L’anno di Dante: English-free year

Nel 2021 si celebrano i sette secoli dalla morte di Dante. Lo storico dell’arte Antonio Natali suggerisce di rendere omaggio al Sommo Poeta limitando il ricorso alle espressioni inglesi ormai abusate e riscoprendo la lingua italiana.

Illustrazione di Gustave Doré per la Divina Commedia di Dante Alighieri, Inferno, tavola 2, 1857
Illustrazione di Gustave Doré per la Divina Commedia di Dante Alighieri, Inferno, tavola 2, 1857

Raffaello è stato meno fortunato di Leonardo. Nel 2019 le celebrazioni per il quinto centenario della morte del Vinci non sono state turbate da un morbo aggressivo, com’è invece toccato nel 2020 alle rievocazioni per la stessa ricorrenza di Raffaello, stravolte dall’isolamento forzato.
Il 2020 quasi volge al termine, ma le nubi ancora campeggiano, minacciose, nei nostri cieli, facendo temere incertezze nuove. E intanto spunta il terzo centenario ineludibile per la cultura italiana: nel 2021 saranno sette secoli dalla morte di Dante e l’inquietudine alligna fra coloro che a giusta ragione vogliono celebrarlo, ma paventano un nuovo confinamento collettivo. Per serbare di lui memoria devota e grata c’è tuttavia un modo che non implica rischi economici e che avrebbe, per converso, effetti benefici sull’educazione dei giovani. Un modo che in questi tempi di conformismo intellettuale e di provincialismo camuffato farà storcere la bocca ai più. Parlo d’un “voto”. Un voto di quelli che si fanno alla Madonna e ai santi: nell’anno di Dante impegniamoci tutti a non ricorrere a quei lemmi inglesi che infarciscono i nostri discorsi.

TORNARE ALLA LINGUA ITALIANA

Lemmi cavati dal vocabolario inglese con la convinzione stupida che, al pari di gemme preziose, nobilitino i concetti esibiti e ne mascherino la vacuità. Parole desunte da una lingua ch’è indispensabile per il dialogo fra genti diverse. Parole però che sovente vanno a sostituire quelle nostrali; anche quando quest’ultime sarebbero incomparabilmente più pertinenti e belle. Non si capisce perché si voglia imbastardire l’eloquio dolce e al contempo vibrante delle nostre terre con l’inserzione sempre più frequente e spesso incongrua del gergo inglese. Almeno nell’anno dedicato a Dante (che la lingua italiana ha reso sacra) si potrebbero santiddio evitare gli ammiccamenti anglofoni e le scorciatoie linguistiche anglosassoni; che sono alla fine espedienti volgari per nascondere la pigrizia di chi neppure più si sforza di cercare il vocabolo italiano appropriato. E intanto la nostra lingua impercettibilmente declina, pervasa dai troppi lockdown, smartworking (in voga al momento), mission, step, startup, target, brand, trendy, abstract, all inclusive, fake news, e giù per la scesa fino alla fatidica location.

Nell’anno di Dante impegniamoci tutti a non ricorrere a quei lemmi inglesi che infarciscono i nostri discorsi”.

A proposito: una volta un regista italiano venne agli Uffizi per chiedermi d’utilizzare la Galleria come location. La parola risuonò nelle mie orecchie come una schioppettata. Visto ch’era un regista lo invitai a girare di nuovo la scena: lo pregai d’uscire dalla stanza e di rientrarvi riformulando la stessa domanda nella nostra comune lingua. S’era soltanto all’inizio. A distanza di anni temo che location sia l’unico vocabolo che oggi noi italiani si comprenda al volo quando si ragioni d’ambienti, di luoghi, di spazi. A questi pensieri non è sottesa un’aspirazione autarchica, bensì il desiderio d’avvalorare, soprattutto nei giovani, la consapevolezza della nobiltà d’una lingua (la nostra) universalmente riconosciuta come una delle più liriche. Dante si merita un po’ di rispetto. Perlomeno nel 2021.

Antonio Natali

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #22

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Antonio Natali
Dal giugno del 2006 al novembre del 2015 è stato direttore della Galleria degli Uffizi, dove ha lavorato dal 1981 al 2016. Nello stesso 2006, in un concorso al Politecnico di Milano, ha ottenuto l’idoneità come professore ordinario di Storia dell’arte moderna. Dal 2000 al 2010 ha insegnato Museologia all’Università di Perugia. Studia soprattutto argomenti di scultura e di pittura del Quattrocento e del Cinquecento toscano, con incursioni frequenti nel contemporaneo.