“È cambiata una sola cosa: tutto” recitava il criptico payoff che ha accompagnato il lancio dell’iPhone 6s nel 2015: vale anche per l’ecosistema della cultura rispetto a contenuti, format, innovazione di prodotto e di processo, sostenibilità economica e possibilità di attivare interlocuzioni mature con l’impresa – sociale, terziaria, manifatturiera.

Un metro e un grado, e cosi tutti gli immaginari dello spazio/tempo pubblico e privato sono stati sovvertiti; la geografia si è azzerata, il planisfero con la sua idea di globalizzazione pre-COVID è andato in pezzi; nella second life della rete ha fatto irruzione la real life, e il common ground si è spostato nell’etere. Città vuote tristemente meravigliose, aerei a terra come geometrie su un tecnigrafo, file per gli acquisti come composizioni per una performance. È un feroce contrappasso per una civiltà che ha costruito sulla simultaneità e l’interrelazione i propri immaginari, li ha incorporati nelle esperienze e nelle produzioni reali e simboliche, e ne ha fatto il proprio modello di sviluppo. Cosa lascerà questa tempesta – per dirla con Papa Francesco, icona del martirio, fragile ma non incerto, solo nel rito tra tecnologia e liturgia, dritto davanti al mistero che interroga con lo spazio pubblico ammutolito e solenne? Cosa accadrà alle comunità, alle economie, al nuovo capitalismo, alle industrie culturali e creative? Quale reset attende corpi e sguardi mobili per scelta e per vocazione? Codici, riferimenti, etica ed estetica hanno fatto strike e con loro gli architravi del fare, del Senso e del Sacro nella dimensione spirituale ed esistenziale; è cambiato il rapporto tra una domanda tutta da intercettare, comprendere e poi soddisfare, e un’offerta indebolita e incrinata da criticità pregresse. Per tenere aperta e connessa la community e sostenere la filiera, il mondo della cultura sta dispiegando una poderosa infrastruttura della condivisione chiamata a esorcizzare il trauma, a elaborare l’esserci con la creatività diffusa e l’accessibilità a uno stock di contenuti digitali mai visto prima, che tuttavia non potrà colmare la necessità dell’esperienza fisica, del rito, del corpo a corpo con l’opera e i suoi significati.

UN NUOVO RAPPORTO CON IL DIGITALE

ArtLab, new digital residency, live talk, virtual vernissage, online viewing room, digital experience non sono solo modalità funzionali di relazione ma visioni del mondo, strutture linguistiche, paradigmi di comprensione della realtà, punti di contatto tra bisogni e desideri, modelli di business. Come i raffinati Dispatches di Hauser & Wirth, il palinsesto multidisciplinare del MAXXI, il Triennale Decameron, i sofisticati Viaggi da Camera di Fondazione Trussardi, Platform NY di David Zwirner, Palazzo Grassi at yours, l’attivismo di colossi come Art Basel, la rassegna cinematografica streaming Perfect Failures di Fondazione Prada, una metafora pertinente. È un’offerta curatoriale dedicata con un uso versatile e originale della tecnologia, sperimentazioni tra mezzo e linguaggio, è una legacy da cui ripartire; una conferma che la stanza come laboratorio involontario è già un asset per imprese e istituzioni culturali, dentro e oltre questa contingenza, un’opportunità per il capitale umano. È l’alba di un rapporto nuovo tra online e offline e di una visione diversa di internazionalità con l’agorà digitale che supera la dimensione funzionale – a lungo una commodity ‒ per articolazioni che ridisegnano progetto, modalità di interazione e relazione, programmi di ricerca e divulgazione. La radicalità di questo passaggio riguarda fruizione, investimenti, committenza, e la scala dei desideri contenuta in ogni programma di acquisto di beni e servizi ad alto valore aggiunto.

LE PROSPETTIVE DEL CAMBIAMENTO

Il cambiamento è una promessa: da un lato i progetti della cura come welfare che diventa lab, accoglie il senso contemporaneo della cittadinanza culturale e dell’appartenenza alla comunità di destino, un’idea inclusiva e non retorica del terzo settore; dall’altro la costruzione del valore come orizzonte per ogni stakeolder engagement. Per Walter Benjamin “la vita non è qualcosa che appartiene alla natura in quanto tale, poiché si dà vita dove si dà storia, e solo nella storia la vita è sé stessa”. Se dunque i baricentri della vita piena sono la natura e la storia, il discorso pubblico è fondativo rispetto all’idea di libertà, di democrazia, alla comunità che cura, alla cultura e alla conoscenza come deposito e produzione che genera valore e senso. E il bene culturale come incrocio dinamico tra patrimonio e produzioni contemporanee è tra le dotazioni strategiche che generano sviluppo sostenibile. Ma la dimensione sistemica del patrimonio è chiamata ad accogliere anche il valore irriducibile dei beni culturali viventi come depositi di conoscenza, forza morale, elaborazione simbolica all’origine delle conquiste di civilizzazione del Novecento, con la demoetnoantropologia come parte essenziale dell’arcipelago dei beni culturali come beni comuni. Ci stanno salvando fili e mani che uniscono. Fili della vita e della cura che avvolgono chi soffre; fili infiniti degli storage center, emblemi della società automatica dove si materializza l’immanenza delle interconnessioni planetarie; fili come quelli di Napoli, del Panaro di quartiere ‒ chi può metta chi non può prenda. E mani gentili, che comprendono e conoscono. Nei 33 nomi di Dio di Marguerite Yourcenar il sedicesimo nome di Dio è “la mano, che entra in contatto con le cose.

Cristiana Colli

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Cristiana Colli
Cristiana Colli nata a Reggio Emilia nel 1964. Laureata in Scienze Politiche, giornalista dall’85, cura l’ideazione e l’organizzazione di progetti culturali, eventi, mostre, festival e iniziative di valorizzazione. Per istituzioni pubbliche e private, musei, aziende, ordini professionali, fondazioni realizza e promuove strategie di comunicazione sociale e culturale legate al paesaggio, all’architettura, all’arte contemporanea e al design. Sul fronte della ricerca economica e sociale dal 2003 collabora con il Consorzio A. Aster e dal 2007 lavora con Symbola-Fondazione per le Qualità Italiane. È direttore responsabile della rivista rivista MAPPE – Gagliardini.