Alla Biennale 2026 il Padiglione della Bulgaria si trasforma in laboratorio politico per esplorare il presente 

Il progetto “The Federation of Minor Practices” a cura di Martina Yordanova trasforma il Padiglione bulgaro al Centro Culturale Don Orione Artigianelli in uno spazio speculativo in cui film, ecologie digitali e un videogioco interrogano le fragilità contemporanee

Negli spazi della Sala Tiziano del Centro Culturale Don Orione Artigianelli, sede del Padiglione Bulgaria alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, The Federation of Minor Practicestrasforma il padiglione in un laboratorio speculativo dove ecologia, sistemi mediali e forme di responsabilità collettiva diventano strumenti per interrogare le fragilità del presente. Il progetto, curato da Martina Yordanova e realizzato attraverso le pratiche di un gruppo interamente femminile composto da Veneta Androva, Gery Georgieva, Maria Nalbantova e Rayna Teneva, sarà visitabile fino al 22 novembre 2026.

Al Padiglione della Bulgaria a Venezia si percepiscono segnali da un futuro prossimo

Nel Padiglione Bulgaria, il presente appare come una condizione ancora instabile, sospesa tra strutture ereditate dall’ordine del mondo passato e forme collettive non ancora definite. The Federation of Minor Practices a cura di Yordanova, immagina il padiglione come il quartier generale di un laboratorio di ricerca proveniente da un futuro prossimo, costruito attorno a pratiche diffuse di attenzione, manutenzione e responsabilità condivisa piuttosto che a istituzioni centralizzate.

I quattro film proiettati funzionano come “segnali” di tensioni politiche, ecologiche e sociali già presenti nella realtà contemporanea. Più che sviluppare narrazioni autonome, le opere osservano la stessa condizione attraverso dispositivi differenti: dalle infrastrutture della disinformazione ai territori in cui cura, lavoro e violenza convivono nello stesso paesaggio.

Spray and Pray, Veneta Androva, film still
Spray and Pray, Veneta Androva, film still

Ecologie della disinformazione al Padiglione della Bulgaria alla Biennale 2026

Uno dei nuclei centrali del progetto riguarda il modo in cui identità, informazione e realtà collettive vengono costruite attraverso sistemi digitali e infrastrutture mediali. In Spray and Pray, Veneta Androva (Sofia, 1985) analizza l’ecosistema dei cosiddetti “mushroom websites”, reti automatizzate che imitano il linguaggio dell’informazione online per diffondere contenuti sensazionalistici e manipolatori. Il film mostra come disinformazione, algoritmi, piattaforme pubblicitarie e partecipazione umana operino insieme nella produzione di realtà distorte, trasformando visibilità, paura e narrazione politica in valore economico.

Anche UWU Channel Radiance di Gery Georgieva (Varna, 1986) affronta la costruzione della realtà attraverso media e culture digitali, ma in una forma più performativa e visionaria. Nel film, l’artista assume il ruolo di una anchor notturna e profetica che annuncia scenari apocalittici come se fossero breaking news, mescolando il linguaggio dei media contemporanei a registri mitologici e rituali. Attraverso una struttura visiva frammentata, fatta di schermi multipli, performance corporee ed estetiche online, il lavoro mette in discussione il confine tra informazione, spettacolo e profezia, mostrando come anche le narrazioni più catastrofiche vengano assorbite nei meccanismi della comunicazione digitale.

Geography is Destiny, Rayna Teneva, film still
Geography is Destiny, Rayna Teneva, film still

Paesaggi sospesi tra cura e guerra in scena negli spazi veneziani del Padiglione Bulgaro

Il rapporto tra cura e violenza emerge nei lavori di Rayna Teneva (Sofia, 1990) e Maria Nalbantova (Kazanlak, 1986), entrambi costruiti attorno a territori segnati da forme di vulnerabilità ambientale e sociale. In Geography Is Destiny, Teneva osserva la Valle delle Rose attorno alla città di Kazanlak, dove la raccolta delle rose convive storicamente con la produzione di armi. Il film intreccia paesaggio, lavoro e memoria, mostrando come attività associate alla cura e alla bellezza possano esistere accanto a infrastrutture militari e logiche di conflitto. Più che rappresentare un’opposizione tra due mondi separati, il lavoro insiste sulla loro coesistenza all’interno dello stesso spazio economico e territoriale.

Anche il progetto Swamp Song di Maria Nalbantova nasce da una pratica di osservazione e manutenzione del territorio. Sviluppato attorno alla palude di Dragoman, il lavoro combina ricerca artistica, attenzione ecologica e raccolta di narrazioni locali umane e non umane. Nel video, l’ecosistema della palude viene accostato alla presenza di alcune donne anziane sedute in silenzio nel paesaggio, creando un parallelismo tra la fragilità dell’ambiente naturale e quella del corpo umano. Attraverso questa sovrapposizione, Nalbantova costruisce una riflessione sulla cura come pratica di ascolto e mantenimento di ciò che appare immobile, vulnerabile e stratificato nel tempo.

Swamp Song, Maria Nalbantova, film still.
Swamp Song, Maria Nalbantova, film still.

Al Centro Culturale Don Orione Artigianelli la Bulgaria sviluppa un ambiente interattivo

A collegare i diversi lavori è infine KAZANA, ambiente interattivo sviluppato come un videogioco che trasforma il padiglione in uno spazio di orientamento collettivo, creato in collaborazione con Virtual and Augmented Reality Laboratory – Sofia Tech Labs. Il giocatore si muove all’interno di un paesaggio roccioso e quasi post-apocalittico, attraversato da oggetti luminosi disseminati nello spazio. Interagendo con questi elementi, il sistema apre una serie di domande a risposta multipla che inizialmente appaiono astratte o arbitrarie, ma che progressivamente assumono una dimensione psicologica e politica più precisa.

Le domande spingono infatti il visitatore a riflettere sui propri meccanismi di scelta, sul rapporto con autorità e sistemi di potere, o su forme di responsabilità individuale e collettiva. Ogni azione compiuta nel gioco diventa così una “minor practice”, un gesto minimo che contribuisce alla costruzione del paesaggio sociale condiviso. Più che offrire un obiettivo da raggiungere o una soluzione narrativa, KAZANA costruisce una situazione di continua negoziazione e interpretazione, in cui il significato emerge attraverso partecipazione, dubbio e autoanalisi. In questo modo, il pubblico non rimane semplice osservatore, ma partecipa attivamente alla costruzione di una realtà comune fondata sulle proprie scelte.

Valeria Radkevych

Venezia // Fino al 22 novembre 2026
Padiglione Bulgaria. The Federation of Minor Practice
CENTRO CULTURALE DON ORIONE ARTIGIANELLI – Dorsoduro 919
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Valeria Radkevych

Valeria Radkevych

Valeria Radkevych (1995, Lugansk, Ucraina) è una curatrice e ricercatrice indipendente. Ha conseguito una laurea magistrale in arti visive con doppio titolo, condiviso tra l'Università di Bologna e la Paris 1 – Panthéon Sorbonne. La sua ricerca, avviata con la…

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