Il nuovo film Backrooms è pieno di riferimenti artistici. La lista di quelli che abbiamo scovato 

A poche settimane dall’uscita di Backrooms, il debutto cinematografico di Kane Parsons è già un cult. Emblema stupefacente dell’incontro fra cinema e sottoculture di Internet, il film racchiude anche tanti richiami alla storia dell’arte. Spoiler alert!

Seppure sia cominciato soltanto da cinque mesi, questo 2026 ha già sfornato almeno un paio di piccoli capolavori che, ben riflettendo l’angosciante incertezza del nostro tempo, assumono le sembianze di una sorta di spaventosa profezia: delle opere che segnano un precedente fissano un punto ben preciso all’interno dello Zeitgeist attuale da cui sarà difficile tornare indietro.
Nella fattispecie ci stiamo riferendo all’ultimo incredibile disco dei Boards of Canada, Inferno, e al film Backrooms diretto dal giovane regista statunitense Kane Parsons; e non è un caso se entrambi siano profondamente legati tra di loro. A connettere infatti i due lavori non sono tanto la colonna sonora – contenente l’azzeccatissima ed epifanica The Word Becomes Flesh –, o i paesaggi di Vancouver, quanto quell’allucinata dimensione psichica e liminale nella quale siamo tutti immersi. In un modo o nell’altro.

Kane Parsons
Kane Parsons

Le origini del film Backrooms di Kane Parsons

Realizzato dalla casa di produzione di culto A24, Backrooms nasce come adattamento cinematografico dell’omonimo cortometraggio – divenuto poi una web-serie di successo su Youtube – che Parsons girò nel 2022, quando aveva appena 16 anni. L’iconico corto si ispira però a sua volta alle suggestioni di una foto virale, ritraente un enigmatico locale abbandonato dalle pareti giallognole, postata nel 2019 da un utente anonimo della community di 4chan. Metafora di un inconscio collettivo che assume la forma di un labirinto privo di vie d’uscita razionali, la backroom (“stanza sul retro”) indica il superamento irreversibile di una soglia che attesta tanto la labilità della psiche umana quanto il disagio fisico che si prova nel non poter comprendere a pieno il senso dell’esistenza stessa.

Immagine dal cortometraggio The Backrooms, Found Footage di Kane Pixels, 2022
Immagine dal cortometraggio The Backrooms, Found Footage di Kane Pixels, 2022

Di cosa parla Backrooms

Interpretato da  Chiwetel Ejiofor  (l’acclamato protagonista di  12 anni schiavo), e da Renate Reinsve, il film segue la discesa negli inferi del commesso di un bizzarro negozio di arredi tragicamente segnato da tutta una serie di fallimenti accumulati nel corso della sua vita. Supportato da una psicologa altrettanto fragile, l’uomo finirà per fare una scoperta sconvolgente che cambierà definitivamente il destino di entrambi. Caratterizzato da una regia claustrofobica – benché sia ambientato in luoghi sconfinati e caleidoscopici –, il film si avvale del sopraffino lavoro del sound designer Eugenio Battaglia per trasmettere una tensione costante e palpabile che accompagna lo spettatore fino alle sue ultime sconcertanti scene. Oltre alla profondità della sceneggiatura, e all’alta qualità complessiva, Backrooms appare molto interessante perché conferma l’avanzamento di un cambiamento radicale all’interno dell’industria cinematografica sempre più attenta anche ai linguaggi propri della sfera di Internet. Anche se, bisogna ammettere, simili scelte artistico/commerciali rischiano spesso di limitare l’apertura originale di certi progetti fornendo fin troppe spiegazioni che ne alterano così senso e genuinità. L’esperienza di Parsons si accoda comunque a quella di altri youtuber divenuti poi celebri registi horror. Tra questi ricordiamo i fratelli Danny e Michael Philippou, Curry Barker, e David F. Sandberg, rispettivamente autori delle pellicole Talk to Me, Milk & Serial, e Lights Out.

Doom Refinery, Tom Hall e Sandy Petersen
Doom Refinery, Tom Hall e Sandy Petersen

Estetica, immaginario e riferimenti artistici nel film Backrooms

Ciò che cattura maggiormente l’attenzione, all’interno del film, è in realtà la sterminata presenza di riferimenti artistici e culturali disseminati in ogni dove. Figlio di tutti quei fenomeni e di quelle sottoculture di Internet (dai creepypasta, alle estetiche dreamcore e weirdcore), Backrooms attinge molto anche dall’immaginario del mondo dei gaming – si pensi a videogiochi quali Doom, Wolfstein 3D, e Portal –, dal cinema di David Lynch, da serie quali Mr. Robot, Squid Games, e da anime come Paranoia Agent, e Serial Experiments Lain. In questo mare magnum di riferimenti visivi non potevano mancare reference legate al mondo dell’arte. A permeare l’intera pellicola è infatti un’atmosfera onirica e desolante propria di correnti artistiche come il surrealismo e la metafisica. Il senso di vuoto che si respira tra un’esplorazione e l’altra delle backrooms ricorda inevitabilmente le piazze e gli ambienti spettrali riprodotti da pittori quali Giorgio De Chirico, Salvador Dalì, e Paul Delvaux. Per non parlare delle scenografie che, sempre più simili a delle vere e proprie prigioni, rimandano espressamente alle architetture fantastiche di incisori del calibro di Piranesi ed Escher.

Nelle backrooms di Kane Parsons: tra pittura, scultura, e arte digitale

Osservando attentamente il film si possono inoltre notare tutta una serie di elementi che – volutamente o meno – strizzano l’occhio non solo a numerosi pittori ma anche a determinate opere e installazioni d’arte contemporanea. Emblematico,per esempio, è il portale che collega al mondo delle backrooms: particolarmente somigliante al quadro Necrotomigaud, di Ivan Seal, utilizzato come copertina di uno degli album della serie Everywhere at the end of time di The Caretaker (presente anche lui nell’OST del film); così come il grande murale che si vede a un certo punto, che sembra essere uscito direttamente dallo studio di Basquiat. Dulcis in fundo (!!!spoiler!!!), un chiaro riferimento al celeberrimo dipinto di Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli. Ad essere spesso presente è infine l’estetica glitch che si manifesta non solo negli oggetti sezionati e incastonati tra pareti e pavimenti (un po’ come avviene nell’installazione di Henrike Naumann, alpadiglione Germania della 61. Biennale di Venezia, o nei dipinti di Federica Di Pietrantonio), ma anche nei volti di alcuni personaggi i cui connotati sono moltiplicati e deformati proprio come nelle sculture di David Altmejd. Canadese anch’egli…

Valerio Veneruso

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Valerio Veneruso

Valerio Veneruso

Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo. Tra le mostre recenti: la personale RUBEDODOOM –…

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