L’illusione del bianco nei reperti antichi. Scultura e architettura erano colorate. E molto

A lungo questa realtà è rimasta nascosta dal peso di una tradizione che ha fatto del bianco un ideale estetico. E la svolta viene da una lunga storia di scoperte archeologiche, da Pompei ed Ercolano fino agli studi sulle superfici ateniesi


Per secoli abbiamo guardato al mondo classico come il più rappresentativo di una concezione estetica immobile e levigata dal candore del marmo. Ma invece è una delle costruzioni storiche errate più resistenti. La scultura e l’architettura antica, infatti, non erano nate bianche ma decorate da pigmenti (rosso, blu, ocra, nero, dorature ecc.) che si fondevano con la luce e il paesaggio circostante. A lungo questa realtà è rimasta nascosta dal peso di una tradizione interpretativa che ha fatto del bianco un ideale estetico. E la svolta affonda le radici in una lunga storia di scoperte archeologiche, da Pompei ed Ercolano fino agli studi sulle superfici ateniesi, che oggi trova nuova forza grazie alle tecnologie diagnostiche e ai protocolli di conservazione che permettono di leggere ciò che il tempo ha cancellato.

Il colore dei Greci: la riscoperta della policromia nelle statue antiche

Le fonti antiche, del resto, non avevano mai lasciato davvero spazio al dubbio. Vitruvio e Pausania descrivono l’uso dei pigmenti e il valore comunicativo del colore nelle architetture sacre e nelle immagini degli dèi. La tavolozza antica era relativamente contenuta ma estremamente “viva”: pigmenti minerali, lacche organiche, blu egizio e leganti naturali come cera d’api, caseina, colle animali o albume. Il problema è che tra seppellimenti, esposizione agli agenti atmosferici e restauri sono state cancellate gran parte delle superfici originali. Eppure negli ultimi decenni archeologi, restauratori e conservation scientists hanno iniziato a osservare il colore come un dato essenziale per comprendere l’opera.

Lo sapevate che nell’antichità sculture e architetture erano colorate?

In questo contesto si inseriscono ricerche sempre più interdisciplinari e metodologie non invasive: imaging multibanda, fluorescenza UV, luminescenza indotta, spettroscopia XRF e riflettanza UV-VIS consentono oggi di indagare direttamente in situ senza prelevare campioni e senza compromettere ciò che resta della decorazione originaria.

La mostra al Metropolitan di New York sul tema

E a rendere questa consapevolezza accessibile a un pubblico internazionale c’è stata anche nel 2023 una mostra a New York che ha riacceso il dibattito sul tema con Chroma: Ancient Sculpture in Color, attraverso cui il The Metropolitan Museum of Art ha riletto il mondo greco-romano. Il progetto – sviluppato con il contributo di Vinzenz Brinkmann e Ulrike Koch-Brinkmann – partì così da una domanda: cosa succede quando togliamo al marmo il filtro della nostra abitudine percettiva? Le ricostruzioni presentate partivano da analisi scientifiche, studi stratigrafici, imaging tridimensionale e confronto con le tracce ancora conservate. Statue che nella memoria collettiva appaiono monocrome tornavano a essere dipinte da blu intensi, rossi accesi, dettagli dorati e superfici che dialogavano con lo spazio e con la luce. La mostra affrontava inoltre il tema del colore non solo come ornamento ma comunicava status, sacralità e appartenenza. Il risultato è uno spostamento di prospettiva che riguarda anche il nostro modo di costruire il canone. Se il marmo bianco ha rappresentato per secoli un ideale di purezza e astrazione – alimentato dall’eredità neoclassica e dalla lettura di Winckelmann – oggi emerge un’altra antichità: più intensa, più materiale, più vicina ai codici percettivi del proprio tempo.

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Redazione

Redazione

Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.

Scopri di più