Gaspar Noé e il suo film CLIMAX: il terrore della nostra epoca in HD

In sala dal 13 giugno CLIMAX di Gaspar Noé, ovvero prove tecniche di destabilizzazione. La recensione

Climax
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Mentre le sale cinematografiche del nostro paese si preparavano ad accogliere – con circa un anno di ritardo – CLIMAX, il penultimo film del controverso Gaspar Noé,  tra le uscite al cinema di questa settimana, la sede milanese della Fondazione Prada ha aperto le proprie porte per concederne una première in presenza dell’autore stesso. Noi di Artribune eravamo presenti e ne abbiamo approfittato per ascoltare alcune dichiarazioni rilasciate dal discusso cineasta franco-argentino. “Chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. Se si dovesse scegliere un unico aforisma per riassumere CLIMAX sicuramente questo di Nietzsche sarebbe il più indovinato, e non è un caso che al pensatore tedesco venga fatto esplicito riferimento subito dopo i titoli di testa/coda. In una delle prime scene del film, infatti, si assiste alla trasmissione di alcuni provini tramite un televisore a tubo catodico circondato da pile di libri e VHS varie. Oltre a un saggio sul filosofo sopracitato e a un volume su Taxi Driver di Scorsese (pellicola ampiamente celebrata nell’ultimo videoclip che Noé ha realizzato per il compositore SebastiAn), è possibile scorgere tutta una serie di titoli che compongono non solo il bagaglio culturale proprio del regista, ma soprattutto le diverse anime dello stesso corpo/film. Querelle di Fassbinder, Possession di Zulawki o Suspiria di Dario Argento sono soltanto alcuni dei celebri titoli che lasciano sottintendere la deriva che il film, di lì a poco, sarà destinato a prendere.

DEFINIRE CLIMAX DI NOÉ

CLIMAX è prima di tutto un film francese e fiero di esserlo, come viene beffardamente sottolineato all’inizio da una delle numerose frasi che, ammiccando al cinema di Godard, compaiono nel corso dell’intero lungometraggio. Un’affermazione che, nonostante l’ambientazione di metà anni Novanta, porta lo spettatore a trovare inevitabilmente delle analogie non solo con gli avvenimenti di cronaca che hanno recentemente interessato un paese come la Francia (si pensi ai numerosi attentati terroristici degli ultimi anni o alla violenza delle proteste dei gilet gialli), ma specialmente con il caos dilagante che attanaglia la nostra epoca. Superata la bellezza disarmante di una prima ripresa aerea, resa ancora più commovente dalla rivisitazione in chiave elettronica – firmata da Gary Numan – della celebre Gymnopédie 1 di Erik Satie, si comincia a entrare nel vivo del film scoprendo ambizioni e timori di alcuni ballerini ingaggiati per la realizzazione di uno spettacolo di danza contemporanea. La maestria dei personaggi (tutti attori non professionisti, fatta eccezione per Sofia Boutella) viene subito rivelata attraverso un magistrale piano sequenza che offre una delle coreografie più incredibili della storia del cinema contemporaneo. Accompagnati dalla selezione musicale di DJ Daddy (interpretato dal celebre cantante/producer Kiddy Smile, noto soprattutto per la sua storica militanza nel mondo LGBT parigino), i giovani danzatori hanno la possibilità di esprimere totalmente se stessi attraverso passi di danza che tanto devono sia alla cultura del voguing che alla pratica del krumping. Ma questo sarà l’unico momento di armonia e di entusiasmo sincero al quale si potrà assistere, la quiete prima della tempesta, il sogno prima dell’incubo.

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EMOTIVITÀ CINEFILA

CLIMAX non è un film bello, ma non perché non sia qualitativamente alto, anzi: è impossibile definirlo bello semplicemente perché Gaspar Noé non ha voluto realizzare qualcosa di emotivamente piacevole riversando, ancora una volta, tutto il suo nichilismo in un’opera che sfocia principalmente nell’horror più sadico e abissale. Il sentimento della paura (che sia rivolto verso ciò che è diverso, che riguardi la solitudine o che si concretizzi nell’impossibilità di proteggere chi si ama) viene così ampiamente analizzato da divenire lo specchi del tempo che stiamo vivendo. Nonostante Noé stesso abbia dichiarato che “CLIMAX non è un film simbolico” è davvero difficile non percepire il parallelismo dei due principali livelli narrativi: uno prettamente crudo e schietto, che mostra ciò che avviene per quello che è, e un altro estremamente evocativo. L’enorme bandiera francese collocata all’interno della scuola/gabbia che “ospita” l’intera compagnia, la neve (“il cui colore bianco rappresenta, per la cultura giapponese, il lutto”) che circonda l’edificio o i nomi di alcuni personaggi sono degli esempi più che evidenti. Dai dialoghi e dalle vicende narrate si percepisce una tensione costante che viene supportata da una regia tanto fluida ed eterea quanto ossessiva e claustrofobica riuscendo addirittura a superare il coinvolgimento di una tecnologia come quella della realtà virtuale che, secondo Noé, “risulta ancora tecnicamente non all’altezza sia per la resa qualitativa dell’immagine che per l’impossibilità di essere fruita con una certa ritualità collettiva”.

ESPERIENZA CLIMAX

Un pathos accentuato soprattutto da una colonna sonora strepitosa (che forse trova in Windowlicker di Aphex Twin l’unica nota stonata in quanto lievemente anacronistica rispetto alle vicende narrate) destinata ad accompagnare sia i personaggi del film che, di riflesso, lo spettatore stesso in una vorticosa discesa negli inferi senza nessuna possibilità di redenzione. Nonostante il finale di CLIMAX lasci molte meno aperture rispetto alle pellicole precedenti di Gaspar Noé, il film sembra comunque essere privo di una certa solidità strutturale (in parte causata dalla quasi totale assenza della sceneggiatura a favore di un’improvvisazione a dir poco dionisiaca) che non consente di raggiungere un certo spessore, soprattutto per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi. Lo sguardo cinico e misantropico di Noé raggiunge qui l’apoteosi facendo continuamente riferimento a tematiche quali la morte, le violenze sessuali e l’aborto nell’intenzione di restituire un’opera, a detta del regista, “divertente, dal momento che se non si avesse paura di morire la vita sarebbe noiosa”. Il resto è impossibile da raccontare in quanto va solo vissuto… se si è disposti a farlo.

Valerio Veneruso

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.