Arte e musica. La melodia ancestrale della soprano metal Aphrodite Patoulidou in questa intervista 

Ritratto della soprano e artista poliedrica greca Aphrodite Patoulidou che compone e suona anche con la nyckelharpa, antico strumento ad arco della tradizione svedese, scrive poesie e dipinge meduse ancestrali. Tra lirica, metal e folk

Aphrodite Patoulidou è una soprano e artista poliedrica greca con base tra Berlino e Salonicco, dove è nata. Con studi all’Università della Macedonia, al Conservatorio Reale di Bruxelles e all’Università delle Arti di Berlino, ha costruito negli anni una carriera operistica acclamata da importanti testate come New York Times e The Guardian. Nel 2019-2023 la tournée con la direttrice d’orchestra e soprano Barbara Hannigan – una delle voci più contemporanee dell’opera, distintasi per la sua capacità di dirigere l’orchestra e cantare contemporaneamente – dove le è stato affidato l’impegnativo ruolo di Anne Trulove nell’opera di Stravinskij La carriera di un libertino. A seguire Lonely Child di Claude Vivier, dove è stata invitata come solista da alcune delle orchestre più importanti del mondo.

Aphrodite Patoulidou, photo by Daniel Nartschick
Aphrodite Patoulidou, photo by Daniel Nartschick

Aphrodite Patoulidou: tra lirica, metal e folk

Spaziando dalla lirica, al metal e alla folk, Aphrodite realizza paralleli progetti legati ad un romanticismo oscuro, che favorisce il dialogo tra le tradizioni classiche e la musica folk, e ha dimostrato una versatilità espressiva che l’ha vista in tour nel 2021 come voce di spicco per la promozione dell’album Spirituality and Distortion (2020) del progetto musicale francese avant-garde/metal Igorrr. Oltre a pianoforte e chitarra, compone e suona anche con la nyckelharpa, antico strumento ad arco della tradizione svedese, scrive poesie e dipinge meduse ancestrali, onde minacciose, buchi neri, archetipi di donna come Luonnotar, ispirata all’omonima opera musicale di Jean Sibelius, e il ciclo ispirato ai dieci movimenti dell’opera Les Illuminations di Benjamin Britten, su poesie di Arthur Rimbaud, dove Aphrodite è stata elogiata per la sua virtuosistica interpretazione.

Aphrodite Patoulidou: il prossimo appuntamento al Teatro alla Scala di Milano

Tra le collaborazioni, la coreografa e regista tedesca Sasha Waltz. Il loro lavoro congiunto più famoso è l’opera barocca Dido & Aeneas di Henry Purcell, dove la soprano canta il ruolo di Belinda affiancata dai danzatori della compagnia, in programma alla Staatsoper di Berlino il prossimo novembre. Nell’ampio calendario di esibizioni che la vedono impegnata in tutto il mondo con un vasto repertorio, tra hall prestigiose e orchestre rinomate, è previsto un appuntamento italiano il 23 aprile 2027 al Teatro alla Scala di Milano con l’opera barocca Hippolyte Et Aricie di Jean-Philippe Rameau, dove Aphodrite intepreta Phèdre.

Intervista ad Aphrodite Patoulidou

La tua definizione di arte.
L’arte è il mio modo di rendere omaggio all’impermanenza. È la mia pratica quotidiana: il momento in cui mi fermo ad ascoltare il rumore dentro e intorno a me, per poi scegliere se rimanere in silenzio o danzare con esso. È una celebrazione dell’esistenza stessa. Forse l’arte e la scienza sono tra i modi in cui l’universo prende coscienza di sé attraverso di noi.

La tua definizione di musica.
La musica è il luogo in cui ci incontriamo al di là delle parole, non perché le parole ci deludano, ma perché le parole cercano la precisione, mentre la musica abbraccia l’ambiguità. Lì risiede un invito all’esplorazione di sé e del mondo: alla scoperta di significati che non dovrebbero essere ridotti a regole fisse, ma vissuti. Diventare musicali significa imparare ad abitare quegli spazi intermedi con maggiore sensibilità.

Ti definisci una “artista”?
Non considero l’essere un’artista come un’identità che si conquista una volta per tutte. È una pratica quotidiana fatta di curiosità, divertimento, disciplina e vulnerabilità. Ogni nuovo progetto mi ricorda quanto poco io sappia, e questo mi rassicura.

L’opera di arte visiva che più ami.
Trovo quasi impossibile scegliere una singola opera d’arte visiva. Continuo a tornare alla Madonna (nella versione in bianco e nero) e a Vampire di Edvard Munch, a Il monaco in riva al mare e a L’abbazia nel querceto di Caspar David Friedrich, alle opere di Stanley Donwood per i Radiohead, ai dipinti di Catherine Raben Davidsen e alle fotografie di Susanna Walström e Kjetil Karlsen. E, per ragioni personali, devo menzionare Iceland on My Mind, il mio primo dipinto di grandi dimensioni, una piccola finestra in cui posso respirare ogni volta che lo guardo.

La canzone che più ami.
Se dovessi sceglierne una, sarebbe Angels in Gas Stations di Storm Large, la versione dell’ottobre 2012, ma non riesco più ad ascoltarla. Ho questa strana maledizione: devo stare alla larga dalle cose che amo di più perché mi toccano nel profondo. Ogni volta che canto un’aria di Mozart, o un brano di Mahler o Strauss, diventa qualcosa di quasi sacro. È proprio così che vivo l’arte.

I tuoi recenti progetti.
È stata una stagione meravigliosamente ricca. Ho iniziato l’anno tornando alla Berliner Philharmonie, per poi debuttare all’Opera Nazionale Olandese con Theory of Flames di Michel van der Aa. Poi ho interpretato la mia prima Vitellia ne La clemenza di Tito di Mozart con Les Talens Lyriques diretti da Christophe Rousset, e sono tornata alle Quattro ultime canzoni di Strauss, questa volta con la Fox Valley Symphony. Parallelamente, ho continuato a realizzare i miei progetti personali, una versione de La Voix humaine di Poulenc, ispirata alla mia pratica del Butoh, e l’Elbphilharmonie. Ho continuato a registrare le parti vocali per Titan Quest II, suonato la nyckelharpa per un progetto segreto, e registrato le parti vocali per la band heavy metal GRINN, che rappresenta un mondo creativo completamente diverso e che mi piace molto. Adoro passare dall’opera ai concerti e ai miei progetti.

Un ricordo della tua vita.     
Ero sdraiata sull’erba sotto il platano nel cortile di casa nostra. Avrò avuto undici anni. Guardando in alto, sentivo che lo spazio tra me e il cielo blu era più denso del solito. Presto sarei corsa a giocare con i miei amici, ma in quel momento c’erano solo la quiete interiore e l’estate: il vento tra le foglie, le formiche, le cicogne che costruivano i nidi, i campi dorati, la mia bicicletta. Un normale pomeriggio d’estate, eppure continua a tornarmi in mente. A volte, mentre faccio musica, riconosco quella stessa silenziosa consapevolezza.

Samantha Stella

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Samantha Stella

Samantha Stella

Samantha Stella, nata a Genova, vive a Milano. Artista visiva, performer, set & costume designer, regista, musicista, cantante. Sviluppa principalmente progetti focalizzati sul corpo e pratiche di discipline live utilizzando differenti linguaggi, installazioni con elementi strutturali e corporei, fotografia, video,…

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