Alberi in città? L’esperto Francesco Ferrini ci spiega come le nostre città possono diventare più verdi
Città e alberi: un tema scottante che è e sarà sempre più al centro del dibattito relativo alle strategie per contrastare gli effetti del climate change. Ne abbiamo parlato con uno dei più importanti esperti di arboricoltura urbana, Francesco Ferrini
Le proteste dei cittadini per il taglio di grandi alberi nelle aree urbane sono ormai all’ordine del giorno: crescente sensibilità di una parte rilevante di cittadini verso il verde urbano va di pari passo con l’incremento della temperatura media a livello globale, e d’altra parte il mondo scientifico è unanime nel sostenere che nelle città gli alberi svolgono un ruolo cruciale per contenere gli effetti di un cambiamento climatico che molti, ormai, definiscono irreversibile. Per far chiarezza sul tema abbiamo intervistato Francesco Ferrini, professore ordinario di Arboricoltura e coltivazioni arboree all’Università di Firenze, impegnato anche nella divulgazione della materia sia grazie a una pagina Facebook, sia attraverso la pubblicazione di libri, come il recente Cronache da un pianeta confuso: tra illusione e speranza verde, in cui racconta come gli alberi siano organismi con i quali dovremmo progettare l’urbanistica futura.

Intervista a Francesco Ferrini
Innanzitutto ci spiega perché un’amministrazione dovrebbe perseguire un’attenta strategia di arboricoltura urbana?
Perché gli alberi non sono arredo urbano: sono infrastrutture biologiche. Raffrescano attraverso ombreggiamento ed evapotraspirazione, intercettano inquinanti, gestiscono parte delle acque meteoriche, sequestrano carbonio, sostengono la biodiversità e favoriscono il benessere psicofisico dei cittadini. Questi servizi aumentano e si mantengono se gli alberi vengono curati adeguatamente e se possono vivere a lungo in ottime condizioni vegetative.
Quali sarebbero i provvedimenti più opportuni da prendere per gestire le alberature urbane?
Prima di tutto conoscere ciò che abbiamo attraverso censimenti georeferenziati, monitoraggi, piani del verde e programmazione pluriennale. Poi occorre passare dall’emergenza alla prevenzione mediante personale qualificato, controlli basati sul rischio reale, corretta gestione del suolo, spazio per le radici, potature solo quando necessarie e cura degli alberi esistenti. Aggiungerei il “bilancio della chioma”: sarebbe buona cosa misurare ogni anno non soltanto quanti alberi piantiamo, ma quanta copertura arborea possediamo, perdiamo e guadagniamo.

La crescente sensibilità dei cittadini verso gli alberi può generare opposizione agli abbattimenti o al contrario, una percezione sproporzionata del rischio, definita “dendrofobia”. Come dovrebbero comportarsi le amministrazioni per conciliare sicurezza, corretta gestione del rischio e tutela del patrimonio arboreo?
Un grande albero è parte del paesaggio e della memoria collettiva: per questo dire semplicemente “è pericoloso” non basta, anzi è un errore. Quando l’abbattimento è realmente necessario, le amministrazioni dovrebbero comunicarne preventivamente e con trasparenza le ragioni, pubblicando valutazioni, fotografie e interventi previsti. Sarebbe utile un vero “passaporto dell’albero”, accessibile tramite QR code, che ne documenti storia, condizioni e gestione. Al tempo stesso occorre evitare la dendrofobia, cioè una percezione sproporzionata del pericolo: dopo ogni caduta si invocano abbattimenti preventivi, però il rischio zero non esiste, e di contro abbattere preventivamente i grandi alberi renderebbe le città più calde, meno resilienti e meno vivibili. Alla cultura della paura va sostituita quella della gestione scientifica e trasparente del rischio.
Esistono normative nazionali che limitano il taglio o le potature radicali degli alberi o tutto dipende dai regolamenti locali?
Esiste un quadro nazionale, ma non una disciplina unica per ogni albero urbano. La legge 10/2013 contiene strumenti per il verde urbano e tutela gli alberi monumentali. Per gli appalti pubblici, i Criteri Ambientali Minimi del 2020 indicano di evitare capitozzatura, cimatura e potature drastiche, senza però prevedere sanzioni specifiche; si aggiungono norme regionali e regolamenti comunali. Servirebbe quindi una disciplina nazionale più organica.

Cosa significa mettere a dimora nuovi alberi in città? Perché spesso i giovani alberi muoiono?
Non significa scavare una buca e dimenticarsene. Bisogna prima valutare volume e qualità del suolo, acqua, esposizione, spazio futuro per chioma e radici. Servono poi anni di cure post-impianto. Molti alberelli muoiono perché si finanziano l’acquisto e l’impianto, ma non l’attecchimento.
Infine, ha senso investire decine di migliaia di euro per distribuire nelle città delle piante in vaso?
Può avere senso solo come soluzione temporanea dove sia impossibile intervenire sul suolo. Prima di spendere decine di migliaia di euro sarebbe opportuno fare almeno uno studio delle ombre: dove cade l’ombra? Quanti metri quadrati vengono realmente ombreggiati nelle ore più calde? Casi come quello recente di Trieste (dove sono stati posizionati 13 piccoli platani inseriti in grandi fioriere con una rada chioma modellata a ombrello, ndr) mostrano quanto sarebbe necessario chiedersi tutto ciò prima, non dopo. Inoltre, occorrerebbe conoscere il costo complessivo, il costo di gestione e la durata dell’intervento: sapremmo così quanto paghiamo ogni metro quadrato d’ombra. Il verde urbano non va giudicato da quanto è fotogenico all’inaugurazione, ma dall’ombra, dal raffrescamento e dal benessere che produce nel tempo.
Marta Santacatterina
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