Striscia la notizia chiude? Un racconto degli inizi visto da dentro
Cosa hanno comune Blob e Striscia la notizia? Intanto la città di origine, Genova. E poi quella voglia di fare politica, di essere anti, uno un po’ più cinephile e l’altro no. Nei giorni in cui si annuncia la chiusura di Striscia, Marco Giusti racconta gli attimi in cui tutto è cominciato e quella bella tv che ancora funziona
Non scherziamo. Striscia la notizia di Antonio Ricci chiude? E perché mai? Problemi politici? Troppi fuori onda con Giambruno? Il troppo successo di Gerry Scotti e Stefano De Martino che lo rendono un programma superato? Pochi utili? Ricordate come chiudeva nella sua garzantina della tv Aldo Grasso alla voce Striscia la notizia con tutta la spocchia da professorino delle Langhe: “Finché distribuirà utili può fare, per fortuna, ciò che vuole”. Uffa. Lo so lo so, non lo sapessi ma lo so. Da quando è nato “Blob”, poco dopo “Striscia la notizia”, ma anche prima, diciamo intorno a quegli Anni ’80 che ci hanno formato dopo gli Anni ’70 di debordiana memoria nella Liguria che va da Genova a Savona, dove siamo cresciuti io, Freccero, Ghezzi e Ricci, scordavo Sanguineti, ops…, sbarbatelli rivoluzionari al pesto, ci siamo sentiti oltre che imbattibili, i più intelligenti del mucchio, almeno rispetto a quei fessacchiotti che facevano la tv e ai critici dei giornali (i nemici), in qualche modo uniti da una fratellanza ligure e situazionista. Belin.
La storia di Striscia la notizia
Non a caso, cercando il libro Einaudi che lo stesso Ricci aveva scritto sul programma e che mi aveva mandato con giusta dedica, “Ciao, bestiaccia!”, l’ho trovato accanto a un Bollati Boringhieri di Freccero sulla tv e a La società dello spettacolo di Guy Debord, che veniva stampato dove stampavamo, io-Ghezzi-Teo Mora, la nostra fanzine di cinema “Il falcone maltese”. No. A Ricci del cinema non gliene importava nulla. Per sua fortuna. Non era malato come noi. Con Enrico Ghezzi ci lanciavamo con la Vespa, sua, nella notte da un cinema all’altro di Genova alla ricerca di un vecchio film americano. Con Freccero abbiamo diviso a Savona la grande retrospettiva Matarazzo che ha unito per sempre una generazione di studiosi di cinema e una folle notte a guardare le infinite bobine di “La region centrale”, film ultrasperimentale di Michael Snow. Ma Ricci non era cinephile. Ripeto, per fortuna. Ci univa anche un sano disprezzo per i giornalisti, sia di carta stampata che, soprattutto, di tv, che vedevamo ignorantelli. Soprattutto rispetto a noi che stavamo entrando in maniera aggressiva, e più colta, nel mondo della tv pensando di scalarne le più alte vette. “Ma dove vuoi che vi facciano arrivare”, mi disse un vecchio dirigente di Rai Uno. Aveva ragione. Entrai in Rai pensando che ne sarei uscito quando i mostri di sempre, Vespa-Guardì-Marzullo, sarebbero stati accontati da anni, e invece mi ritrovo in pensione io mentre quelli sono ancora lì a dire le stesse identiche cose. Che besugo! E perfino Ricci è stato mandato in pensione.

La tv di Silvio Berlusconi
Con tutti gli ascolti che faceva, col suo saper civettare con la tv di Berlusconi sapendo come prenderla e fare il proprio gioco, in un misto di Drive In e Report da Gabibbo. Antonio Ricci, da professore di liceo, il Parini, a Albenga, città che aveva dato i natali a Natalino Bruzzone, il più grosso (come chili) critico cinematografico prodotto negli Anni 70, ribattezzato da Ricci NatalònDelon perché girava con un cappotto cammello gigantesco dopo aver visto “L’ultima notte di quiete” di Valerio Zurlini, film che piaceva anche a Freccero, Ricci era partito come autore di Beppe Grillo negli Anni ’80 per una serie di programmi clamorosi della Rai. “Te la do io l’America”, “Te lo do io il Brasile”. Era stato autore Rai, allievo di Enzo Trapani e autore di Grillo prima di lanciarsi nelle tv berlusconiani con programmi altrettanto clamorosi. Quando entrammo in Rai io e Ghezzi, Ricci se ne era appena andato. Ma vedemmo come programmi importanti, e fratelli, “Drive In”, “Lupo solitario”, il mai trasmesso ma così fondamentale per tutti noi, “Matrjoska”, sogno di una tv libera dove poter passare da Moana a Francesco Salvi nei panni di Carlo Vanzina a Sabina Guzzanti suora, “L’araba fenice”, la versione censurata di “Matrjoska” e infine “Striscia la notizia”, il tiggì spettacolarizzato che doveva raccontare un’altra Italia, contro-informazione e contro-spettacolo, con due finti-giornalisti come Ezio Greggio e Raffaele Pisu, che ancora ricordavamo negli sketch celebri de “L’amico del giaguaro”, diretti dal maestro di Grasso-Casetti-Sanguineti, il professor Bettettini.
Striscia la notizia, l’antitiggì e Blob, la politica cinéphile
Fosse stato solo per questo non si poteva non amare fin dalla prima edizione “Striscia la notizia”, l’antitiggì con Pisu coi capelli da Mago Zurlì. Poco dopo l’arrivo di Striscia, che rimarrà per 38 anni alla stessa ora su Canale 5, arrivò anche “Blob”, firmato Ghezzi e Giusti, che era la versione più povera, ma più rivoluzionaria, più cinéphile, non so se più antisistema del programma di Ricci. In un primissimo tempo avevamo pensato anche noi di avere un presentatore o una presentatrice. Lo avevamo visto come un anti-striscia? Francamente no. Non ci abbiamo davvero mai pensato. Militante, però. Più politico e senza ballerine. Pur sapendo quanto potesse essere politico anche Striscia, sulle reti Mediaset. Viaggiavamo sulla stessa onda, questo sì. Il discorso funebre in morte di Aiazzone di Guido Angeli, puro esempio di tv anti-generalista, me lo passò Ricci da mettere a Blob. Certo, molte cose le abbiamo copiate noi a loro e ancor di più loro a noi, come le pause dei giornalisti, che da loro erano commentate con musichette, cosa che ci sembrava una cafonata berlusconiana.
Che cosa c’entra Blob con Striscia?
Ricordo che prima di iniziare “Blob” vedemmo Sabina Guzzanti come possibile presentatrice. Ma sarebbe stato inutile avere un presentatore o una presentatrice vista la forma del programma, un fluido di immagini e battute della tv del giorno prima. La narrazione e ciò che doveva spiegare i meccanismi della tv, della nostra politica, del nostro paese, erano già tutti nel montaggio. Questo non toglieva affatto che Blob e Striscia fossero nati come programmi fratelli, uno Rai, anzi della comunistissima Rai Tre di Guglielmi, fatta di “Chi l’ha visto?”, “Un giorno in pretura”, rigorosamente senza film, l’altro di Mediaset, Canale 5, con un Berlusconi che sembrava ancora la versione situazionista di Guido Nicheli (“Alboreto is nothing”). Taaac! Greggio e Pisu, e negli anni tutti gli altri presentatori del programma, da Teo Teocoli a Sergio Vastano, dal mitico Gino Bartali a Bisio e Fantoni, da Gnocchi e Solenghi, da Bonolis e Laurenti, da Villaggio a Boldi, da Ficarra e Picone, fino ai definitivi Ezio Greggio e Enzo Iachetti, hanno solo fatto il gioco di Ricci, maestro di tv e di spettacolo ben più di noi genovesi, che sapeva dosarli e farne il collante di un programma costruito per durare per sempre. Come Blob. Con le sue regole ferree. Ricci nel suo libro ne enumera 46, da “Evitare querele inutili” a “Rovesciare l’utopia pedagogica delle Brigate Rosse: Colpirne uno per educarne cento. Bisogna colpirne cento per educare uno. Forse.”
La lezione di Striscia e Blob, nonostante i social
Programmi costruiti così bene, come narrazione televisiva, al punto di poter ancora andare in onda ancora malgrado il mondo dei social sia tutto un grande inesauribile blob di immagini e battute e Report abbia preso più o meno il posto del Gabibbo. Programmi che contengono necessariamente tutti gli altri programmi con un abile gioco di specchi. Blob per frenesia di montaggio cinematografico, Striscia per frenesia di addensamento televisivo. Anche per questo non era facile inventarsi altro dopo programmi-bandiera di questo tipo. Senza pensare a vere invenzioni come il Gabibbo, anima ligure del programma, e le tante veline che sono uscite nel programma. Sono anni che non vedo Striscia, a volte mi capita di vederlo per caso, e sono anni che non vedo più Blob, anche Blob mi capita di vederlo per caso e ci rimango. Ma in tutti questi 38… quasi 40 anni, mi sembra che la fratellanza sia rimasta e, almeno con Antonio, l’amicizia pure. Ma siete proprio sicuri che chiuda…?
Marco Giusti
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