Un organo da chiesa suona come un club Anni Novanta. Intervista al compositore Maxime Denuc

Un intero secondo album concepito per organo in chiesa. Del nuovo album e di un percorso che trasforma musica sacra e trance Anni Novanta in esperienza visiva e spaziale abbiamo parlato con il compositore francese


In uscita l’11 settembre, Club Imperiale – secondo album del compositore elettronico francese Maxime Denuc – conferma la singolarità di una ricerca artistica capace di abbattere i confini tra disciplina acustica e cultura contemporanea. Con base a Bruxelles, Denuc ha trasformato l’organo a canne in uno strumento “aumentato” e proiettato nel presente, capace di dialogare con i contesti più disparati. Non è un caso che la sua architettura sonora abbia catturato l’attenzione del mondo visivo e performativo: l’artista britannico Mark Leckey ha integrato brani di Denuc all’interno della sua recente installazione al Guggenheim Museum di Bilbao, mentre la maison Chanel ha scelto le cadenze ipnotiche di Infinite End per accompagnare la sfilata Haute Couture Primavera/Estate 2023. Tra gli echi mistici della Sankt Antonius Kirche di Düsseldorf (chiesa all’interno della quale è stato registrato il nuovo album, come già in passato è successo per il primo Nachthorn) e le suggestioni dell’italo-trance Anni ’90, Denuc ci racconta la genesi di questo nuovo capitolo discografico e il valore della contaminazione tra musica, spazio e percezione.

L’intervista al compositore Maxime Denuc

Nel tuo nuovo album, “Club Imperiale”, la solennità della chiesa incontra l’energia della cultura clubbing Anni ’90. Che significato ha per te?
A differenza di Nachthorn, guidato da techno e dub techno, Club Imperiale è fortemente influenzato dalla trance, in particolare balearica e italiana. Cerco costantemente pattern armonici capaci di evocare emozioni immediate e di ripetersi a lungo. Ho immaginato l’album come una passeggiata in un’isola mediterranea stilizzata, stile Ibiza: villaggi bianchi, il sole cocente, una chiesa candida, la macchia mediterranea e il basso di un club in lontananza. Non sono mai stato alle Baleari: è una visione interamente immaginaria. Quanto alla solennità della chiesa, per me è prima di tutto uno spazio acustico: mi interessano il riverbero e la fisica del suono. Più ci lavoro, più dimentico dove finisce la chiesa e dove inizia lo strumento. Chiesa e club non sono mondi opposti, ma spazi in cui il suono trasforma la percezione del luogo, rendendo la musica un’esperienza fisica e collettiva.

L’organo a canne è intimamente legato allo spazio che lo ospita. Come definisci il rapporto tra la “fisicità” dell’edificio e la memoria che cerchi di evocare?
L’organo si ascolta quasi sempre da lontano, dalla navata. Con le mie registrazioni ho sempre cercato di abbattere questa distanza per offrire un incontro più ravvicinato, immergendo l’ascoltatore e mostrando le affinità tra organo e sintetizzatori. Per Club Imperiale, però, è stata proprio la sensazione di distanza a guidare la narrazione. Con l’ingegnere del suono Harry Charlier abbiamo posizionato quattro coppie di microfoni in diversi punti della chiesa, consentendoci in fase di mix con Raphaël Hénard di spostare l’ascoltatore da uno spazio all’altro all’interno dello stesso brano. Inoltre, la Sankt Antonius Kirche di Düsseldorf possiede un Fernwerk, un corpo di canne collocato nel sottotetto che crea un effetto d’eco distante e quasi irreale.

Maxime Denuc, Club Imperiale, Copertina dell'album (1200x1200)
Maxime Denuc, Club Imperiale, Copertina dell’album

Un album quasi monastico

Per registrare l’album ti sei isolato per mesi a Düsseldorf. Quanto ha influito la routine quasi monastica della vita in chiesa sul risultato finale?
Comporre per organo impone ritmi ascetici a causa di vincoli logistici come le funzioni religiose. L’unico momento per lavorare in totale silenzio è la notte, quando la città si placa e il traffico non penetra le pareti. Anche l’aspetto fisico è provante: la panca è dura e l’edificio è molto freddo. Per due anni mi sono recato a Düsseldorf tre o quattro giorni al mese, lavorando dalle 9 alle 17 e poi, dopo la messa, dalle 19 a mezzanotte. Registravo tutto per poi riascoltare e preparare le sessioni successive a Bruxelles. Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza l’accoglienza e il tempo concessomi dal cantore della chiesa, Markus Hinz: gli organi non sono stati progettati per produrre questo tipo di musica e farli suonare come desidero richiede un lavoro immenso.

Mark Leckey ha integrato la tua musica nella sua mostra al Guggenheim di Bilbao. Che tipo di connessione hai percepito tra la sua ricerca visiva e la tua architettura sonora?
Non conoscevo bene il lavoro di Mark Leckey prima che mi contattasse per utilizzare Fat Old Sun. Tuttavia, ho notato subito un approccio comune: Mark prende elementi del passato e li reinterpreta in un nuovo contesto visivo; io faccio lo stesso prendendo elementi della storia musicale, del patrimonio culturale o della memoria collettiva per collocarli in una nuova dimensione esperienziale. E c’è una strana coincidenza: circa vent’anni fa anche Mark ha effettuato delle registrazioni dell’organo della Sankt Antonius Kirche a Düsseldorf, lo stesso strumento scoperto da me per caso tramite un’email inviata come un messaggio in bottiglia e diventato poi il centro del mio lavoro.

Le collaborazioni con la moda e le evoluzioni della musica nello spazio

La moda e l’arte contemporanea sembrano trovare nel tuo organo “aumentato” una colonna sonora ideale, come dimostra l’uso di “Infinite End” sulla passerella di Chanel (Spring/Summer 2023). Com’è nata questa collaborazione?
È stata una sorpresa ricevere una richiesta da Chanel per utilizzare tre brani di Nachthorn. Non era un’ipotesi che avevo immaginato mentre componevo da solo al freddo a Düsseldorf. Però, quando ho scritto Infinite End, ho percepito subito una struttura capace di risuonare oltre il mio pubblico abituale. Più che una collaborazione diretta si è trattato dell’uso di brani preesistenti, ma è stato affascinante vedere come la musica acquisisca nuove dimensioni cambiando contesto: un pezzo concepito per organo in chiesa vive una vita completamente diversa quando incontra un altro spazio e un altro pubblico.

Come cambia il significato della tua musica quando cambia l’ambiente in cui viene fruita?
Per me un brano non ha mai un significato fisso: si evolve in base allo spazio, alla modalità di presentazione e al rapporto con l’ascoltatore. È un’idea che ho iniziato a esplorare nel 2020 con Solarium, un brano di diverse ore eseguito all’alba durante un after-party, dove il pubblico poteva muoversi liberamente. Anche tornando a formati tradizionali, questa riflessione resta centrale. Un brano techno non trasmette la stessa cosa se ascoltato dalle casse del computer, in cuffia o al centro di un dancefloor. Mi fa piacere notare che questo funzioni anche in contesti quotidiani: tempo fa ho letto di un ascoltatore che considerava Nachthorn il suo “disco dell’anno per la lettura”. È stato sorprendente e bellissimo scoprire che musica nata per un organo monumentale fosse diventata la colonna sonora intima per un libro.

Claudia Giraud

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Claudia Giraud

Claudia Giraud

Nata a Torino, è laureata in storia dell’arte contemporanea presso il Dams di Torino, con una tesi sulla contaminazione culturale nella produzione pittorica degli anni '50 di Piero Ruggeri. Giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2006, svolge attività giornalistica per testate…

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