Che pena la storia dell’arte. L’opinione di Antonio Natali

Antonio Natali riflette sulla boutade del ministro Bonisoli. Suggerendo qualche spunto per valorizzare l’insegnamento della storia dell’arte.

Il frontespizio della Institutione oratoria di Quintiliano in una edizione edita a Firenze nel 1477 ca. Biblioteca Medicea Laurenziana
Il frontespizio della Institutione oratoria di Quintiliano in una edizione edita a Firenze nel 1477 ca. Biblioteca Medicea Laurenziana

Vengo da una terra – la Maremma livornese – dove le battute di spirito sono più sacre delle preghiere. Qualche volta m’è occorso di pentirmi d’essermi frenato e d’averne soffocata una, per rispetto umano o per decenza. In cuor mio condivido – non poi tanto vergognandomene – l’idea di Quintiliano, per il quale è meglio perdere un amico che il tempo d’una battuta. E però non si potrà tacere che, per lo stesso Quintiliano, ci sono circostanze in cui l’intelligenza e il buon gusto esigono che si reprimano la voglia e il piacere di buttarla in coglionella con due o tre parole secche. Il riferimento è a una vicenda nota: al cospetto della richiesta d’un archeologo d’arginare il primato degli storici dell’arte alla guida dei musei statali e nelle Soprintendenze, il ministro dei beni culturali Bonisoli è ricorso giustappunto a una battuta per alleggerire un clima in procinto di surriscaldarsi. Ascoltando le sue parole in un video, n’ho avvertito chiaro l’intento caricaturale; sicché a tutta prima mi son parse perfino fuori luogo talune critiche pesanti.
Poi però, a mente fredda e cioè riconducendola alla stagione attuale, quella sua risposta è anche a me suonata non solo inopportuna, ma anche perniciosa, e comunque meritevole d’esser sùbito rintuzzata da chi reputi che l’insegnamento della storia dell’arte stia toccando livelli inammissibili in un Paese dove, peraltro, i governi ipocritamente strologano sul patrimonio d’arte, additandolo come la nostra vera ricchezza. Sono già tanti, troppi, quelli che – relegando per ignoranza la storia dell’arte nell’àmbito del voluttuario – ne sviliscono e irridono l’insegnamento. Il cui attuale declino impone, appunto, di non lasciar passare indenne la frase d’un ministro dei beni culturali, il quale dice – per scherzo, s’intende – che abolirebbe la storia dell’arte e che il suo insegnamento era per lui, al liceo, una “pena”.

In Italia la storia dell’arte s’insegna come fosse storia di lingua e non anche storia di pensiero”.

Anche per molti di noi, che poi storici dell’arte sono diventati, quell’insegnamento non è sempre stato appassionante; giacché al pari d’ogni altra materia, tutto o quasi è nelle mani di chi la insegna. Certo già ai tempi di Bonisoli liceale non giovava alla materia l’esser confinata nelle pieghe d’un orario tutto vòlto a privilegiare le discipline ritenute di grado superiore. Se era così quando il ministro era al liceo, figuriamoci oggi, che le ore votate al suo insegnamento vieppiù diminuiscono (financo in quelle scuole il cui indirizzo dovrebbe viceversa indurre a incrementarle). Sono però convinto che una parte di responsabilità nel degrado della disciplina rimonti al metodo critico da noi imperante. In Italia la storia dell’arte s’insegna e si divulga come fosse storia di lingua e non anche storia di pensiero: il fulcro dei ragionamenti verte cioè sullo stile, sulle relazioni formali, sulle ascendenze e sulle dipendenze. Quasi mai o molto raramente ci si preoccupa di dar conto delle trame e dei contenuti che le opere figurano. Eppure è segnatamente lì che il pensiero dell’artefice agisce.
Per cominciare ci si dovrebbe allora chiedere quale sia quell’insegnante di letteratura che nell’esegesi d’un componimento poetico ne commenti davanti ai suoi allievi gli aspetti linguistici e trascuri o addirittura ometta i concetti che le parole illustrano. Ogni docente di lettere sa bene che sono proprio i pensieri sottesi a una poesia quelli che maggiormente toccano le corde del cuore dei suoi studenti. E un dipinto – mi capita spesso di dirlo – non è forse un componimento poetico che invece d’esprimersi in parola s’esprima in figura? Ecco, io credo che in ogni opera d’arte figurativa il riconoscimento e l’esaltazione del pensiero che la informa conferisca all’opera medesima una dignità ideologica, filosofica o teologica capace di redimerla dal luogo comune d’una bellezza astratta, su cui alla fine specula l’industria culturale più rozza. E m’azzardo a presagire che gli studenti liceali, attratti e fors’anche affascinati da trame avvincenti, proveranno meno fastidio di quanto abbia dovuto sopportare il giovane Bonisoli.

Antonio Natali

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #13

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonio Natali
Dal giugno del 2006 al novembre del 2015 è stato direttore della Galleria degli Uffizi, dove ha lavorato dal 1981 al 2016. Nello stesso 2006, in un concorso al Politecnico di Milano, ha ottenuto l’idoneità come professore ordinario di Storia dell’arte moderna. Dal 2000 al 2010 ha insegnato Museologia all’Università di Perugia. Studia soprattutto argomenti di scultura e di pittura del Quattrocento e del Cinquecento toscano, con incursioni frequenti nel contemporaneo.

1 COMMENT

  1. Difficile per chi si imbatte nella storia dell’arte preoccuparsi di trame e contenuti che le opere figurano, quando è l’arte contemporanea, parallelamente al sistema, ad aver estromesso tutto, ad aver estetizzato tutto, ad aver liberalizzato l’arte da ogni giudizio, da ogni contenuto, da ogni significato. Quando tutto è arte nulla lo è .

Comments are closed.