretta emanazione delle attività e dell’identità delle due fondazioni che l’hanno partorito. Dalla fine degli Anni Ottanta, la Fondazione Benetton svolge un intenso lavoro culturale nel mondo del paesaggio e dello studio e della cura dei luoghi (ricordiamo il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino e l’organizzazione annuale delle Giornate internazionali di studio sul paesaggio). Al contempo si impegna nella valorizzazione del patrimonio culturale del trevigiano e svolge un peculiare lavoro di ricerca in ambito geografico e cartografico (ricca è la collezione conservata nella cartoteca, che conta 12mila cartografie). Da queste premesse nasce la prima delle mostre della piattaforma Treviso Contemporanea.

Charta del navicare per le isole novamente trovate in la parte dell'India (Carta del Cantino), 1502. Modena, Biblioteca Estense Universitaria. Su concessione del Ministero della Cultura
Charta del navicare per le isole novamente trovate in la parte dell’India (Carta del Cantino), 1502. Modena, Biblioteca Estense Universitaria. Su concessione del Ministero della Cultura

LA MOSTRA MIND THE MAP!

Mind the Map! Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo, ospitata nelle sale di Ca’ Scarpa, è un percorso tra mappae mundi di origine medievale, atlanti, tappeti geografici e rappresentazioni coeve del mondo geografico, ma anche politico, economico e culturale. Emerge, in ogni epoca, lo sforzo intellettuale dell’uomo nel tentativo di disegnare lo spazio terrestre, passando dal Non plus ultra al Plus ultra, al Theatrum orbis terrarum (che danno il nome alle tre sezioni della mostra). Massimo Rossi, geografo storico e responsabile della cartoteca della Fondazione Benetton, è il curatore del progetto: “Le mappe non sono mai statiche, non sfuggono a questa logica nemmeno le mappae mundi elaborate nei monasteri medievali ricche di storie da raccontare, di luoghi mitici da osservare e di verità rivelate efficacemente disegnate sulla mappa. Oltretutto, una mappa è sempre un esito sociale: Alexander von Humboldt, scienziato, esploratore, geografo e umanista, all’interno di un corposo studio sulla storia della geografia del Nuovo Mondo, ripercorrendo opinioni, considerazioni e mappe elaborate nel corso dei secoli, arriva a considerare che ‘le carte geografiche esprimono le opinioni e le conoscenze, più o meno limitate, di chi le ha costruite’”. Insomma i mappamondi di ogni epoca riflettono non solo lo stato delle conoscenze ma comunicano i valori sociali delle comunità delle quali sono espressione, tanto più se sono state elaborate negli atelier di artisti. La mostra trevigiana mette in dialogo mappe secolari ed espressioni artistiche contemporanee a confronto con l’immagine del mondo.

Wingu Tingima, Wallawuru Tjukurra, 2007, Courtesy Luciano Benetton Collection
Wingu Tingima, Wallawuru Tjukurra, 2007, Courtesy Luciano Benetton Collection

LA FONDAZIONE IMAGO MUNDI

Da questa riflessione discendono anche le altre due mostre del pacchetto, emanazione degli interessi e delle attività di Fondazione Imago Mundi, istituzione non profit nata nel 2018 dall’evoluzione di Imago Mundi Collection, fondata da Luciano Benetton. L’obiettivo del polo è quello di catalizzare espressioni artistiche e fermenti culturali da tutto il mondo: la collezione permanente riunisce oggi oltre 26mila opere dal formato 10 per 12 centimetri, realizzate da artisti provenienti da 160 Paesi e comunità native, per raccontare le diversità espressive delle culture umane. Dal 2018 ha il suo quartier generale nelle Gallerie delle Prigioni, antiche carceri asburgiche restaurate dall’architetto Tobia Scarpa.

Ulzii Javkhlan Adiyabaatar, Not move earth, Mongolia, 2015. Olio su tela, 200 x 300 cm. Collezione di Luciano Benetton, Treviso
Ulzii Javkhlan Adiyabaatar, Not move earth, Mongolia, 2015. Olio su tela, 200 x 300 cm. Collezione di Luciano Benetton, Treviso

LA MOSTRA ATLANTE TEMPORANEO

Atlante Temporaneo. Cartografie del sé nell’arte di oggi va in scena proprio alle Gallerie delle Prigioni, e mette insieme l’opera di 14 artisti che, sviluppando il significato tradizionale di mappa lungo strade non convenzionali – quelle del subconscio, del corpo, dei pensieri, delle memorie che interagiscono in ognuno di noi –, presentano un’idea di mappatura alternativa.
Il curatore della mostra Alfredo Cramerotti li identifica come cartografi-artisti: “Un cartografo-artista volge lo sguardo non esclusivamente all’esterno ma piuttosto verso di sé, mirando a fare chiarezza sulle proprie esperienze, percezioni, emozioni, spiritualità e sensazioni fisiche e mentali. La mostra rende evidente che il risultato di quello che vogliamo leggere in una rappresentazione (cartografica o artistica) dipende non dalla sua fedeltà all’oggetto o soggetto rappresentato ma da quali metodi e regole ci proponiamo di seguire in questa lettura. È un tentativo di individuare il confine tra questi due estremi – realtà e rappresentazione – che molto spesso diamo per scontato”.

Terra Incognita. Esplorazioni nell’arte aborigena, Exhibition view at Chiesa di San Teonisto, Treviso. Photo Marco Pavan
Terra Incognita. Esplorazioni nell’arte aborigena, Exhibition view at Chiesa di San Teonisto, Treviso. Photo Marco Pavan

LA MOSTRA TERRA INCOGNITA

La chiesa di San Teonisto ‒ restituita alla città alla fine del 2017 dopo un complesso intervento affidato alla creatività dell’architetto Scarpa, che ha però preservato lo spazio preesistente – accoglie il progetto Terra Incognita: l’inclusività è la strada giusta, a cura dell’australiano D Harding. Il punto di partenza è la collezione di arte aborigena australiana parte della Imago Mundi Collection, proposta in mostra come una grande installazione composta da 228 tele dipinte disposte a terra, a comporre un paesaggio multiforme da osservare dall’alto e da una certa distanza. La terra incognita del titolo ci trasporta verso un mondo lontano: “Le molteplicità e le complessità delle culture indigene australiane sono ancora una ‘terra incognita’ per molti pubblici globali dell’Arte Aborigena e dell’arte contemporanea realizzata da aborigeni. Grazie a questa raccolta di opere e a questa mostra, le realtà delle esperienze aborigene e la nostra vita culturale possono essere condivise con maggiore autenticità con il pubblico italiano” spiega D Harding. “Presentare le opere e tutti gli artisti presenti in collezione in modo orizzontale è stata una scelta intenzionale per non istituire gerarchie e iniziare la conversazione attorno alla storia della collezione con un’aperta generosità”.

Livia Montagnoli

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