Venezia 74: Controfigura, documentario e fiction per Rä di Martino. L’intervista

L’artista Rä di Martino presenta al Lido di Venezia il suo film ispirato a “The Swimmer” e con l’amico e grande attore Filippo Timi. Il tema (e il luogo) che ritorna è il deserto, in questo caso quello del Marocco.

venezia74, photo Irene Fanizza, controfigura Golino e Di Martino
venezia74, photo Irene Fanizza, controfigura Golino e Di Martino

Da tantissimi anni volevo lavorare su questo film perché è assurdo. È Hollywood, ma è come se fosse venuta malissimo, dislocata. Diventa quasi un film europeo della Nouvelle Vague. Mi ha incuriosito questo errore, perché in qualche modo il film non è riuscito, e dietro l’errore c’è qualcosa di molto interessante”. Rä di Martino (Roma, 1975), artista, presenta così alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il suo lungometraggio Controfigura. Tra i protagonisti Filippo Timi e Valeria Golino. La storia di un uomo che, nuotando piscina dopo piscina e correndo in costume per il deserto del Marocco, torna a casa. Tre sono le scene del film originario che la regista ripropone in quello che è una rielaborazione – e non un remake – di The Swimmer (nel titolo italiano “Un uomo a nudo”, 1968, regia di Burt Lancaster): due sono in italiano e una in arabo. Un film nel film in cui viene mostrato l’allestimento del set e la riuscita del film stesso; la realtà del dietro le quinte e le riprese dello stesso. Altro interprete è Corrado Sassi, la vera controfigura, usata per testare inquadrature, location e piscine dove si muoverà l’attore principale.Controfigura non è solo un film, è in un certo senso un punto di arrivo per l’artista-regista. Quasi la conclusione di un ombrellone di progetti: una mostra, un libro, un film. Al Lido di Venezia abbiamo incontrato Rä di Martino che ha raccontato alcune scelte riguardo il film e il prossimo progetto in cantiere.

venezia74, photo Irene Fanizza, controfigura Golino
venezia74, photo Irene Fanizza, controfigura Golino

In The Swimmer il protagonista attraversa in costume Los Angeles, in Controfigura siamo a Marrakech. Perché la scelta di questa location?

Ho riesumato l’idea di fare qualcosa su The Swimmer proprio quando ero a Marrakech dove stavo facendo un altro lavoro. Vedendo questa città che è antica, araba e forse la più aperta in questo momento al turismo e agli occidentali, che mischia il turismo di tanti livelli alla comunità vastissima degli stranieri che vivono lì, ma anche questi piccoli paradisi che si costruiscono, ovvero ville con piscine… ed è strano perché è una città molto desertica, e vedere centinaia e centinaia di piscine, quasi come fosse Los Angeles, mi ha fatto venire in mente questo film. Usare Marrakech come set in questo momento storico è anche un collegamento alla crisi dell’uomo occidentale che vive lì come straniero in quello che è un periodo di altissima tensione. Lo trovavo molto interessante come luogo da raccontare.

Controfigura è un film che cerca una propria identità, che cerca se stesso. Hai trovato ciò che cercavi?

Si! Sono riuscita a creare il loop che cercavo, perché alla fine è un meccanismo di fluidità tra un genere e un altro, tra documentario e finzione, il ricordo…. Ci sono tante cose che non sono film che speravo funzionassero insieme in qualche modo.

Una mostra, un libro e un film. Controfigura inizia ad essere un progetto assai “ingombrante”…

Sono partita con dei progetti di scultura, fotografia, un video di ricerca sul personaggio di The Swimmer e sul film. C’è un momento quando costruisci un lungometraggio in cui non sei sicuro che avverrà. Dentro di me ho detto: non riuscirò mai a realizzarlo questo film, ma almeno c’è una mostra e tanti progetti collaterali che rimarranno da questa ricerca. Poi invece siamo riusciti a fare tutto e anche un libro.  È un diario del set e anche un insieme di fotografie che ho fatto e che sono diventate inoltre una mostra, esposta ancora a Milano.

Cosa rappresenta per te il deserto, ormai diventato un topos centrale della tua arte?

Anche il mio prossimo progetto riguarda il deserto… È inconscio! A volte penso sia una novità altre mi rendo conto che è un insieme di pensieri e di tutti i miei personaggi. I miei luoghi sono sempre prati o spazi larghi, vuoti o deserti. C’è una pulizia estetica per cui posso mettere qualsiasi oggetto, qualsiasi personaggio e vederlo o renderlo in modo più nitido, più chiaro.

Riguardo al prossimo progetto a cui accennavi…

È una mostra che inauguriamo a fine settembre a Milano. Abbiamo Jerry, il topo di Tom e Jerry. È un suo ricordo, e in questo caso un modellino 3D un po’ goffo e invecchiato, abbandonato in un deserto nero, questa volta di Lanzarote. Lui si trova a fare un po’ la spazzatura di tutti i dialoghi d’amore del mondo.

L’arte è manipolatrice?

Il cinema sicuramente lo è, è più manipolatorio. Il cinema classico, la musica, la colonna sonora… lo avverto molto. L’arte forse no.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.