Al Padiglione Emirati della Biennale di Venezia l’ascolto passa dall’architettura

Tra i padiglioni più sottilmente politici di questa Biennale Arte 2026 c’è quello degli Emirati Arabi Uniti, che sceglie di allontanarsi dalla spettacolarizzazione per costruire un’esperienza fondata sul suono, sulla percezione e sull’ascolto. Un progetto ambizioso che non sarebbe stato possibile senza l’intervento architettonico di Koray Duman. Ce lo racconta in questa intervista

C’è qualcosa di profondamente inatteso entrando nel Padiglione degli Emirati Arabi Uniti all’Arsenale. In un’edizione attraversata da proteste, tensioni geopolitiche, slogan, manifestazioni davanti ai padiglioni nazionali e continue richieste di presa di posizione politica, Washwasha sembra quasi compiere il gesto opposto: abbassare il volume del mondo. Il titolo stesso del progetto rimanda all’idea del sussurro, del bisbiglio, di una comunicazione che non si impone attraverso l’autorità della dichiarazione ma attraverso prossimità, interferenza e ascolto. Curato da Bana Kattan, il padiglione riunisce artisti come Tala Safié, Farah Al Qasimi e Ala Younis in una riflessione sul suono come infrastruttura invisibile capace di attraversare culture, memorie e identità.

Washwasha. Courtesy of National Pavilion UAE, La Biennale di Venezia. Ph: Ismail Noor
Washwasha. Courtesy of National Pavilion UAE, La Biennale di Venezia. Ph: Ismail Noor

Un padiglione da ascoltare

La mostra non si costruisce infatti come una sequenza di opere da guardare, ma come un sistema di percezioni da attraversare. I visitatori passano da ambienti intimi a spazi saturi di rumore, da racconti sussurrati a sovrapposizioni sonore che destabilizzano continuamente il significato. In questo senso l’architettura diventa parte integrante dell’opera. Ed è proprio per questo che l’intervista all’architetto Koray Duman non appare come un elemento secondario, ma quasi inevitabile. In Washwasha lo spazio non contiene semplicemente le opere: organizza il modo in cui il pubblico ascolta, rallenta, si disorienta e ricostruisce il proprio rapporto con il presente. Durante la conversazione con Artribune, Duman racconta come il progetto sia nato dalla volontà di creare una struttura capace di opporsi alla cultura contemporanea dell’iperstimolazione permanente. “Viviamo in un momento storico in cui la nostra attenzione viene monetizzata”, spiega. “Pensavamo che Internet avrebbe prodotto una democrazia orizzontale, ma oggi viviamo dentro camere dell’eco costruite per catturare continuamente la nostra attenzione”.

Ritratto di Koray Duman
Ritratto di Koray Duman

Intervista a Koray Duman

Molti padiglioni nazionali di questa Biennale si affidano allo shock visivo, alla dichiarazione politica o alla monumentalità. Washwasha invece lavora attraverso dispersione, interferenza e ascolto. È stato concepito anche come una critica all’ossessione contemporanea per la visibilità?
Penso di sì. Quando Bana Kattan ha iniziato a lavorare sul progetto e sul tema di In Minor Keys, era molto interessata all’idea che la creatività attraversi i confini in modo silenzioso, quasi invisibile. Il suono non ha frontiere. Non appartiene mai completamente a una sola identità nazionale. Fluisce. E credo che questa idea abbia influenzato profondamente il padiglione.

Gli Emirati Arabi Uniti sono spesso rappresentati attraverso immagini di ipersviluppo, controllo e spettacolarità architettonica. Qui invece tutto appare fragile, instabile, quasi anti-monumentale.
Assolutamente. L’immagine degli Emirati che spesso viene proiettata all’esterno è molto diversa dalla complessità reale della regione. Gli artisti coinvolti nel progetto mostrano invece qualcosa di più sfumato, più ambiguo, più umano. Ci interessava capire cosa esiste sotto il rumore della propaganda, sotto la superficie del controllo.

In Washwasha l’architettura non sembra più funzionare come contenitore delle opere, ma come sistema che organizza percezione, prossimità e tensione emotiva. Quando l’architettura diventa politica?
Credo che oggi gli spazi fisici siano diventati fondamentali proprio perché viviamo sempre di più dentro ambienti digitali che frammentano l’attenzione e creano camere dell’eco. Gli spazi pubblici reali sono invece luoghi dove siamo costretti a confrontarci con la differenza. L’architettura diventa politica quando riesce a creare condizioni di ascolto, empatia e presenza condivisa.

Il padiglione sembra riflettere anche una crisi contemporanea dell’ascolto.
Prima ancora di una crisi dell’interpretazione, credo che oggi esista una crisi dell’ascolto. Le persone parlano continuamente, ma ascoltano sempre meno. Siamo immersi nel rumore.

Dal punto di vista architettonico, come avete costruito uno spazio dedicato al suono, cioè a qualcosa che per natura sfugge ai confini?
Non volevamo porte o separazioni rigide. Abbiamo costruito camere sonore collegate da corridoi fonoassorbenti. Il suono non passa mai direttamente da uno spazio all’altro: si dissolve lentamente. Questo crea una specie di viaggio percettivo, quasi una transizione mentale tra le opere.

Questa Biennale è attraversata da guerre, proteste e forti tensioni geopolitiche. In questo contesto, può l’ascolto diventare una condizione politica?
Credo di sì. A volte ascoltare può essere persino più radicale del gridare. Oggi siamo così abituati a parlare solo con persone che la pensano come noi che abbiamo quasi dimenticato cosa significhi ascoltare davvero qualcuno diverso da noi.

Molte mostre contemporanee continuano a privilegiare la vista come strumento dominante della conoscenza. Washwasha sembra invece destabilizzare il primato dell’occhio.
Spero che l’arte contemporanea stia entrando in una condizione più post-visiva. I nostri occhi sono stanchi. Li utilizziamo per tutto: social media, pubblicità, schermi, informazioni continue. Forse abbiamo bisogno di riattivare altri sensi.

In un’epoca dominata dall’accelerazione algoritmica, dall’AI e dall’eccesso di informazione, Washwasha sembra quasi proporre lentezza, esitazione e ambiguità come forme di resistenza.
Non penso che la tecnologia sia il problema in sé. Il problema è il modo in cui viene utilizzata. Credo però che oggi siamo meno ingenui rispetto agli Anni Novanta. Abbiamo capito che molte tecnologie nascono soprattutto per monetizzare attenzione e comportamento. Forse proprio per questo dobbiamo imparare a usarle con maggiore consapevolezza.

Washwasha. Courtesy of National Pavilion UAE, La Biennale di Venezia. Ph: Ismail Noor
Washwasha. Courtesy of National Pavilion UAE, La Biennale di Venezia. Ph: Ismail Noor

Il Padiglione Emirati Arabi Uniti e la centralità dell’ascolto

Uscendo dal padiglione degli Emirati Arabi Uniti si ha la sensazione che Washwasha non voglia offrire risposte definitive. Non costruisce una narrativa stabile. Non cerca consenso immediato. Funziona piuttosto come un campo di frequenze emotive, culturali e politiche che continua a risuonare anche dopo la visita.Ed è forse proprio qui che il progetto diventa uno dei lavori più intelligenti di questa Biennale: nel tentativo di restituire valore all’attenzione, all’ambiguità e soprattutto all’ascolto, in un tempo storico che sembra invece premiare soltanto il rumore.

Antonino La Vela

Venezia // fino al 22 novembre 2026
Washwasha – Padiglione Emirati Arabi Uniti
ARSENALE – Campo della Tana, 2169
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