Guida ai tre cimiteri monumentali di Bologna: la Certosa, il Cimitero Ebraico e il Polacco

I campisanti rivelano un racconto stratificato della città. Dalla Certosa neoclassica con oltre 6.000 opere, al campo ebraico con le sue lapidi Liberty, fino al cimitero polacco dove riposano i soldati che liberarono la città nel 1945. Un viaggio tra arte, storia e silenzio

C’è un paradosso fecondo al cuore dei grandi cimiteri monumentali: sono luoghi abitati dalle assenze, eppure nessuno spazio urbano racconta la città dei vivi con altrettanta precisione. Bologna lo sa da oltre due secoli. E questa è la cifra con cui la città ha costruito, nel tempo, un patrimonio funerario tra i più articolati d’Europa.

La Certosa con il suo cimitero, tempio del Neoclassicismo europeo

Fondata nel 1801 riutilizzando le strutture di un convento trecentesco, la Certosa di Bologna rappresenta una delle massime espressioni della sensibilità ottocentesca. Sotto la guida di architetti come Ercole Gasparini e Angelo Venturoli, il complesso si è trasformato in un unicum europeo.
Già dalla sua istituzione, scelte strategiche, culturali e politiche contribuirono a trasformare la Certosa in un vero museo, anche grazie alla passione di nobiltà e borghesia per la realizzazione di sepolcri familiari concepiti come forme di memoria pubblica.
Fin dagli Anni Venti dell’Ottocento il cimitero divenne una tappa obbligata del Grand Tour e oggi è riconosciuto Patrimonio dell’Umanità UNESCO nell’ambito del progetto “Portici di Bologna”.
Qui la memoria di Giosue Carducci e Giorgio Morandi convive con quella di Lucio Dalla, in un continuum temporale dove l’arte si fa custode dell’identità cittadina.

IngressoCimiteroPolacco, Bologna, 2011. Courtesy Wikimedia. Photo Eigenes Werk.
IngressoCimiteroPolacco, Bologna, 2011. Courtesy Wikimedia. Photo Eigenes Werk.

Il Cimitero Ebraico, una storia dentro la storia

All’interno della Certosa, ma radicalmente altro nel linguaggio e nel significato, il Cimitero Ebraico di Bologna occupa circa settemila metri quadri e si divide in tre sezioni storicamente distinte. La più antica risale al 1867, quando il rabbino Marco Momigliano ottenne dal Comune uno spazio proprio, dopo anni in cui gli ebrei bolognesi avevano dovuto seppellire i loro cari nel campo dei protestanti.
La sezione tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è la più densa dal punto di vista storico-artistico dove emergono episodi di raffinata committenza: la tomba Liberty realizzata nel 1911 dallo scultore Silverio Montaguti per la famiglia Zamorani, le cappelle “orientali” delle famiglie Padovani, Zabban e Del Vecchio, l’edicola Finzi, esempio di modernismo sobrio progettata nel 1938 dall’architetto Enrico De Angeli, anno in cui le leggi razziali rendevano già impossibile immaginare un futuro.

Il Cimitero Polacco, millequattrocentotrentadue nomi

Sul prolungamento della via Emilia Levante, ai confini con San Lazzaro di Savena, si trova il luogo più inatteso del sistema memoriale bolognese: il Cimitero Militare Polacco, il più grande dei quattro cimiteri polacchi in Italia, con 1.432 tombe di soldati del 2° Corpo d’Armata caduti per la liberazione di Bologna tra il 1944 e il 1945.
La collocazione non è casuale. Fu proprio da quella direzione che, alle sei del mattino del 21 aprile 1945, due ore prima degli inglesi e degli americani, le truppe del generale Władysław Anders entrarono a Bologna da Porta Mazzini, accolte dalla popolazione festante. Il cimitero nasce da quell’atto, su iniziativa di Anders stesso e ora è inserito nella Liberation Route Europe, ponendo così Bologna in una rete internazionale di sentieri della memoria.

Attraversare questi tre cimiteri non è un atto di devozione ma di comprensione. Sono luoghi dove il tempo si deposita a strati, dove l’arte funeraria è sempre anche arte politica, dove la scelta di un simbolo o di un materiale rivela gerarchie sociali, identità religiose, ambizioni culturali. Bologna ha avuto la lungimiranza di trattare questi spazi come patrimonio vivo, senza museificarli nel senso peggiorativo del termine. Restano luoghi aperti, attraversabili, interrogabili. Il “turismo della memoria” che vi si pratica è una forma di lettura critica della città, che parte dalle tombe per arrivare, inevitabilmente, ai vivi.

Luisa Gaiardoni

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