Ruy Blas. Corruzione e identità sul palcoscenico

L’adattamento del regista Marco Lorenzi dell’opera di Victor Hugo è un dialogo tra l’autore e gli uomini di oggi. È anche una raffinata indagine sul senso dell’identità: chi sono io, sono il mio nome? Sono il mio ruolo sociale? Sono le mie azioni? Sono tutto questo contemporaneamente?

Ruy Blas. Il Mulino di Amleto. Regia Marco Lorenzi. Photo Manuela Giusto
Ruy Blas. Il Mulino di Amleto. Regia Marco Lorenzi. Photo Manuela Giusto

Ruy Blas, col sottotitolo Quattro quadri sull’identità e sul coraggio, è frutto di un intelligente scavo nelle parole e nei corpi degli attori. Alternando periodi di residenza lungo un anno, essi hanno condiviso la creazione inizialmente svincolata dalla finalizzazione a uno spettacolo. Il sottotitolo addotto dal regista Marco Lorenzi riflette, come in altre produzioni, un bisogno di esplorare l’animo umano nei suoi moti e nelle sue passioni, da restituire con un linguaggio teatrale che possa arrivare al pubblico in maniera diretta e profonda. È questo processo creativo a contraddistinguere da sempre il lavoro di Lorenzi con la sua compagnia del Mulino di Amleto, ovvero, partendo da uno spazio vuoto, riportare soprattutto l’attore, con la sua forza, la sua umanità e la sua purezza al centro della loro ricerca. Qui, annullando la distanza sia spaziale che temporale con gli spettatori, si ricrea quel clima di partecipazione ed empatia con gli stessi attori presentati inizialmente da una narratrice ed essi stessi impegnati a enucleare diversi passaggi che sintetizzano le complesse vicende. La messinscena si svolge dentro un’arena quadrata, aperta da ogni lato a un continuo primo piano sugli attori, attorno a una corte che è proseguimento del teatro. Siamo pienamente partecipi dentro il palcoscenico del Teatro Fontana di Milano, inglobati nel meccanismo scenico di questo bellissimo e agile adattamento teatrale di Ruy Blas, storia di un lacchè timido e sentimentale, onesto e sincero, costruttore di sogni e paralizzato dalle emozioni, condotto a morire d’amore per la bella regina di Spagna.

Ruy Blas. Il Mulino di Amleto. Regia Marco Lorenzi. Photo Manuela Giusto
Ruy Blas. Il Mulino di Amleto. Regia Marco Lorenzi. Photo Manuela Giusto

LA TRAMA

In questo ampio e serrato melodramma romantico di Victor Hugo, poco frequentato dalla nostra tradizione teatrale, il desiderio di vendetta da parte del perfido don Sallustio verso la regina che l’ha esiliato è motore de dramma. Ordita in un tessuto di intrighi, cambi d’identità e ruoli per esprimere l’esaltazione degli umili comprimari assurti alle alte responsabilità del potere, la vicenda fa del protagonista lo specchio del popolo. Elevato a Grande di Spagna, il giovanotto, che ha conquistato la sovrana, anche se, per rispetto, la sfugge, sta per assumere le redini dello Stato e ripulirlo da ministri corrotti e arraffatori, quando il suo padrone ritorna e, facendo scattare l’epilogo della crudele trappola, lo riporta alla nullità delle origini, quasi avesse sognato come il protagonista di La vita è sogno di Calderón de la Barca. Qui però siamo ben lontani dalla storia della Spagna confusa e declinante della fine del Siglo de Oro. Siamo piuttosto calati nel nostro di tempo, caotico e malato nella sua perenne deriva morale, con alcuni personaggi che la simboleggiano. Perché il testo di Hugo, asciugato dell’enfasi melodrammatica, della magniloquenza di atti eroici, della ritmicità dei versi alessandrini, si rivela a noi consono grazie anche ai necessari tagli e all’aggiunta di altre parole quotidiane ricche di senso attuale. Vestiti in semplici abiti d’oggi, seduti, dapprima, e in altri momenti, fra il pubblico, tra silenzi e sguardi eloquenti, vivono il proprio personaggio distaccandosene e subito pronti a rientrare nel ruolo. Annunciati, a ogni quadro, dal loro volto immerso nell’acqua e riprodotto in video su uno schermo verticale che si rivelerà essere un tavolo, li sorprendiamo dialoganti tra loro elaborando le rispettive e altrui parti come fossero intenti alla costruzione dello spettacolo, rivolgendosi spesso verso di noi guardandoci e, in qualche frangente, chiamando in causa un lettore.

Ruy Blas. Il Mulino di Amleto. Regia Marco Lorenzi. Photo Manuela Giusto
Ruy Blas. Il Mulino di Amleto. Regia Marco Lorenzi. Photo Manuela Giusto

CORRUZIONE E DEGRADO

Bastano pochi elementi per dipanare l’ordito ed evocare il materiale del testo così ricco di stratificazioni che l’intelligente regia fa emergere da una disamina del sottotesto in una sintesi drammaturgica lineare e diretta. Ed è esemplare, per ironia e semplice forza di rappresentazione, la sequenza della grande requisitoria, di digressione populista, con cui il protagonista denuncia la corruzione e il degrado dei ministri riuniti durante un consiglio mentre, impuniti, discutono di tasse da addebitare sulla povera gente e di come riempirsi le tasche. Serve aggiungere cosa e quali tempi ci ricorda? Una sciabola, un tavolo, delle sedie, una corona di cartone e oggetti del nostro quotidiano ‒ come il telefono cellulare usato da Sallustio per transazioni di soldi e giochetti, e sul quale sarà registrata la voce di Blas quale prova imposta del suo impegno nello scambio d’identità ‒, si aggiungono all’evocazione generale suscitata, con contrappesi di ironia, dall’interpretazione e dai movimenti dei bravissimi attori – Yuri D’Agostino, Francesco Gargiulo, Barbara Mazzi, Anna Montalenti, Alba Maria Porto e Angelo Maria Tronca ‒ dotati di una libertà ispirata e di una felice levità espressiva. La morte finale di Blas, dopo la sua regressione alla primitiva condizione servile che inizialmente lo aveva visto, costretto dal padrone, denudarsi per assumere la nuova identità, sarà risolta dal lento togliersi le scarpe lasciate poi in vista, mentre gli scende dalla bocca un rivolo di sangue. Intuizioni sceniche, insieme ad altre, che fanno di questa storia di sogni impossibili, d’amore, di libertà, di riscatto, un testo meravigliosamente contemporaneo. Che ben si presta a spazi non convenzionali, a luoghi inusuali, a collocazioni di diversa natura come può esserlo anche un museo, luogo peraltro dove lo spettacolo ha debuttato lo scorso anno al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli nella sala sovrastata dal cavallo imbalsamato e appeso al soffitto di Maurizio Cattelan.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).