I cimiteri monumentali di Venezia: San Michele in Isola e i Lazzaretti
Un'isola per i defunti al largo della laguna e due fortezze sanitarie nate per domare un'epidemia. Venezia comprese prima di tutti che la salute pubblica era il fondamento del commercio
È sufficiente prendere il vaporetto verso nord, lasciandosi alle spalle il brusio del Fondaco e i selfie sul Ponte di Rialto, per attraversare una soglia che non si vede. Il Cimitero di San Michele in Isola appare all’orizzonte come una visione: una cortina di mattoni rossi e punte di cipressi che emergono dall’acqua, immobili, silenziose. Il rumore si prosciuga, l’aria cambia peso. Venezia, quella dei turisti, delle maschere, dei mercati, è a poche centinaia di metri, eppure sembra irraggiungibile.
San Michele in Isola, un cimitero plurale
L’isola che ospita il cimitero nasce dall’unione di due isolette, San Cristoforo della Pace e San Michele, separate da un canale interrato tra il 1835 e il 1839. L’impulso originario arriva dall’editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804, che per ragioni igieniche imponeva di spostare le sepolture fuori dai centri abitati e nella laguna non fu difficile trovare un luogo distante dalle case. Il progetto fu affidato all‘architetto Giannantonio Selva, già autore dei giardini di Castello, poi diventati sede della Biennale. I lavori si conclusero nella primavera del 1813. Decenni dopo, fu Annibale Forcellini a dare al complesso la conformazione unitaria ancora riconoscibile oggi, con un emiciclo di cappelle che risolve il passaggio tra l’area conventuale preesistente e le nuove zone di sepoltura. Raggiungere San Michele significa affidarsi all’acqua anche nell’ultimo viaggio e le salme arrivano sull’isola via barca, come un tempo avveniva sulle gondole funebri riccamente adornate. E ogni anno, per la commemorazione dei defunti, un ponte galleggiante di oltre 400 metri collega le Fondamente Nove all’isola, riprendendo la tradizione dei ponti votivi della Madonna della Salute e del Redentore.
I personaggi famosi sepolti a San Michele
Ciò che rende San Michele davvero singolare è il suo carattere pluriconfessionale: cattolici, evangelici, ortodossi ed ebrei riposano qui in reparti distinti, ciascuno con una propria atmosfera. Passare da un recinto all’altro è come attraversare mondi paralleli. Tra le presenze illustri che hanno scelto Venezia come dimora eterna figurano il fisico Christian Doppler, il compositore Igor Stravinskij e la moglie Vera, il poeta Ezra Pound, l’impresario Sergej Djagilev, il pittore Emilio Vedova, e lo psichiatra Franco Basaglia, ispiratore della legge del 1978 che portò alla chiusura dei manicomi italiani. Le loro tombe si trovano in uno stato di sobria, malinconica trascuratezza con pochi fiori secchi e qualche feticcio lasciato dagli ammiratori.
I Lazzaretti, quando Venezia inventò la quarantena
Se il cimitero di San Michele racconta la morte come fatto comunitario e architettonico, c’è un altro capitolo veneziano ancora più antico e radicale: quello dei Lazzaretti. Due isole ai margini della laguna che, nel pieno della seconda ondata di peste nera che devastava l’Europa, divennero il laboratorio di un’idea senza precedenti. Non una risposta magica o religiosa al contagio, ma una soluzione pragmatica: isolare, osservare, separare. La Serenissima comprese prima di chiunque altro che le epidemie si muovono con le persone e con le merci, e che controllare i flussi significava proteggere la comunità e con essa i commerci, che erano l’anima della città.
Il Lazzaretto Vecchio, costruito nel 1423 su un’isoletta nei pressi del Lido, fu il primo lazzaretto della storia ed era destinato ai malati conclamati. Chi vi entrava portava il morbo nel corpo. Il Lazzaretto Nuovo, invece, sorto nel 1468 su un’isola all’imbocco del canale di Sant’Erasmo, svolgeva una funzione più sottile: accoglieva i casi sospetti, coloro che non erano ancora malati, ma potevano diventarlo. Una distinzione che anticipa di secoli i protocolli sanitari moderni. I Provveditori alla Sanità, la magistratura veneziana deputata al controllo delle epidemie, avevano elaborato un sistema di regole, controlli e reti di sorveglianza che le altre potenze europee adottarono, riconoscendo alla Serenissima un primato nella gestione della salute pubblica. Oggi entrambi i Lazzaretti sono al centro di un importante progetto di destinazione museale per una fruizione continuativa del bene. Tre isole, tre modi diversi in cui Venezia ha affrontato l’inevitabile. Una città che non ha mai avuto terraferma su cui appoggiarsi, ha imparato a costruire le proprie risposte, straordinariamente solide, sull’acqua.
Luisa Gaiardoni
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