Le catarsi imperiture dell’artista Alessandro Piangiamore in mostra a Lugano. La recensione 

Alla Galleria Repetto di Lugano, fino al 26 giugno 2026, la mostra personale di Alessandro Piangiamore ne sottolinea le illustri ascendenze pittoriche. Una mostra che unisce animali, vegetali e minerali per riflettere sulla compresenza tra vitalità e mortalità

L’ultima mostra personale di Alessandro Piangiamore (Enna, 1976), allestita negli spazi della Galleria Repetto di Lugano e intitolata La polvere ci mostra che la luce esiste, lo consacra alla piena maturità artistica. Ispirata a un saggio dell’estetologo francese Georges Didi-Huberman dedicato alla polvere in sospensione (contenuto nel volume La conoscenza accidentale, Torino 2011), l’esposizione delinea l’ultimo capitolo di una ricerca pluridecennale volta a esplorare le dimensioni ideali della materia. Consapevolmente Piangiamore aderisce alla grande tradizione metafisica italiana, che fuori della stretta accezione dechirichiana significa esorbitare il dato referenziale in direzione di approdi ulteriori e indefiniti. Si tratta di un’attitudine tipicamente nostrana, trasversale a più tipologie di poetiche, basti pensare a Fontana, Manzoni, De Dominicis, Paolini, il miglior Cattelan, ecc. I nostri artisti più rappresentativi sono i “metafisici” di ieri e di oggi, compresi i maestri dell’Arte Povera, ai quali Piangiamore guarda mediando tra ispirazione e rinnovata sperimentazione.

Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026 Veduta della mostra presso Repetto Gallery, Lugano Photo: Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
Alessandro Piangiamore, La polvere ci mostra che la luce esiste, 2026 Veduta della mostra presso Repetto Gallery, Lugano Photo: Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

Alessandro Piangiamore a Lugano. Tra inferi…

Negli spazi della Galleria Repetto osserviamo un paesaggio sospeso tra cielo e terra. Sul pavimento, un’oscura presenza è visitata da corpi luminescenti. Si tratta di una grande distesa di polvere vulcanica proveniente dalle pendici dell’Etna, uniforme e nera, che l’artista ha sagomato in forma di triangolo. L’anamorfosi appiattita sa evocare a un tempo la sagoma del vulcano e la Trinacria che lo ospita, oltre che un Ade minimale. L’opera fa parte del ciclo Il cacciatore di polvere (2018-2026), frutto dell’attitudine dell’artista di mappare terre, sabbie e polveri raccolte nei luoghi che visita, dando vita a depositi cromatici sempre differenti. Una parvenza di vita abita l’isola galleggiante immaginata dell’artista, delle piccole sculture di vetro che sigillano per l’eternità variopinte essenze profumate (After-Life, 2016-2026). Le forme ricordano i frutti canditi siciliani in combinazione con la consistenza e durevolezza dell’ambra, per un contrappunto con l’oltretomba denso di significazione. Poco distanti, appoggiati a parete, due capitoli di un’altra serie ininterrotta, Ieri ikebana (2016-2026), consistente in lugubri composizioni floreali affogate in malte cementizie, qui nere come la notte.

… e cieli nella Galleria Repetto

Sullo sfondo, le carte appese alle pareti disegnano un orizzonte atmosferico cangiante. Si tratta di un campione dalla serie in progress Qualche uccello si perde nel cielo (2021-26), la quale consiste di differenti stampe ad inchiostro realizzate al torchio. Se la matrice è costituita da un turbinio di piume d’uccello e piccoli corpuscoli, gli inchiostri coprono le differenti colorazioni del cielo, dagli scuri notturni agli azzurri diurni, passando per le calde tinte di albe e tramonti. Collocato di fronte ad essi, appeso a mezz’aria, sta un arcobaleno dalle molteplici soluzioni di continuità. Si tratta dell’opera in più episodi Giove pittore di farfalle (2022), ispirata all’omonimo dipinto di Dosso Dossi (1523-1524 ca.). Il re dei Numi, qui, è un raffinato designer che invece di affidarsi a tela e pennelli, opta per delle sculture minimali in vetro smerigliato attraversate da fasci di luce cangiante. Sempre all’arcobaleno è dedicato un video che vede il variopinto fascio luminoso trasfigurato in una fiammella che scaturisce dalle dita dell’artista nell’impossibilità d’afferrarla (Te lo prometterò, 2025).

Il paesaggio che risulta da questa sinfonia di scorci e panorami, oltre che di materiali, luci e colori, ci trasposta in una dimensione oltremondana, metafisica appunto, tanto esteriore che interiore. Lo spettatore si scopre investito di istanze esistenziali relative alla vita e alla finitudine, il che ci conduce ad alcune considerazioni generali intorno allo statuto ontologico dell’opera d’arte indispensabili per inquadrare la poetica dell’artista.

Zombie

Sostiene Aristotele nella Poetica che l’efficacia della tragedia consiste nel produrre la “catarsi” dello spettatore. Il filosofo non ne esplicita natura e funzionamento, ma è chiaro che assistere allo spettacolo di “pietà e terrore” da una posizione securitaria consente di elaborarlo senza danno. La funzione catartica, a ben vedere, è propria delle arti in genere, le quali sono tanto più riuscite, quanto più sanno inscenare il male al fine di esorcizzarlo, secondo una forbice che va dalla sublimazione alla negazione radicale, si pensi rispettivamente a Guernica e a una tela di Mondrian o al Requiem di Mozart e a una canzonetta spensierata. Dal rito al quadro alla sinfonia, in tutti i casi il negativo è neutralizzato attraverso rappresentazioni finzionali che ne inscenano la sconfitta. Quest’ultima può essere tematizzata o meno, la semplice rappresentazione del male (sublimazione) o la sua presenza in absentia (negazione) sono sufficienti a decretarne la disfatta, sovente per l’eternità. “Ciò che è destinato a vivere eternamente nel canto, deve perire nella vita”, sentenziava Schiller un paio di millenni dopo Aristotele, conscio di tale meccanismo e memore del detto oraziano “ut pictura poiesis”. Così, al pari di mummie, vampiri e zombie, lapidi, idoli, statue, pitture, partiture musicali, coreografie e testi sono corpi inerti richiamati in vita a ogni rammemorazione, sguardo ed esecuzione. Non a caso madre delle Muse è Mnemosyne e padre delle arti Apollo, il dio che resuscita.

Alessandro Piangiamore. Demiurgo, alchimista, psicopompo

Mutatis mutandis, le opere di Piangiamore appaiono invariabilmente contese tra processo mortifero e formalizzazione catartica, lutto e salvezza. Nel bel catalogo che accompagna la mostra, il critico letterario Andrea Cortellessa nota come la melanconia sia la cifra emotiva fondamentale che caratterizza il fare processuale dell’artista; e la malinconia, aggiungiamo noi, è compagna del lutto, il quale elabora la perdita attraverso la sua rappresentazione. Tutta la ricerca di Piangiamore tematizza il fondamento mortifero dell’opera d’arte, declinato in modi sempre differenti. Incessantemente l’artista convoca la morte per donarle l’immortalità e così redimere se stesso e lo spettatore. Nell’adempiere al suo compito soteriologico, opta per gli elementi naturali come fosse un demiurgo che crea mondi indistinguibili dalle loro devastazioni.

Il ciclo “La Cera di Roma” di Alessandro Piangiamore

Si prenda uno dei cicli più rappresentativi dell’artista, intitolato significativamente La Cera di Roma (2012-2021), al singolare. Un fiume di candele cittadine è disciolto al calore della fiamma alchemica, finché non si amalgama in una serie di stele funerarie indecise tra pittura e scultura. L’effimero cede il passo all’imperituro, l’oblio prelude all’apoteosi, il singolare convoca il plurale, secondo un procedimento che ricorda i riti funerari collettivi. Tutta Roma idealmente vi partecipa, le candele sono raccolte da amici e conoscenti, chiese, ristoranti, bar e negozi, dall’intero tessuto cittadino. Le astratte superfici restituiscono vita morente e morte vivente, gli stoppini anneriti, simili alle anime dei defunti, si raccolgono in moltitudini affogate nel magma variopinto. Impossibile discernere tra lutto e festa cittadini.

Alessandro Piangiamore, a Lugano, tra vita e morte, tra vegetale e animale

Un ciclo altrettanto votato alla resurrezione è intitolato Ieri ikebana (2016-2026), al passato. Lo sguardo retrospettivo allude a un tempo che fu e non è più, quello della vita. Esemplata da una moltitudine di fiori e piante soffocate da impasti mortiferi, convola a nozze di morte secondo la più classica delle Vanitas. Le nature morte di Piangiamore, tuttavia, sono immortalate non per via non di rappresentazione iconica ma di fossilizzazione preventiva. Indici di ciò che fu, non smetteranno più d’essere, un sogno d’eternità prossimo a quello che pervade l’Eden mortifero di Marc Quinn (Garden, 2000).

Dopo le lapidi di cera e i cimiteri vegetali, è il turno dei diorami animali. Qualche uccello si perde nel cielo (2021-2026) è una serie che ha per oggetto delle generiche piume d’uccello, le quali volteggiano nei cieli in assenza dei loro legittimi proprietari, letteralmente volatilizzati. Qui la via dell’eternità passa per il sacrificio animale, il quale restituisce l’anima immortale dei malcapitati. Ciò che osserviamo sono presenze-assenze, spiriti con i quali lo spettatore è invitato a immedesimarsi in un misto di horror vacui e senso d’eternità. L’ironia tragica che caratterizza questi vortici aerei ricorda i Garbage Drawing di Mike Kelley, ma in luogo dei rifiuti consumistici sta un’eco dell’iconografia angelica. Le vie della salvezza si declinano, evidentemente, secondo le differenti dislocazioni infernali.

Venti e minerali nel lavoro di Alessandro Piangiamore

“Animalia Vegetalia Lapidaria”, verrebbe da dire ironizzando sulla nomenclatura dei regni terrestri esplorati da Piangiamore. Chiudiamo con una serie dedicata al mondo minerale, intitolata Tutto il vento che c’è (2008-2026) e caratterizzata anch’essa da una forte processualità condita dell’immancabile afflato catartico. Sotto osservazione sono i venti che incessantemente offendono la materia terrestre, compendiata da una moltitudine di parallelepipedi ottenuti dall’essiccazione in loco di differenti sostanze terrose sottoposte all’azione dei venti. Ciò che rimane sono geometrie offese, resti immortali, emblemi di quel processo indecidibile che è “la vita la morte” (Derrida).

Roberto Ago

Lugano // fino al 26 giugno
Alessandro Piangiamore. La polvere ci mostra che la luce esiste
GALLERIA REPETTO – Via Clemente Maraini, 24
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Roberto Ago

Roberto Ago

Roberto Ago è laureato in arti visive all’Accademia di Belle Arti di Brera e in filosofia all’Università degli Studi di Milano. Critico visuale e analista di sistemi simbolici attraverso un approccio multidisciplinare integrato, membro fondatore della rivista italiana Controversie afferente…

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