Di anno in anno: dal 2019 di Leonardo al 2020 di Raffaello

Tra grandi mostre a tema leonardesco, nel cinquecentenario della sua morte, attribuzioni strampalate e scoperte che lasciano perplessi, il 2019 ha lasciato il posto a un 2020 tutto incentrato su Raffaello.

Raffaello, Guarigione dello storpio.Foto © Governatorato SCV – Direzione dei Musei
Raffaello, Guarigione dello storpio.Foto © Governatorato SCV – Direzione dei Musei

L’Anno Leonardiano ce lo siamo (finalmente?) lasciato alle spalle. Protagonista (mancato) dei dodici mesi consacrati al genio di Vinci è stato quel Salvator Mundi che, dopo aver fatto scalpore al momento del suo acquisto da parte degli Emirati Arabi, nel 2017, si è gradualmente ritirato dalle scene, a indicare che la sua autografia è tutt’altro che pacificamente accolta. Si diceva che il dipinto dovesse rispuntare fuori alla rassegna parigina su Leonardo; invece nulla, e in mostra ha fatto le sue veci una versione di bottega tutt’altro che esaltante.
Per un feticcio che stenta ad affermarsi come tale, un altro, anzi il feticcio dei feticci, che consolida il suo dominio: emblematica dello strapotere della Gioconda è stata la vicenda del suo temporaneo spostamento nella sala del Louvre che accoglie il ciclo di Maria de’ Medici di Rubens. In barba al fatto che anche le tele seicentesche sono opere capitali e celeberrime, e che, costituendo per l’appunto un ciclo, andrebbero viste tutte insieme, una di seguito all’altra, la teca con la Monna Lisa è stata quasi addossata a due dei dipinti rubensiani, rendendone praticamente impossibile la fruizione. Poco dopo è arrivata la proposta provocatoria (ma neanche tanto) del critico del New York Times Jason Farago: se vuole sopravvivere all’assalto degli idolatri, il Louvre deve rimuovere il feticcio e dedicargli uno spazio esclusivo, in un padiglione esterno all’edificio del museo.

ATTRIBUZIONI STRAMPALATE E DINTORNI

Non sono mancate, naturalmente, le attribuzioni strampalate. Una bufala clamorosa, che per fortuna sembra essersi eclissata con la rapidità con cui ha fatto il giro del mondo, ha riguardato un ritratto risalente al Cinquecento inoltrato del castello di Valençay, nella Loira, spacciato per un’effigie di Nicolò Machiavelli dipinta da Leonardo da Vinci: quando invece l’opera non c’entra nulla né con l’uno né con l’altro.
Al di qua delle Alpi si sono viste cose belle e cose brutte. Tra le seconde una rabbiosa Giorgia Meloni che, con tanto di striscione, rivendica l’italianità di Leonardo. Molti hanno ribattuto che nel Rinascimento “l’Italia nemmeno esisteva”; ma è una risposta fuorviante. Anche se la Penisola non era unificata, una “identità” italiana, un comune senso di appartenenza esisteva eccome, tra gli intellettuali: Leonardo avrebbe potuto cantare, parafrasando Gaber, “Io mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo non lo sono”. Il punto è un altro. Che non ha senso, ed è anzi pericoloso, sfruttare figure di portata universale per aizzare sentimenti nazionalistici e per un basso tornaconto di visibilità politica. Indipendentemente da dove sono nati (e comunque Leonardo trascorse un periodo significativo della sua esistenza oltralpe). Di fronte all’errore del conduttore di France 2, che, lanciando un servizio su Leonardo, lo ha definito “genio francese”, sarebbe stato meglio fare spallucce e dedicarsi a diffondere la conoscenza di un artista che molti tirano per la giacchetta, senza tuttavia conoscerne adeguatamente l’opera.

GLI EVENTI DA RICORDARE

Tra le iniziative meritorie vanno menzionate almeno la mostra dell’Ambrosiana dedicata alla grafica, quella su Verrocchio a Palazzo Strozzi (che ha avuto il merito di ricordare che Leonardo non è un genio isolato, ma un personaggio profondamente calato nel suo tempo, allievo di un artista sommo) e l’apertura delle spettacolari Nuove Gallerie consacrate al Vinciano presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano.
Il testimone passa ora a Raffaello: al di là di come la si pensi sulle megamostre-evento, la rassegna in programma alle Scuderie del Quirinale lascia a bocca aperta, per il numero e la qualità delle opere. E chissà che nel 2020, dopo un Caravaggio (dubbio) ritrovato in soffitta e un Cimabue appeso in cucina, non salti fuori, da un garage o da una rimessa per gli attrezzi, un capolavoro del gigante di Urbino.

Fabrizio Federici

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #20

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
AutoriLeonardo da Vinci, Raffaello
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Fabrizio Federici
Fabrizio Federici (1978) ha compiuto studi di storia dell’arte all’Università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito il diploma di perfezionamento discutendo una tesi sul collezionista seicentesco Francesco Gualdi e il suo inedito trattato Delle memorie sepolcrali. I suoi interessi comprendono temi di storia sociale dell’arte (mecenatismo, collezionismo), l’arte a Roma e in Toscana nel XVII secolo, la storia dell’erudizione e dell’antiquaria, la fortuna del Medioevo, l’antico e i luoghi dell’archeologia nella società contemporanea. È autore, con J. Garms, del volume "Tombs of illustrious italians at Rome". L’album di disegni RCIN 970334 della Royal Library di Windsor (“Bollettino d’Arte”, volume speciale), Firenze, Olschki 2010. Dal 2008 al 2012 è stato coordinatore del progetto “Osservatorio Mostre e Musei” della Scuola Normale.