Conquistando luce (VIII)

“La scrittura si ribella alla stupidità della vita – una stupidità brutale, non serena, non pacificata. La scrittura è il racconto continuo, inutile se volete, anche noioso magari, di questo fastidio”. Nuovo capitolo della saga di Christian Caliandro.

Lee Krasner, Icarus, 1964. Thomson Family Collection © The Pollock Krasner Foundation. Courtesy Kasmin Gallery. Photo Diego Flores
Lee Krasner, Icarus, 1964. Thomson Family Collection © The Pollock Krasner Foundation. Courtesy Kasmin Gallery. Photo Diego Flores

Dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano / ecco l’unico fatto che possa compensarmi di non essere IO L’URAGANO!” (Massimo Volume, Emmanuel, primo dio in Lungo i bordi, 1995). Le (micro)comunità si formano e si sfilacciano, si sfibrano e si ricompongono; oggi – come sempre, del resto ‒ le persone hanno un bisogno assoluto di qualcosa in cui credere, a cui aggrapparsi, di fissarsi per esempio su un disco per giorni e giorni, ossessivamente, e non di saltare da un album all’altro, da una canzone all’altra, da un gruppo all’altro… Meno playlist, più (concept) album; meno distrazione, più concentrazione; meno consumo, più affetto (“Sono gli adesivi sulle pareti / è il tempo che scorre lungo i bordi”: Massimo Volume).
Tutti siamo interconnessi, e l’egoismo è una scelta miope perché danneggia innanzitutto noi stessi, risucchia la stessa aria che respiriamo, ci priva del nutrimento necessario all’esistenza.

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I ragazzi-writer intervistati in Style Wars (Tony Silver, 1983) sono tutti fieri, un po’ spostati, leggermente sfigati e ossessionati dal bombing. Tutto sommato geniali. Vogliono essere king. Non appena, a due terzi del documentario, alcuni di loro passano in galleria e al sistema dell’arte (The Kitchen a New York), ecco che lo scenario cambia notevolmente: le persone (bianche, colte e benestanti) sembrano non comprendere minimamente le intenzioni che informano questa sottocultura e i suoi protagonisti. Una addirittura ha la spudoratezza di affermare: “Non c’è alcuna differenza tra il dipinto su questa tela, che potete ammirare comodamente a casa vostra, e quello sulla fiancata di un vagone della metro”.

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Cesare Tacchi, ...col telefono, 1967
Cesare Tacchi, …col telefono, 1967

Quello che è capitato, nella società italiana come nelle altre dell’Occidente, è un’accurata erosione della libertà individuale. Naturalmente, questa repressione non si attua in maniera violenta e coercitiva (il che farebbe troppo Novecento), ma in modo sottile e soprattutto con la collaborazione attiva, solerte e a tratti divertita degli stessi oppressi (: cioè noi). Così, per esempio, in aeroporto subiamo di continuo invasioni pesanti della nostra privacy senza ribellarci minimamente, oppure lasciamo che il nostro tempo libero venga organizzato, sezionato, scandagliato e controllato da oscure entità para-statali. Persino i comportamenti sociali che si discostano solo un poco dalla norma imposta sono considerati aberranti. E tutto questo in nome di cosa? Della “sicurezza”, della tranquillità, della garanzia (fasulla) di non essere aggrediti dagli “Estranei”, dall’Altro che bussa alla nostra porta (educatamente, per ora).

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La condizione separata – dispersa – isolata – alienata, sospesa tra due stati, tra due mondi, tra due realtà (J. G. Ballard: sogno la guerra e ne vengo sognato; curo una persona, e ne vengo curato: sono la stessa cosa) è la normalità, deve diventare la normalità nel percepire la vita e l’opera nel loro farsi. A un certo punto, a un certo livello, le due dimensioni si fondono: non c’è più bisogno di percepire la vita, si capisce, perché basta viverla; vivere la vita è anche percepirla, a un grado più alto, più completo, più gratificante. Fondere i livelli, integrarli, sanare la separazione, trovare UNA CURA.
Questa condizione è anche quella descritta da Philip K. Dick in Un oscuro scrutare (1977) e nella Trilogia di Valis (1980-’81), oltre che da China Miéville ne La città & la città (2011). Questo vivere in due situazioni, questo stare in due stati: un sentimento pericoloso ma affascinante, respingente e coinvolgente. Sei qui, ma non sei qui. Essere-presenti-scomparendo.

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Gino De Dominicis, Senza titolo Figura distesa, 1966. Collezione privata, Ancona
Gino De Dominicis, Senza titolo Figura distesa, 1966. Collezione privata, Ancona

La scrittura è What Comes Back (Trent Reznor & Atticus Ross, The Vietnam War OST). Ciò che ritorna. Il represso, il nascosto, il sommerso. Ciò che non vogliamo né vedere né sentire dei nostri pensieri, del nostro flusso interno. Ciò che non vogliamo sapere. La parte radicale, la parte irriducibile di chi noi siamo – quella che non si apparecchia, che non si apparenta, che non si associa. Che non scende a compromessi, non si mette d’accordo. La parte di noi sempre in disaccordo con gli altri e con il mondo. La scrittura è un disaccordo. Una frizione nei confronti della realtà, un fastidio. E dunque la scrittura – e l’arte – danno sfogo a questo fastidio, a questa insofferenza: li esprimono. Li buttano fuori; li fanno esplodere; li fanno esondare. La scrittura dà voce al fastidio che proviamo nei confronti del presente, degli esseri umani, delle abitudini stupide e delle regole illogiche, delle costrizioni senza motivo, dei meccanismi demenziali. La scrittura si ribella alla stupidità della vita – una stupidità brutale, non serena, non pacificata. La scrittura è il racconto continuo, inutile se volete, anche noioso magari, di questo fastidio. Senza di questo, semplicemente, non c’è racconto. Se vige l’accordo, se ogni mia scelta azione idea è elaborata e messa in atto in funzione di un guadagno, di un’efficienza, di un profitto, di una convenienza, di un risultato ‒ allora non c’è racconto. Non c’è ragione di produrre e ricevere il racconto. Non c’è magia, perché la magia è sommamente inutile dal punto di vista dell’efficienza. Non c’è amore. E non c’è vita. L’efficienza è la morte. La convenienza è la morte. Il profitto è la morte. Il risultato è la morte.
La scrittura è perciò una perenne digressione dal punto di vista di un disaccordo fondamentale con l’esistenza-realtà, e un disaccordo che si configura come disagio estremo, come disfunzionalità nell’ambito della stessa esistenza quotidiana. Ogni giorno e ogni ora si dipana e si verifica questo disagio/disaccordo, e se va bene la disfunzione si riversa nella scrittura-opera. (Se va male, rimane disagio/fastidio senza eruzione, senza emissione.)

Christian Caliandro

LE PUNTATE PRECEDENTI

Conquistando luce (I)
Conquistando luce (II)
Conquistando luce (III)
Conquistando luce (IV)
Conquistando luce (V)
Conquistando luce (VI)
Conquistando luce (VII)

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).