Perché non è vero che Yale University ha cancellato il Rinascimento

Torniamo sull’affaire che sta scaldando qualche politico locale: la presunta eliminazione del Rinascimento dai corsi di Storia dell’arte della Yale University.

Beato Angelico, L’Annunciazione e l’espulsione di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, 1425-26, Museo Nacional del Prado, Madrid
Beato Angelico, L’Annunciazione e l’espulsione di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, 1425-26, Museo Nacional del Prado, Madrid

Apprendo delle polemiche, a mio parere fuorvianti, intorno alle scelte adottate dal Dipartimento di Storia dell’arte dell’Università di Yale, riguardo la riformulazione dell’offerta didattica. Riformulazione che avrà, secondo alcuni, delle ripercussioni sull’insegnamento dell’arte italiana del Rinascimento. Polemiche che, a quanto mi consta, non coinvolgono, ad oggi, il mondo accademico ma quello della politica statunitense e italiana. Particolare, questo, non privo di aspetti surreali e destinato, probabilmente, a lasciare il tempo che trova, se non fosse per quello che sempre più si configura, sulla scia di Benjamin e Habermas, come un uso pubblico della storia.
Pur nel rispetto del libero pensiero e del diritto di ciascuno di esprimere la propria opinione, indipendentemente da competenze scientifiche mirate, la battaglia condotta da alcuni esponenti della politica nostrana in difesa dell’italianità e del ruolo della cultura italiana nel mondo mi appare strumentale. Una sorta di meccanismo a orologeria che, puntualmente, è pronto ad esplodere senza nessun reale costrutto.

QUANDO LA POLITICA SI APPROPRIA DELL’ARTE

Cito a proposito, sollecitata dalla memoria personale, iniziative pur diverse che negli ultimi anni sono state oggetto di sdegno e messe, come tali, all’“indice”.
Da alcune scelte operate nel febbraio del 2018 dalla direzione del Museo Egizio di Torino, un’eccellenza nel mondo, a We are in the same boat, manifesto firmato da Marina Abramovic per la celeberrima regata tenutasi a Trieste, sempre nel 2018.
Ancora ricordo, pur se di segno diverso, la manipolazione a cui fu sottoposta da parte del vicesindaco di Trieste l’eloquente immagine del barcone di migranti recuperati dalla Marina militare italiana. Opera di cui è autore Massimo Sestini, che ha vinto nel 2014 il World Press Photo e utilizzata, lo scorso anno, per scopi per altro opposti a quelli creativi e morali dell’autore.
Sebbene sia convinta che sotto il profilo storiografico l’opera d’arte sia sempre un atto politico, noto un susseguirsi di interventi che in nome di una concezione identitaria divisiva, e con la durata di una bolla di sapone, utilizzano strumentalmente la cultura con fini propagandistici.

Il mondo cambia e con esso muta anche la ricezione e la riconfigurazione del passato e della geografia culturale”.

L’Università di Yale, per ritornare al cuore del mio intervento, è responsabile delle proprie scelte in materia di offerta didattica e scientifica.
Scelte opportunamente espresse sul sito di quello che è uno degli atenei tra i più prestigiosi al mondo, ed esposte con argomentazioni interessanti che apportano sollecitazioni rivolte non solo agli addetti ai lavori. Spunti di riflessione necessari che riguardano il predominare di uno sguardo ancora eurocentrico e intorno ai quali molti storici dell’arte nelle università della penisola, da tempo, si interrogano.
Il mondo cambia e con esso muta anche la ricezione e la riconfigurazione del passato e della geografia culturale. Questo non significa che tutto vada stravolto in nome di una presunta modernità, ma certo ciò comporta la necessità di porsi nuovi interrogativi. Il concetto di canone, centrale in ogni impostazione storiografica, coinvolge nozioni quali “politica”, intesa nell’accezione etimologica del termine, “potere” ed “egemonia” culturale e, contrariamente a quanto si è portati a immaginare, non solo si costruisce nel tempo, ma è soggetto a continui assestamenti, come la scelta da parte dell’Università di Yale, che va meditata, sta a dimostrare.
Giova ricordare, del resto, a conferma del carattere pretestuoso di molte obiezioni, che la rimodulazione riguarda i corsi introduttivi (survay course), ovvero i corsi generali di andamento semestrale e che non cancella il Rinascimento italiano e la cultura europea ma le tratta secondo un approccio comparatistico.

DOV’ERANO I SOVRANISTI QUANDO L’ARCHIVIO MARINETTI ANDAVA NEGLI USA?

Mi piace concludere, a proposito della tutela delle fonti della cultura italiana, ricordando al lettore che presso la Beinecke Library di Yale è confluito l’Archivio Filippo Tommaso Marinetti. Un insieme importante di carte che, pur non riguardando “il nostro” Rinascimento, rappresenta un tassello fondamentale per lo studio della storia italiana nella prima metà del Novecento.
Un fondo evidentemente considerato, quando fu acquisito nel secolo scorso dall’Università di Yale, di scarso interesse dalle istituzioni della penisola.

Gabriella De Marco

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Gabriella De Marco
Gabriella De Marco è professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Palermo, dove insegna come titolare dal 1998. I suoi interessi di studiosa si sono focalizzati, nel tempo, principalmente sui rapporti tra arte e letteratura in Italia e in Francia tra il XIX secolo e l’età contemporanea, sulle avanguardie storiche del Novecento con particolare attenzione all’area del cubismo e del futurismo italiano, sulle fonti dell’arte contemporanea e sugli archivi del XX secolo. Il tema degli archivi, dell’individuazione e della costruzione delle fonti è stato, ed è ancora, sotto il profilo epistemologico, al centro dei suoi interessi unitamente ad una riflessione sui rapporti tra cultura umanistica e tecnologie digitali. È stata ideatrice e responsabile scientifico dell’ambiente digitale Agave. Contributo alla costruzione delle fonti della cultura umanistica in Italia nel Novecento. Ambiente (attualmente in manutenzione) posto nel portale dell’Università di Palermo. Sempre relativamente al tema delle fonti del XX secolo ha coordinato progetti di ricerca sullo spoglio di quotidiani e riviste pubblicando due volumi sul quotidiano palermitano “L’Ora” (Silvana Editoriale, 2007,2010). Si è occupata, ancora, del tema dell’intermedialità, dell’interattività e del concetto di paternità frazionata nella ricerca visuale contemporanea in relazione al diffondersi delle reti sociali. (Classico/contemporaneo, gennaio 2016). Il tema della città contemporanea e dello spazio urbano è al centro dei suoi interessi a partire dalla metà del duemila. Si è occupata, infatti, di alcuni aspetti legati al Museo diffuso di arte contemporanea elaborando un progetto per il quadrante sud- ovest di Roma (Sinergie, novembre 2015), unitamente al tema dell’ambiente, della tutela del paesaggio e della salute. A questo riguardo il progetto sul museo diffuso è stato ampliato all’area compresa tra Roma, Ostia e litorale a sud della capitale. La ricerca è stata pubblicata negli atti del convegno dell’Aisu (Associazione italiana storia urbana) tenutosi a Napoli nel settembre del 2017, mentre è in corso di pubblicazione un volume sull’argomento. Sul museo diffuso, sul rapporto tra arte, architettura e committenza sia nel contesto dei primi anni del XX secolo sia nelle democrazie europee contemporanee si focalizzano parte delle ricerche dell’ultimo decennio. Ha studiato e studia temi quali gli aspetti identitari nel primo trentennio del XX secolo, l’ uso pubblico della storia e la costruzione del consenso. Ha collaborato e collabora, sin dalla fine degli anni ottanta, con riviste di critica d’arte e negli anni novanta ha scritto di arte sulla pagina culturale nazionale de “ L’Unità”. Tra il 1996 e il 2007, è stata redattore responsabile, per la storia dell’arte, della rivista universitaria “Avanguardia”. Rivista di Letteratura contemporanea (Pagine Editore, Roma). Attualmente interviene sulla cronaca di Palermo del quotidiano La Repubblica.