Intervista a Marco Scotini che diventa direttore artistico dell’accademia NABA (che compie 50 anni sbarcando a Londra)

NABA si prepara a compiere 50 anni. Apre a Londra e lancia l’idea di un archivio che ne racconta la storia: inaugurazione nel 2030. A curarlo, insieme alla direzione, sarà Marco Scotini, che assume la carica di direttore artistico, succedendo a Italo Rota. L’intervista

Il termine “Nuova” accanto ad Accademia di Belle Arti potrebbe trarre in inganno. Ma NABA in realtà è nata come un’utopia fondata da intellettuali e creativi nel 1980 a Milano, sui Navigli. Da allora molto è cambiato. La sede, le strategie, i progetti di espansione nelle altre città, e gli studenti hanno raggiunto quota cinquemila diventando una community internazionale, mantenendo tuttavia lo spirito iniziale.

Il campus di NABA a Milano
Il campus di NABA a Milano

L’Archivio di NABA

Nel 2030 compirà 50 anni, preparandosi con celebrazioni e progetti a questo importante appuntamento. Tra questi, un grande archivio che ne racconterà l’illustre storia e che sarà curato da Marco Scotini, un vero esperto in materia (basti ricordare il suo Disobedience Archive, progetto ultraventennale sbarcato nel 2024 nella Biennale diretta da Adriano Pedrosa). Il curatore ha peraltro assunto nel 2026 l’incarico di direttore artistico di NABA che già fu del visionario architetto Italo Rota, fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2024. Scotini, che ha ricoperto fino alla nuova nomina il ruolo di Head of the Visual Arts and Curatorial Studies Department dell’Accademia di via Darwin, si occuperà delle sedi di Milano e Roma e della neonata scuola a Londra, che vede l’Accademia sbarcare in un mercato complesso, eppure interessantissimo. Abbiamo parlato di questo e altro con lui, nella seguente intervista.

Intervista a Marco Scotini

NABA, pochi lo sanno, ha una lunga storia alle spalle. A fondarla è stato infatti un gruppo di intellettuali, negli Anni Ottanta…
Proprio ad un anno cruciale come il 1980 risale la nascita di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti. ‘Nuova’ – bisogna premettere – perché non si riconosce nel ricco scenario delle accademie storiche italiane, troppo distanti allora dalla contemporaneità. La sua istituzione è promossa da Ausonio Zappa – un pioniere dell’educazione privata in Italia – insieme al critico Guido Ballo – uno tra i più acuti testimoni della vita artistica italiana tra i’50 e i ’60. Con loro figura anche lo scenografo e architetto Tito Varisco, direttore degli allestimenti scenici al Teatro alla Scala per tutti gli anni ‘70. Questi padri fondatori, che congiuntamente ad altre figure del mondo artistico (Luigi Veronesi, Gianni Colombo, Kengiro Azuma) daranno origine a NABA, sono tutti fuoriusciti da Brera.

Cosa li univa?
Sebbene molto diversi tra loro, hanno in comune piuttosto la volontà di contestare la rigidità e l’autoritarismo della tradizione accademica per aprire ad un pluralismo istituzionale. Intendono unire la cultura del fare (per quanto sperimentale) con la ricerca progettuale. Così come introdurre visioni e linguaggi più vicini alle pratiche artistiche contemporanee e alle professioni creative. In sostanza, all’interno del processo di formazione, si vuole superare la figura del “puro” artista: ibridarla con altre competenze, nuovi orientamenti e con il mondo della produzione. Allora questi potenziali soggetti si definivano ‘operatori estetici’ o ‘tecnici della visione’ mentre oggi avrebbe prevalso un termine inclusivo (per quanto troppo omogeneizzante) come quello di designer.

Quali sono stati a tuo parere i presupposti, le esigenze e gli obiettivi, intorno alla nascita di un nuovo ente di formazione a Milano?
Come è noto, all’inizio degli Anni ’80 Milano si impone come la capitale incontrastata del Made in Italy nel campo della moda e del design internazionali. Credo che, sulla spinta delle proteste e occupazioni di atenei e accademie degli anni precedenti, si sentisse da più parti la necessità di un rinnovamento della formazione anche in rapporto al nuovo scenario produttivo che stava emergendo. Basti pensare che Domus Academy (che oggi fa parte dello stesso Gruppo di NABA) nasce due anni dopo la Nuova Accademia di Belle Arti e si muove autonomamente sul solo terreno del design.

In che modo?
Nel nuovo modello educativo proposto allora da NABA, per esempio, al posto delle classiche aree di pittura e scultura si trovano gli indirizzi di Ricerche Pittoriche e Ricerche Plastiche. Al disegno si sostituisce la fotografia come materia-base di tutti i corsi, sulla scorta della celebre frase trasmessa da Walter Benjamin: “Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia sarà l’analfabeta del futuro”. Ma la vocazione di NABA ad aprire le mura dell’accademia – e a contestare il modello formativo tradizionale delle accademie italiane – non troverà terreno facile. Proprio per questo, all’inizio della propria attività, NABA sarà accompagnata da un Istituto di Progettazione per l’Industria che non sarà riconosciuto legalmente.

Ma poi nel 1981 avviene il riconoscimento legale e l’ingresso in AFAM…
NABA, di fatto, è la prima accademia privata ad ottenere il riconoscimento ministeriale. E rimarrà la sola per molti anni. Oggi la situazione è estremamente diversa ma stiamo parlando di cinquanta anni fa, più o meno. In tutti questi anni le riforme nel settore della formazione artistica, per quanto procrastinate per anni, sono poi arrivate. Anche se con grande ritardo, appunto. Per cui l’emersione di NABA in quel momento risulta ancora più giustificata.

Chi sono state le figure centrali che hanno attraversato i primi venti anni di vita di NABA?
A Guido Ballo venne affidato l’incarico di identificare il primo nucleo di artisti che hanno costituito il corpo docente originario. In quei primi venti anni, che hanno visto la successione di tre direttori, vi troviamo fotografi come Mario Carrieri, Maria Mulas e Mario Cresci oppure grafici come il geniale Franco Grignani, esperti di semiotica come il poeta Giancarlo Majorino, grandi scenografi come Tito Varisco e Margherita Palli o artisti come Luigi Veronesi, Emilio Isgrò, Hidetoshi Nagasawa, Mauro Staccioli, Paolo Rosa ma soprattutto Gianni Colombo a cui si deve buona parte della filosofia formativa NABA, di cui è stato direttore dal 1985 fino alla morte improvvisa nel 1993. A lui si sostituirà un critico d’arte come Vittorio Fagone, esperto di videoarte e teorico dell’interazione tra media diversi.

La svolta cruciale avviene poi negli anni 2000 con un grande progetto di internazionalizzazione che porta in pochi anni l’Accademia a diventare una delle istituzioni più illustri nella formazione artistica, nella moda e nel design.
Si tratta di un mutamento radicale su più livelli. Un trasferimento della sede da Via Paolo Bassi al cuore dei Navigli, innanzitutto. Con il cambio di proprietà, NABA si insedia in un vero e proprio campus universitario di una quindicina di edifici dove le nuove architetture vetrate di Dante O. Benini si uniscono alla memoria industriale ottocentesca dell’ex Istituto Sieroterapico Milanese. C’è poi un cambio in termini numerici: visto che la storica NABA arriva ai Navigli con poco più di 200 studenti nel 2003 mentre in breve tempo riesce a raggiungerne oltre cinquemila. Ma soprattutto una trasformazione della filosofia formativa che, integrando le istanze originarie, cerca di rispondere a un contesto culturale fortemente mutato e ad una offerta formativa più ampia rispetto agli anni in cui l’accademia milanese era sorta. Una apertura internazionale che sarà consolidata dai network proprietari successivi, una forte attenzione alla destinazione sociale del prodotto culturale, una coscienza relazionale della produzione semiotica, artistica e progettuale, infine. Questi, in sostanza, sono i nuovi parametri di NABA. Da allora docenti e studenti provenienti da tutto il mondo, visiting professors e guests di fama internazionale non finiranno di alternarsi nel campus di Via Darwin quotidianamente.

Sono gli anni in cui peraltro è cominciato il tuo rapporto professionale con NABA con il ruolo di Head of the Visual Arts and Curatorial Studies Department che sotto la tua guida ha assunto una connotazione ben precisa. Come è cambiata la formazione in questi anni?
Ho avuto la fortuna di essere tra le poche persone che, all’inizio del 2000, hanno cercato di trasformare quello che avevamo ereditato dal ventennio precedente, pur mantenendone il carattere interdisciplinare originario. Alessandro Guerriero, entrato nella leggenda per aver fondato Alchimia nel 1976, Domus Academy nel 1982 e Futurarium nel 1993, importava in NABA tutti gli ex Radicali e gli ex Memphis. Spesso con la partecipazione degli studenti riattivavamo le loro performance storiche negli spazi dell’ex Sieroterapico: da Gianni Pettena a Ugo La Pietra, da Cinzia Ruggeri ad Anna Gili.

E tu?
Io, da parte mia, introducevo da differenti latitudini tutti quelli che allora si definivano independent curator e tentavo di ibridare la figura dell’artista con quella del curatore. Neppure in campo artistico trascuravamo la riproposizione di performance del passato di Joan Jonas, Michelangelo Pistoletto, Anna Maria Maiolino, John Baldessari, Nanni Balestrini, ecc. Anche se agli Anni ’80 preferivo i ’70. Elisabetta Galasso, prima direttrice donna di NABA che veniva dall’ambito della cooperazione internazionale e della formazione interculturale, cercava di tradurre su un piano operativo e metodologico quello che in me e Alessandro rimaneva implicito, non detto. Ma, racconti a parte, uno degli aspetti su cui ho cercato di fondare il nuovo corso di Arti Visive è stato la ricerca di una nuova condizione di sostanziale porosità tra la produzione artistica e l’exhibition making. Qualcosa che allora poteva sembrare controcorrente – viste le incombenti forme di specializzazione dei diversi settori dell’arte soprattutto in ambito anglosassone – mentre oggi è un fenomeno di grande attualità.

Mi sembra che il tuo lavoro si sia mosso attraverso assi ben precisi, ridefinendo gli studi culturali, lavorando su una visione pedagogica che coniughi apertura internazionale, attivismo culturale e memoria storica….
Ho sempre lavorato alla scelta della faculty per il dipartimento di Arti Visive come si selezionano gli artisti per una grande mostra, con la stessa difficoltà e lungimiranza. Ma in una mostra non ci sono solo gli artisti. Ci sono anche i grafici, i comunicatori, gli allestitori, i teorici, gli autori dei testi, ecc. Questo è stato altrettanto vero per il dipartimento che doveva essere concepito come un micromondo, un ecosistema di relazioni (e non solo di saperi disciplinari) in cui tutti dovevano sentire la responsabilità di contribuire ad uno stesso progetto: docenti e studenti. In particolare, una mostra non è concepibile senza un tema e così nel dipartimento, lungo questi quasi trent’anni, si sono radicate delle linee di ricerca che hanno finito per connotarlo fortemente.

Spiegaci meglio…
In alcuni casi sono state anticipate alcune tematiche sociali che, dall’essere minoritarie all’origine, hanno finito per affermarsi come un trend culturale contemporaneo. Penso al tema dell’archivio, a quello di genere, a quello dell’ecosofia e del multiculturalismo. Per quest’ultimo non ci siamo limitati ad un approccio teorico ma abbiamo invitato a far parte della faculty soggetti provenienti dalle più diverse culture, che poi sono riusciti a rappresentarci a livello internazionale. Difficile trovare una sintesi di tutto questo se non in una pedagogia della continua messa in discussione dei saperi accettati una volta sottoposti al vaglio dell’esperienza concreta. Una pedagogia condivisa da tutti attraverso il confronto, la mediazione, la condivisione e il dibattito.

Inoltre, hai seguito l’espansione di NABA a Roma nel 2019. Dopo sette anni da quella apertura oggi NABA arriva anche a Londra, in un panorama che già gode della presenza di importanti enti di formazione in ambito artistico e creativo. Cosa offrirà di diverso NABA?
Ricordo perfettamente il taglio del nastro a Roma, nell’edificio storico in Via Ostiense e la costruzione di una faculty ad hoc per il contesto romano che non doveva ripetere quello milanese. Crediamo che il sapere debba essere situato e NABA non è un modello ready-made da esportare tale e quale ma qualcosa che va ogni volta declinato. Lo stesso vale per la nuova sede di Londra che aprirà ad ottobre nel distretto tecnologico e creativo Here East, all’interno del Queen Elizabeth Olympic Park. Qui intanto approderanno i corsi di moda e design. Se a Roma gli studenti si stanno avvicinando al migliaio, stiamo a vedere che cosa succederà a Londra.

Fondamentale inoltre è stata la figura visionaria di Italo Rota, che ha lasciato una impronta indelebile e ha mantenuto il ruolo di Direttore artistico fino al 2024, anno della sua scomparsa. Quel suo stesso ruolo ora lo indossi tu, per tutte le sue sedi. In che cosa consisterà questo incarico? E come farai dialogare culturalmente Roma, Milano, Londra?
Come dire… Un’altra bella e complessa eredità! Italo non era solo uno straordinario architetto e designer ma anche un collezionista che amava costruire musei. In particolare, era collezionista dei libri d’artista che hanno accompagnato la storia delle avanguardie del Novecento. Inoltre, la sua esperienza nella redazione di una rivista prestigiosa come Lotus International aveva consolidato negli anni il suo interesse per l’oggetto-libro. Per questo aveva proposto per NABA una collana editoriale di concept-books pubblicata da Quodlibet e diretta da Italo con il direttore di NABA Guido Tattoni. Sono usciti una decina di libri e io ho curato un primo volume sulla curatela dal titolo “Utopian Display. Geopolitiche curatoriali” e un altro in uscita entro l’anno, “How Things Appear” che ho dedicato a Rota perché è una panoramica sull’exhibition display contemporaneo.

Tu invece cosa farai?
Per quanto mi riguarda ho in mente molti progetti ma anticipo solo il primo relativo ad un Archivio NABA che dovrebbe essere pronto per i suoi cinquanta anni nel 2030. Questo strumento è più che necessario per raccogliere la sua intera storia e cominceremo presto a lavorarci con il direttore Tattoni e la vicedirettrice Annalisa Bottoni. Credo che dovremo incrementare anche l’area della ricerca attraverso i nuovi dottorati in artistic practice, magari con l’ausilio di altri atenei internazionali (inglesi in particolare) per rafforzare la leadership in campo artistico che ci hanno attribuito.

Santa Nastro

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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