Antonio del Pollaiolo è stato anche architetto nella Roma rinascimentale? 

Attraverso fonti scritte e disegni, si può ipotizzare che nella Roma di fine Quattrocento il celebre artista abbia anche progettato dei palazzi. Tra certezze e congetture, cosa sappiamo oggi?

Vasari nelle Vite scrive che Antonio del Pollaiolo (Firenze, 1431 ca. – Roma, 1498), secondo le sue risultanze, aveva progettato il Palazzo del Belvedere in Vaticano. L’asserzione di Vasari è stata decisamente avversata dalla critica di oggi che non ha riconosciuto all’artista fiorentino l’attività di architetto, attestata al contrario dallo scrivente con prove documentali. In altro articolo della rivista ho presentato un disegno giacente alla Biblioteca Apostolica Vaticana in cui il maestro fiorentino asserisce, nel gergo criptico rinascimentale, di aver progettato la ristrutturazione del convento di Santa Chiara in Urbino, ordinata da Federico di Montefeltro in onore della sposa defunta e ivi sepolta. Orbene la struttura del Convento con le due ali alle estremità che protendono sul territorio è sovrapponibile alla originaria struttura del Palazzo del Belvedere in Vaticano come risulta anche da un disegno di Leonardo da Vinci che nel 1513 risiedeva colà.

Antonio del Pollaiolo, maestro nella Roma di fine Quattrocento

Negli ultimi giorni del 1499, quando già erano iniziati i festeggiamenti per l’arrivo del nuovo secolo, uscì a stampa un poemetto in terza rima dantesca in cui un anonimo pittore prospettico milanese invitava Leonardo da Vinci a recarsi a Roma per visionarne le reliquie antiquarie. Il titolo del poemetto era Antiquarie Prospectiche Romane, un incunabolo oggi giacente alla Biblioteca Casanatense di Roma e in manoscritto a Monaco. A più riprese ho sostenuto che l’anonimo dipintore era Donato Bramante, latore di una richiesta al Vinci – criptica sia nell’oggetto sia nel linguaggio – perché si recasse nell’Urbe a realizzare il busto marmoreo del comune maestro Antonio del Pollaiolo, morto nel 1498, da collocarsi nella sua tomba in San Pietro in Vincoli.

Gli scambi tra Bramante e Leonardo

A tal riguardo, altrove ho portato la prova documentale che l’autore del poemetto è Donato Bramante tramite la lettura appropriata di una terzina: “Montecauallo ancor non l’agio scosso / cheui son doi gran dei dicati al fiume / di tal bonta che dire apena il posso”, cioè: “Non ho ancora potuto dar corso ai lavori del palazzo della Cancelleria, mettendo all’opera Antonio da Montecavallo, perché ci sono in corrispondenza della chiesa di Santa Maria sopra Minerva due grandissime statue romane che sono da dissotterare”. Monte Cavallo è il colle del Quirinale che non può essere scosso neanche da Ercole in persona. Scuotere un cavallo significa metterlo all’opera; Bramante dice: “Non ho potuto mettere al lavoro Montecavallo per il Palazzo della Cancelleria perché sono emerse dal terreno due enormi statue che dobbiamo prima dissotterrare” (il Tevere, oggi al Louvre, e il Nilo, in Vaticano).

L’esecutore dei lavori di Bramante a Roma era Antonio da Monte Cavallo; la locuzione, quindi, non fa riferimento ad un appellativo di luogo, ma di persona. La paternità di Bramante sul poemetto è sostenuta pertanto da prova documentale. Bramante, architetto e pittore, ma non scultore, chiedeva l’intervento di Leonardo per risollevare il livello artistico di quel misero giaciglio disposto in un anfratto di San Pietro in Vincoli. Del resto, la richiesta di fare il busto marmoreo del Pollaiolo è decifrabile nel poemetto: “ Po’ che di marmo fa vinci un col core”.

Come rintracciare l’Antonio del Pollaiolo architetto?

L’opera è una fonte per poter individuare i palazzi romani dove aveva operato il Pollaiolo, menzionati da Bramante proprio per enfatizzarne la sua attività di architetto. La prima terzina che fa riferimento al palazzo romano dove aveva verosimilmente lavorato Antonio del Pollaiolo, recita: “A el cappel genouese un certappollo / che sa gettato el carcassa alle spalle / collarco lento spinto fiacho e mollo”. Nel palazzo dove ha abitato il cardinale genovese Paolo di Campofregoso c’è un Apollo che si è gettato alle spalle la faretra e ha l’arco allentato, spento, fiacco e molle. Si tratta dell’Apollo del Belvedere che nel periodo 1486-1488 fu portato da San Pietro in Vincoli, dove era stato rinvenuto, nel Palazzo di Santi Apostoli, oggi Palazzo Colonna. “El cappel genouese” indica la dignità cardinalizia di Paolo di Campofregoso, che tra il 1486 e il 1488 risiedeva nel palazzo dei Santi Apostoli, nell’ala di cui aveva disponibilità il commendatario e suo sodale Giuliano della Rovere. Bramante voleva ricordare quel biennio in cui, durante lavori in corso presso il Palazzo di Santi Apostoli, vi fu trasferito l’Apollo del Belvedere. C’è da notare che nell’Apollo del Belvedere non ci sono né l’arco né la faretra descritti nel poemetto: Bramante identifica idealmente Antonio del Pollaiolo con la scultura scrivendo che si è gettato alle spalle la faretra, nel senso che è terminata l’attività artistica con la sua morte evocata dall’arco spento.

Antonio del Pollaiolo architetto a Roma tra certezze e ipotesi

È plausibile che lo stesso architetto stesse dirigendo i lavori nella Basilica e nel Palazzo. Vasari attribuisce la progettazione del chiostro di San Pietro in Vincoli a Giuliano da Sangallo, ma l’asserzione non ha sostegni documentali. “Un certappollo” ha delle assonanze, quasi una sincrasi, con l’Anton Polli delle cinque terzine del poemetto dedicate al monumento funebre di Sisto IV, opera di Antonio del Pollaiolo; a tal proposito, non può essere senza precisa motivazione il loro inserimento in un poemetto che trattava di opere dell’antichità.

Dai versi scritti all’architettura

Procedendo, nel poemetto si legge: “E in casa di San Giorgio una minerva / la qual mi fa tornar el cor dincudo / con quella di San Marco equal conserua”, cioè: “Nel Palazzo di San Giorgio c’è una Minerva che a guardarla mi si gela il cuore e una collezione di arte pari a quella del Cardinale di San Marco”. Nel poemetto viene ricordato il Palazzo di San Giorgio, oggi Palazzo della Cancelleria Apostolica. Come risultato da recenti studi, il palazzo, prima dell’intervento bramantesco, presentava due diverse derivazioni strutturali: una primitiva con interventi lombardo-veneti ed una intermedia vicina allo stile fiorentino dell’albertiano Palazzo Rucellai. Per commissione del circolo curiale di Giuliano della Rovere, Antonio del Pollaiolo aveva progettato, come si è detto, il Palazzo del Belvedere di Innocenzo VIII. I bene attestati rapporti di Pollaiolo con Giuliano della Rovere e con Raffaele Riario, titolare del Palazzo di San Giorgio, consentono di ipotizzare l’intervento dell’architetto-artista fiorentino nella edificazione della facciata del futuro Palazzo della Cancelleria Apostolica, come si evince dalla ricercatezza delle finestre che indirizza verso una conoscenza a tutto campo di architettura e arti figurative.

I legami di Antonio del Pollaiolo

Subito prima delle cinque terzine del poemetto dedicate al Monumento funebre di Papa Sisto IV di Antonio del Pollaiolo, si legge: “Ecci un mastropasquille imparione / dal sasso spinse el so nimichio in aria / questo e collui che extinse gerione”. Si parla della famosa statua di Pasquino, posta su un lato di Palazzo Carafa, oggi Palazzo Braschi, dopo il restauro del XVIII Secolo. Nel Rinascimento si riteneva che il gruppo scultoreo rappresentasse la lotta di Ercole e Anteo, tema tanto amato da Antonio del Pollaiolo. Si tratta, in realtà, di una copia romana da un originale greco raffigurante Agamennone che ha in braccio il corpo di Patroclo, ma nell’accezione di allora poteva configurarsi come un riferimento al Pollaiolo. L’artista fiorentino, musa dell’Accademia Platonica, fece più rappresentazioni di Ercole, l’eroe mitologico che rappresentava, secondo quel movimento filosofico, la vittoria della virtù sulle passioni viscerali. La terzina vorrebbe ricordare il rifacimento della facciata di Palazzo Carafa-Braschi – operato nella parte finale del Secolo XV – all’angolo della quale fu messa la statua di Pasquino, verosimilmente per ricordare il progettista del restauro. I consolidati rapporti di Antonio del Pollaiolo con la reggia napoletana – i Carafa erano di Napoli – e con il suo entourage per il tramite del Duca di Urbino rendono la congettura ancor più verosimile.

Massimo Giontella

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Massimo Giontella

Massimo Giontella

Medico e fisiatra, studia Antonio del Pollaiolo da quindici anni insieme a Riccardo Fubini, ordinario emerito di Storia del Rinascimento presso l'Università di Firenze. È autore, insieme al professor Fubini, di nove pubblicazioni su Antonio del Pollaiolo uscite in riviste…

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