“Yellow Letters”: arte e politica, libertà e censura nel nuovo film di İlker Çatak

Il film di İlker Çatak, Orso d’Oro alla Berlinale 2026, trasforma lo straniamento in gesto politico e mette in scena una crisi che non ha più confini. Qui una clip in esclusiva 



Tra cinema e teatro, tra finzione e realtà, tra politica e ambiguità: Yellow Letters è il quinto film di İlker Çatak, in arrivo dal 30 aprile 2026 con Lucky Red. Al centro, Derya e Aziz, coppia di artisti turchi la cui vita si incrina subito dopo la prima del loro spettacolo. Quando Aziz, docente all’Università di Ankara, riceve una “lettera gialla” che ne decreta il licenziamento, la dimensione privata viene travolta da quella politica. Il trasferimento a Istanbul segna l’inizio di una sospensione esistenziale, dove sopravvivere significa ridefinire continuamente i propri confini morali.

L’origine: raccontare l’invisibile

L’idea nasce nel 2019, durante un soggiorno a Istanbul, ascoltando testimonianze di artisti colpiti da licenziamenti arbitrari. Sullo sfondo, le epurazioni seguite al tentato colpo di Stato del 2016: migliaia di persone escluse dal lavoro, intrappolate in procedimenti interminabili, condannate a una forma di invisibilità sociale. Çatak non costruisce un atto d’accusa diretto, ma sceglie di osservare le crepe: quelle che attraversano le relazioni, le identità, il senso stesso di libertà. È nella quotidianità che la violenza del sistema si rivela più profondamente.

Uno sguardo in esilio

Durante la scrittura, il regista mette in discussione la propria posizione, sentendosi esterno rispetto a chi quella repressione l’ha vissuta davvero, come Emin Alper. Il confronto con il produttore Enis Köstepen apre però una via inattesa: “esiliare” il film stesso. Non ricostruire la Turchia, ma evocarla altrove, in Germania, tra comunità diasporiche e spazi che conservano tracce di appartenenza. Una scelta che, nel tempo, si carica di nuovi significati, mentre anche in Occidente emergono tensioni simili tra libertà e controllo.

Berlino non è Ankara (eppure lo è)

È qui che Yellow Letters compie il suo gesto più radicale. Berlino non si traveste da Ankara: resta Berlino, con la Torre della televisione di Berlino che emerge all’orizzonte e le manifestazioni pro-Ucraina a segnare il presente. Una didascalia esplicita – “Berlin as Ankara” – rompe l’illusione e invita lo spettatore a partecipare consapevolmente al gioco. Lo stesso accade quando Amburgo diventa Istanbul. Non c’è mimetismo, ma sovrapposizione.

LuckyRed, "Yellow Letters"
LuckyRed, “Yellow Letters”

Lo straniamento come forma politica

Questa scelta richiama apertamente il teatro brechtiano: non immergere, ma interrompere; non nascondere, ma mostrare il dispositivo. Il cinema, qui, non cerca la trasparenza ma l’attrito. Anche il riferimento a Martin Scorsese — “il cinema è ciò che entra nell’inquadratura” — diventa una chiave: Çatak seleziona frammenti capaci di evocare, ma lascia emergere dissonanze che incrinano la visione. Il risultato è uno spazio ambiguo, dove ogni immagine chiede di essere interrogata.

Una domanda che resta

In questo slittamento continuo tra luoghi e significati, Yellow Letters smette di essere una storia “su” un paese e diventa una riflessione più ampia. Cosa accade quando la libertà di espressione si restringe? Come si ridefiniscono le relazioni quando il lavoro e la parola vengono meno? Il film non offre risposte, ma costruisce un campo di tensione in cui lo spettatore è chiamato a riconoscersi. Perché, suggerisce Çatak, quella distanza geografica è ormai un’illusione. E ciò che sembra accadere altrove potrebbe, molto presto, riguardare chiunque.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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