Raffaello e il Rinascimento banditi da Yale? Non proprio e vi spieghiamo perché

Il prestigioso ateneo americano ha deciso di riformulare la propria offerta formativa, facendo notare che la storia dell’arte è una narrazione fatta di più voci, e non solo appannaggio europeo. La notizia ha sollevato indignazioni in Italia. Ma non faremmo meglio ad essere meno offesi e più autocritici?

Yale Building
Yale Building

La notizia sta circolando sulla stampa internazionale e anche su quella italiana, sollevando consensi, proteste, fake news o versioni dei fatti leggermente manipolati per fini sensazionalistici. La prestigiosa Università di Yale toglierà dai suoi corsi di insegnamento la Storia dell’arte, quella eurocentrica, fatta da artisti bianchi, uomini e occidentali, quella che si è sempre insegnata da noi, per capirci. È vero? Non del tutto, ed è facile travisare. La questione è partita dal Direttore di dipartimento dell’ateneo americano Tim Barringer, il quale ha pensato di riformulare l’offerta formativa per lanciare il messaggio che quella eurocentrica non è un’arte rappresentativa di tutto il mondo (nonostante la storia sia scritta dai vincitori, come si suol dire).

LA STORIA DELL’ARTE A YALE

Ancora Barringer ha comunicato che il corso “Introduzione alla storia dell’arte: dal Rinascimento ai giorni nostri”, messo a punto dal professor Vincent Scully – tra quelli propedeutici all’accesso degli altri corsi – subirà delle modifiche a favore di una narrazione più ampia e inclusiva, nonostante ci sia la consapevolezza dell’impossibilità di essere esaustivi su tutti i fronti nell’arco di un solo semestre. Anche il nome cambierà, probabilmente in qualcosa come “Introduzione alla storia dell’arte occidentale”, titolo con cui già in via informale Barringer apostrofa il modulo di lezioni. “Credo che il corso in questione abbia un profondo valore culturale“, ha dichiarato il direttore, “voglio che tutti gli studenti di Yale (e tutti i residenti di New Haven che possono entrare liberamente nei nostri musei) si sentano sicuri nell’analizzare e apprezzare le opere fondamentali della tradizione occidentale. Ma senza confondere la storia della pittura europea con quella dell’arte di tutto il mondo“. A spiegare la vicenda anche Marisa Bass, direttrice degli “Undergraduate Studies” di Yale (che corrispondono a una sorta di corso di laurea breve):“il dipartimento di Storia dell’arte di Yale è profondamente impegnato a rappresentare la diversità intellettuale dei suoi studenti della sua facoltà e crediamo che i corsi introduttivi siano un’opportunità essenziale per continuare a sfidare, ripensare e riscrivere le narrazioni che compongono la storia di arte, architettura, immagini e oggetti attraverso il tempo e il luogo”. E ha concluso, “questi corsi e quelli che continueremo a sviluppare in futuro sono progettati in linea con una verità essenziale: che non c’è mai stata una sola versione della storia dell’arte”. 

IL CASO YALE: LE REAZIONI IN ITALIA

La dichiarazione divulgata dalla direttrice Marisa Bass è portatrice di un concetto piuttosto chiaro: chi studia arte (come tante altre discipline, soprattutto umanistiche) deve essere in grado non solo di memorizzare le informazioni tramandati dai libri, ma deve sviluppare anche la capacità intellettuale di attualizzare quella storia nel tempo presente, tentando, come è giusto che sia, di sfruttare quella conoscenza per migliorare il mondo. Uno studio critico, insomma, e non solamente nozionistico. Con tutta la pluralità di voci e la complessità che una materia come la storia dell’arte (vecchia quanto la specie umana) si porta dietro. Tale tesi – che non intende escludere a priori l’insegnamento dell’arte rinascimentale o europea – nei canali di informazione nostrani è stata trasformata in una sorta di affronto all’italianità e al patrimonio storico artistico qui presente. A commentare la notizia anche il vicepresidente della Camera dei Deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, il quale ha annunciato che sulla “campagna anti-Rinascimento” di Yale presenterà una mozione. Secondo quanto riportato da Il Giornale: “Da italiano e architetto, mi sento offeso per la scelta di Yale. Mi chiedo quale sia l’opinione della influente comunità italiana negli Stati Uniti, la Niaf, già duramente messa alla prova dalla furia iconoclasta contro Cristoforo Colombo, e quella del presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, la cui passione per l’arte italiana è nota“. Al di là dell’atto “offensivo” o meno di Yale, è curioso come l’indignazione salga dalla una certa classe politica di un Paese artisticamente ricco, si, ma in cui l’insegnamento della storia dell’arte nelle scuole viene eroso e sminuito con il procedere di ogni riforma scolastica, i fondi alla ricerca e ai beni culturali sono tagliati spesso e volentieri, i musei considerati un luogo elitario (almeno fino a poco tempo fa) e il patrimonio difficilmente riesce a sostenersi senza il contributo dei privati. Non sarà forse il caso di guardare un po’ più in “casa propria”, invece di considerarsi costantemente sotto assedio?

-Giulia Ronchi

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.