L’attualità di Mozart. Ecco perché nelle Nozze di Figaro ci sono riflessioni valide ancora oggi (in scena a Roma) 

L’irrisione del potere, la dipendenza economica, i rapporti di squilibrio, la libertà sentimentale e sessuale, il ruolo delle donne. Tutti temi di cui si discute ancora oggi e che Mozart sollevava già nella seconda metà del Settecento. E che tornano in tutta la loro attualità nell’allestimento di Claus Guth al Teatro dell’Opera di Roma fino al 23 settembre


Al Teatro dell’Opera di Roma torna con successo lo storico allestimento creato da Claus Guth per Salisburgo nel 2006. Vent’anni dopo conserva intatta la sua intuizione centrale: ne Le nozze di Figaro il desiderio non è mai separato dal potere. Mozart e Da Ponte fanno ridere, seducono, commuovono, ma intanto mettono in discussione l’ordine sociale e la presunta superiorità degli uomini sulle donne.

Le nozze di Figaro 2026, ©Fabrizio Sansoni, Teatro dell'Opera di Roma
Le nozze di Figaro 2026, ©Fabrizio Sansoni, Teatro dell’Opera di Roma

Mozart illuminista: il potere messo in ridicolo ne “Le nozze di Figaro”

Ci sono opere custodite dalla storia della musica e opere capaci di uscire continuamente dal proprio tempo. Le nozze di Figaro appartiene a entrambe le categorie.
Mozart e Lorenzo Da Ponte la portano al Burgtheater di Vienna nel maggio 1786, tre anni prima della Rivoluzione francese. Alla base c’è La folle journée, ou Le Mariage de Figaro di Beaumarchais, una commedia tanto pericolosa da essere ostacolata da Luigi XVI e vietata sulle scene viennesi da Giuseppe II.
Per superare la censura, Da Ponte riduce i personaggi ed elimina gran parte della polemica politica esplicita. Scompaiono le tirate più aggressive contro i privilegi aristocratici. Rimane però la sostanza di un mondo nel quale servi e padroni abitano lo stesso spazio, desiderano le stesse cose e scoprono di possedere intelligenze assai meno gerarchiche dei rispettivi ruoli sociali. Mozart non scrive un manifesto. Fa qualcosa di più efficace: mette il potere in ridicolo.

“Le nozze di Figaro” e la censura

Il Conte vuole Susanna. Può desiderarla, naturalmente, ma crede anche di poterne disporre. È il padrone della casa e lei lavora per lui. Tra i due non esiste soltanto una differenza di genere, ci sono il reddito, la posizione sociale e la possibilità concreta di imporre una volontà. È qui che un’opera del 1786 tocca brutalmente il presente.
Susanna, però, non si lascia rinchiudere nel ruolo della vittima. Osserva, capisce, organizza alleanze. È quasi sempre un passo avanti agli uomini che vorrebbero decidere per lei. La sua forza, moderna, non nasce da una superiorità proclamata, ma dall’intelligenza con cui governa le debolezze altrui. La serva diventa il vero motore dell’azione.
Figaro è più ambiguo. Si ribella al privilegio del Conte e, nello stesso tempo, appena teme il tradimento, lascia emergere un maschilismo antico. Rivoluzionario nel conflitto di classe, lo è molto meno nei sentimenti. Mozart e Da Ponte non distribuiscono patenti di innocenza, mostrano però quanto sia facile contestare il potere degli altri e quanto sia difficile riconoscerlo dentro di sé.

Le figure femminili in “Le nozze di Figaro” di Mozart

Le donne hanno conquistato diritti allora impensabili. La libertà sentimentale e sessuale è cresciuta, il lavoro non è più formalmente governato dalle gerarchie domestiche dell’Ancien Régime. Eppure, la dipendenza economica può ancora diventare dipendenza personale. Il potere continua a entrare nelle relazioni, nel lavoro, nella coppia e persino nella seduzione.

È questo il nucleo illuminista delle Nozze: il desiderio non è innocente quando uno dei due può dire di no soltanto pagando un prezzo. Mozart lo aveva capito senza bisogno di impartire lezioni. Gli bastava far cantare i personaggi e lasciarli inciampare nelle proprie contraddizioni.

Sulle scale di Guth nessuno conserva il proprio posto

L’allestimento di Claus Guth, creato per Salisburgo nel 2006, è diventato un classico della regia contemporanea. Vent’anni si vedono. Qualche simbolo appare oggi più prevedibile e alcune insistenze potrebbero essere asciugate. L’intuizione scenica fondamentale, però, continua a funzionare.
La grande scala disegnata da Christian Schmidt è il centro fisico e politico dello spettacolo. Tutti salgono e scendono. Chi sta in alto precipita mentre chi serve conquista per qualche minuto il controllo della situazione. Le gerarchie si rovesciano, per poi ricomporsi e tornare subito in discussione.
Quelle scale non illustrano semplicemente una casa. Rendono visibile l’instabilità sociale e sentimentale delle Nozze. I personaggi si cercano, si sorvegliano, si nascondono, origliano. Cambiano alleanza e identità. Entrano in una stanza convinti di dominare gli eventi e ne escono smascherati. La macchina teatrale di Guth conserva chiarezza anche quando l’azione si affolla e la commedia accelera. È il risultato più importante: una regia concettuale che non sacrifica il piacere del teatro.

Cherubim, il personaggio muto inventato da Guth come incarnazione di Eros, appartiene alla parte più esplicita dell’allestimento. Il desiderio acquista un corpo, attraversa le stanze, sposta gli equilibri, sparge piume e disordine. Oggi il meccanismo sorprende meno di quanto accadesse nel 2006, ma resta coerente con la lettura dello spettacolo: nessuno controlla davvero ciò che desidera e quasi tutti tentano di controllare il desiderio degli altri.
Guth non aggiorna Mozart con qualche abito moderno. Entra nelle tensioni già presenti nella partitura e nel libretto, poi costruisce uno spazio nel quale possano diventare immediatamente leggibili. Per questo il suo spettacolo non è ancora un reperto. Ha perso una parte della novità, non la capacità di interrogare il pubblico.

Un teatro vivo non può accontentarsi della conservazione

La direzione di Emmanuel Tjeknavorian e l’equilibrio del cast possono suscitare valutazioni differenti. Ho apprezzato Erwin Schrott che affronta Figaro come un ruolo che conosce in profondità. Quando rinuncia a compiacersi della propria presenza scenica, il personaggio acquista ironia e spessore. Martina Russomanno è una Susanna viva, mobile, mai decorativa: nel quarto atto, con “Deh vieni, non tardar”, il gioco teatrale si ferma per un momento e lei lascia emergere una femminilità meno strategica, più segreta. Germán Olvera evita di trasformare il Conte in una caricatura. Il suo Almaviva è tanto più sgradevole quanto più appare normale nella convinzione che il proprio rango gli conceda qualche diritto in più.
In alcuni momenti avrei desiderato maggiore tensione e un rapporto più serrato tra buca e palcoscenico. Nell’insieme la rappresentazione mantiene energia, chiarezza e ritmo. La sala segue, reagisce e applaude ripetutamente, non soltanto alla fine.

Le nozze di Figaro 2026, Martina Russomanno (Susanna)_Erwin Schrott (Figaro), ©Fabrizio Sansoni, Teatro dell'Opera di Roma
Le nozze di Figaro 2026, Martina Russomanno (Susanna)_Erwin Schrott (Figaro), ©Fabrizio Sansoni, Teatro dell’Opera di Roma

La necessità di ampliare il pubblico dell’opera per andare oltre la cerchia degli esperti

Il consenso del pubblico non chiude la discussione critica. È però un fatto, e ignorarlo sarebbe altrettanto superficiale quanto trasformarlo nell’unico criterio di giudizio.
Sono convinto che un teatro d’opera debba cercare l’eccellenza musicale e scenica ma è anche indispensabile che provveda ad attirare e a formare nuovo pubblico, mettere in contatto generazioni diverse e trasformare un patrimonio storico in un’esperienza viva. Riempire la sala non è una concessione al mercato: significa impedire che l’opera diventi un rito perfetto celebrato davanti a una comunità sempre più piccola.
Oggi questa responsabilità è ancora più evidente. I costi crescono, le risorse pubbliche non sono infinite e i teatri devono ampliare il pubblico senza abbassare la qualità. È un equilibrio difficile, che non si raggiunge inseguendo la moda né rifugiandosi nella sola conservazione.
Il lavoro svolto da Francesco Giambrone al Teatro dell’Opera di Roma va giudicato dentro questa sfida. Il Costanzi ha rafforzato la propria presenza culturale, ha mostrato attenzione alla regia contemporanea e ha saputo attirare un interesse che supera la cerchia degli habitué. Riproporre Guth non equivale a rinunciare alla ricerca. Significa anche verificare se un allestimento che ha segnato la storia recente dell’opera possieda ancora la forza necessaria per parlare alla platea di oggi. La possiede, pur con qualche inevitabile ruga.
Naturalmente da un grande teatro è giusto pretendere nuove produzioni, artisti importanti, investimenti e capacità di rischio. Ma la novità non coincide sempre con ciò che debutta per la prima volta. Può nascere anche dall’incontro tra uno spettacolo di vent’anni fa e un pubblico che nel frattempo è cambiato.

In “Le nozze di Figaro” c’è il mondo di oggi

Alla fine, restano sì la genialità di Mozart e di Da Ponte, ma anche la forza del messaggio dei personaggi. Un padrone che pensa di poter disporre di una donna che lavora per lui, e quella donna gli dimostra il contrario. Un servitore che combatte il privilegio sociale, ma deve ancora imparare la parità nei sentimenti. Una moglie tradita che pronuncia la parola decisiva. È lei, quando ogni travestimento cade, a fare la scelta più difficile.

Nel 1786 il pubblico rideva mentre l’ordine sociale veniva rovesciato davanti ai suoi occhi. Oggi ridiamo ancora, con qualche disagio in più. Le leggi hanno abolito molti privilegi e sfruttamenti ma la società non li ha ancora espulsi del tutto dalle relazioni.
Sulle scale di Guth tutti cambiano posto. È precisamente ciò che Mozart continua a chiederci.

Paolo Cuccia

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Paolo Cuccia

Paolo Cuccia

Laureato in Ingegneria presso l'Università Sapienza di Roma, ha conseguito un Master in Business Administration presso l'Università Bocconi di Milano. Nel 2011 ha fondato Artribune Srl, diventandone Presidente. Consigliere d'Amministrazione di Equalitas, società che mira alla diffusione della sostenibilità nel…

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