Ecco com’è la Tosca di Rafael Villalobos in scena a Bruxelles
A cinque anni dal debutto, la celebre opera di Puccini torna al teatro La Monnaie / De Munt con la discussa messinscena del regista spagnolo che, uscendo fuori dai canoni, legge Cavaradossi attraverso Pasolini, attribuendo una connotazione politica al dramma
A cinque anni dalla prima alla Monnaie / De Munt di Brussels, la Tosca del regista spagnolo Rafael R. Villalobos (1987) continua a dividere. Non tanto per le polemiche che l’hanno accompagnata fin dal debutto, né per i riferimenti a Salò o le 120 giornate di Sodoma, che hanno monopolizzato una parte della discussione critica. Ciò che resta davvero in discussione è la radicalità della sua lettura.

La “Tosca” nella visione di Rafael Villalobos in scena a Brussels
Villalobos affronta l’opera di Puccini a partire da un’idea che ha più volte rivendicato nelle interviste: Tosca racconta la persecuzione degli artisti che prendono posizione. Da qui la presenza di Pier Paolo Pasolini, che attraversa la vicenda come un doppio contemporaneo di Mario Cavaradossi.
L’intuizione è più interessante di quanto lasci intendere la cronaca delle polemiche. Pasolini non compare come citazione colta né come semplice omaggio. La sua presenza sposta il centro della narrazione. L’esecuzione di Cavaradossi non è più soltanto l’epilogo di una vicenda ambientata nella Roma del 1800, ma entra a far parte di una storia più lunga: quella dell’artista che entra in conflitto con il potere. È dentro questa lettura che trovano posto la figura di Pino Pelosi, Caravaggio, Salò, i corpi giovanili che attraversano la scena e il cattolicesimo romano che incombe come un dispositivo di controllo. Non sono provocazioni fini a sé stesse. Sono i materiali con cui Villalobos costruisce una riflessione sulla censura, sulla repressione e sul destino di chi produce immagini, idee o dissenso.
Il lavoro visivo nell’allestimento di “Tosca” a Brussels
A sostenere questa lettura contribuisce anche il lavoro visivo costruito attorno alle opere di Santiago Ydáñez. Dal dipinto mariano che richiama la tela di Cavaradossi nelle scene iniziali ai cani rabbiosi che compaiono nel corso dello spettacolo, fino al grande teschio che emerge sul mantello di Tosca, la regia dissemina immagini che accompagnano il progressivo avvicinarsi della morte. Non sono semplici citazioni pittoriche. Come accade con Pasolini, anche queste figure ampliano l’orizzonte dell’opera e trasformano il dramma di Tosca in una riflessione più ampia sulla violenza, sul sacrificio e sulla vulnerabilità del corpo.
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La figura di Pasolini nella messinscena di Villalobos
La questione è se questo dispositivo regga fino in fondo. Perché Pasolini non è una figura neutra. Ogni volta che entra in scena porta con sé una biografia, una mitologia e una rete di riferimenti che tendono a occupare lo spazio dell’opera. A un certo punto la domanda smette di essere cosa accada a Cavaradossi e diventa cosa Villalobos voglia dire di Pasolini. È qui che la produzione divide. Per alcuni si tratta di una rilettura che restituisce all’opera una dimensione politica spesso relegata sullo sfondo. Per altri è un intervento che finisce per sovrapporre un saggio visivo su Pasolini alla struttura drammaturgica di Puccini.
Eppure, il punto più interessante non sta probabilmente in questa contrapposizione. Sta nel fatto che Pasolini continua a sfuggire alla funzione che gli viene assegnata. Villalobos lo sceglie come simbolo dell’artista perseguitato, ma Pasolini porta sempre con sé qualcosa di più: il polemista, il poeta, il regista, il corpo scandaloso, la morte violenta e il mito costruito attorno a quella morte. È una figura che resiste a qualsiasi semplificazione.
La particolarità della regia di Villalobos
La forza della regia sta forse proprio qui. Nel tentativo di accostare due figure che non coincidono mai del tutto. Cavaradossi illumina Pasolini. Pasolini complica Cavaradossi. Tra i due si apre uno spazio che la regia non riesce, e forse non vuole, chiudere. Quando il riferimento pasoliniano prende il sopravvento rischia di assorbire l’opera. Quando invece resta in tensione con essa, produce una lettura capace di restituire a Tosca una sorprendente attualità politica.
Forse la domanda non è più se Pasolini aiuti a leggere Cavaradossi o finisca per sostituirlo. A cinque anni dalla sua prima alla Monnaie, e oggi ripresa in forma di revival, questa Tosca continua a dividere proprio perché non cerca risposte definitive. Gli accostamenti tra Pasolini e Puccini, tra biografia e finzione, tra artista e potere, restano aperti. E continuano a interrogare lo spettatore ben oltre la fine dello spettacolo.
Tila Lara
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