Da errore a estetica. Ecco la storia del glitch e di come alcuni giovani artisti italiani hanno saputo introdurlo all’interno di un processo analogico.

Se gran parte del Novecento è stata caratterizzata dall’inclusione di elementi come l’errore e la casualità all’interno dell’opera d’arte, nell’attuale millennio assistiamo alla nascita di dinamiche nuove, innescate dalla rivoluzione digitale. Le sperimentazioni contemporanee tuttavia affondano le loro radici in esperienze seminali come quelle di Nam June Paik e dei pionieri dell’arte generativa, responsabili dell’invenzione di specifiche tecniche di manipolazione dell’immagine che sono state fondamentali per la ridefinizione dei canoni estetici.
Glitch (dal tedesco glitschen, “scivolare”) è un termine che, usato originariamente in campo elettrotecnico, sta a indicare la presenza di un errore imprevedibile, un difetto repentino nella sequenza dei codici che compongono un determinato contenuto audio o video. Se intorno alla metà degli Anni Novanta l’estetica glitch serbava un certo nichilismo punk volto a creare un atto spiazzante di negazione nei confronti dell’immagine, nell’era contemporanea sembra essere stata completamente sdoganata. Dai videoclip di ambito hip hop (emblematici i casi di Kayne West e A$AP Mob) ai cartoni animati di Cartoon Network, il glitch è ormai divenuto un linguaggio così accettato e abusato da aver perfino ispirato il lancio di applicazioni e software capaci di aggiungere a foto e video dei filtri dai caratteristici colori sgargianti e, al tempo stesso, rarefatti.
Questo genere di estetica però non è rimasta vincolata esclusivamente alla sfera del digitale. Rivolgendo lo sguardo all’arte contemporanea internazionale, infatti, vediamo come le sculture di Tony Cragg, i grandi tappeti disgregati di Faig Ahmed o gli interventi urbani di Felipe Pantone, giusto per citarne alcuni, riescano a traslare su di un piano più concreto gli stessi concetti di liquidità e dilatazione propri delle manipolazioni glitch.

IN ITALIA

Volendo restringere il campo agli artisti che lavorano in Italia, invece? La generazione degli Anni Ottanta è quella che è stata maggiormente influenzata dalle conseguenze del passaggio dai dispositivi analogici alle nuove tecnologie, grazie soprattutto alle innovazioni nel settore videoludico e all’avvento di Internet.
Maurizio Bongiovanni incarna bene quest’attitudine di ibridazione dei linguaggi: partendo da un’immagine recuperata dal web, l’artista provvede in un primo momento a rielaborarla al computer per poi inviarla a terzi che si occupano della sua realizzazione concreta. Come nel caso dei cicli To bore robot e Bird rib (concepiti tra il 2007 e il 2008 e più volte ripresi) il risultato finale è dunque un lavoro pittorico caratterizzato da lunghe e fluide pennellate capaci di cancellare il soggetto raffigurato. Così come per i soggetti rappresentati, anche l’identità dell’opera stessa viene messa in discussione lasciando un’ambiguità di fondo sulla sua effettiva paternità.

Maurizio Bongiovanni, Untitled, 2016, oil on canvas
Maurizio Bongiovanni, Untitled, 2016, oil on canvas

Sempre di natura pittorica, ma con una forte attenzione verso l’atto performativo, è il modus operandi di uno tra i principali esponenti del Nuovo muralismo. Il tratto distintivo di 2501, composto da sinuose linee di china realizzate sulle superfici più disparate (da grandi pareti a piccoli elementi in ceramica), con grandi pennelli appositamente modificati, personifica quel connubio perfetto tra retaggio digitale e approccio DIY che si concretizza in una riflessione sul processo stesso della pittura.
Minimale, riflessiva e precisa è anche l’operazione che compie Kensuke Koike modificando fotografie vintage che recupera in giro per mercatini. Attraverso brevi video che carica regolarmente sui propri canali social, vengono svelati gli interventi certosini fatti sulla carta che stravolgono, in maniera ironica, l’intero senso delle scene raffigurate.

ABATE E CAZZAGON

Più scultoree, nonostante l’eclettismo di entrambi, sono invece le metodologie di Giuseppe Abate e Andrea Cazzagon. Se il primo utilizza una matrice unica per ricavare calchi in gomma o fatti di colla a caldo (come per Mercury, Mars, Jupiter, Neptune e Brutti, ma buoni) che risultano però diversi a causa della malleabilità del materiale usato, il secondo adopera il lattice per cristallizzare delle deformità ottenute dallo stropicciamento della carta. È questo il caso della serie Latex e dell’installazione site specific La Rotonda Giardini allestita all’interno del depuratore di Villa Caprera, vicino a Treviso, lo scorso anno.

Andrea Cazzagon, Rotonda giardino (particolare)
Andrea Cazzagon, Rotonda giardino (particolare)

Tutti questi esempi testimoniano l’esistenza di una nuova ricerca della forma, un’attitudine a riprendere familiarità con le proprie mani, rimettendo in discussione le regole del fare artistico. Un dialogo aperto, dunque, profondamente radicato nel tempo in cui stiamo vivendo, che non smette di guardare agli attuali cambiamenti tecnologici, ma che li include in un discorso omogeneo capace di creare qualcosa di inedito.

Valerio Veneruso

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.