Il Padiglione del Kirghizistan alla Biennale di Venezia getta un ponte tra due culture
Alexey Morosov ci ha raccontato il suo progetto “Belek” con cui, alla Biennale d’arte 2026, nella chiesa sconsacrata di Santa Caterina, ha creato un ponte tra la tradizione asiatica e quella occidentale
I paesaggi montani del Kirghizistan – con i ghiacciai e le monumentali dighe brutaliste – costituiscono il punto di partenza di BELEK, progetto che Alexey Morosov (Frunze, USSR, 1974) presenta nel Padiglione della Repubblica del Kirghizistan alla 61° Esposizione Internazionale d’Arte aVenezia.
Morosov è un artista che opera tra scultura, architettura, digital art e pittura i cui progetti sono spesso sviluppati in dialogo con il genius loci, come quello realizzato nella chiesa sconsacrata di Santa Caterina, nel convitto Foscarini, a cura di Geraldine Leardi.
Mettendo in relazione le imponenti strutture idro-ingegneristiche che hanno trasformato il paesaggio del Kirghizistan nella seconda metà del Novecento con la memoria culturale di questa civiltà nomade, il suo progetto combina video, scultura, pittura e suono. Operando nell’intersezione tra arte contemporanea, filosofia, antropologia, genetica e tecnologia, Morosov affronta il tema dell’acqua come una risorsa chiave per il futuro e parte della memoria che ha plasmato per secoli la vita in Asia Centrale, in linea con il tema della Biennale, “In Minor Keys.”

Intervista a Alexey Morosov del Padiglione del Kirghizistan alla Biennale di Venezia 2026
Ci può spiegare come il suo rapporto con Kirghizistan si riflette nelle sue opere?
Il Kirghizistan è uno Stato nuovo, con un popolo molto vecchio. Nel nostro DNA è presente il sangue di tantissimi popoli delle steppe, dal Neolitico. Io stesso sono un nomade, come dimostra il mio italiano, caratterizzato da un lessico da professore e la grammatica di un contadino. Le montagne e l’abbondanza d’acqua caratterizzano il Paese, relativamente piccolo; per questo in parte viene fatta defluire verso gli stati limitrofi, come il Kazakistan, attraverso un sistema di dighe, che è presente nel progetto. L’acqua costituisce una risorsa preziosa che nel progetto rappresento metaforicamente attraverso il gioco equestre tradizionale. Viene percepita come un dono ma in realtà, la sua distribuzione dovrebbe essere una responsabilità condivisa da tutti i paesi.
Il titolo, “BELEK”, si traduce con dono, come mai questa scelta?
Nella mia visione il dono rappresenta la cultura più antica di un popolo, l’insieme delle tradizioni ed espressioni che, formate negli anni, ne costituiscono il patrimonio immateriale. Di questo fanno parte anche i giochi. La mia famiglia ha vissuto in quelle terre dal XIX Secolo, per cinque generazioni. E nonostante i cambiamenti politici, come gli altri kirghisi, è riusciti a preservare la propria identità.
Nel progetto è centrale l’antico gioco equestre Kok-Börü, una pratica tradizionale che per lei rientra nel patrimonio immateriale del Paese in quanto espressione dello spirito di un popolo. Ce ne può parlare?
Si tratta di un gioco che definirei costitutivo dell’identità del popolo kirghiso. Il nome significa lupo grigio. I giocatori si dividono in due squadre e in qualche modo si fondono con il loro cavallo. Per i pastori nomadi le pecore erano la risorsa più importante, per cui i giovani cavalieri cacciavano i lupi. La palla, costituita dalla carcassa di un caprone, che i giovani cercano di togliersi a vicenda, rappresenta il lupo, che in origine veniva cacciato con una particolare frusta.
Da esigenza a rito, a sport nazionale. Nella dinamica del gioco emerge una particolare unità tra uomo e cavallo che è l’ispirazione per le figure dei centauri, opere affascinanti, legate al mito e alla contemporaneità…
Si tratta di opere che ho realizzato con la terra cruda utilizzata per costruire le abitazioni di quella regione.
A quando risalgono le prime testimonianze del gioco equestre Kok-Börü?
Le prime fotografie furono scattate dal primo Presidente della Finlandia nel 1908, che nel suo viaggio incontrò una donna molto importante e grande kirghisa, una zarina. La donna nella cultura kirghisa ha sempre avuto una posizione elevata.
Come si lega questa pratica alla religione islamica sunnita diffusa nel Paese?
La secolarizzazione dell’Islam è avvenuta con predicatori del sofismo iraniano, l’Islam intellettuale e filosofico, di origine persiana, seguendo un metodo ‘dolce’, che ha integrato l’antica fede originale del popolo kirghiso il Tengrismo, in cui Tengri rappresenta il Cielo, con l’islamismo, identificando Tengri con Allah.
Nel suo progetto tutto questo è rappresentato, giusto?
Esattamente. Tengri è il cielo che copre la terra, in senso protettivo ed è connesso attraverso Temir Kysyk, rappresentato con un’opera in legno di pioppo, uno degli alberi tipici del kirghizistan e qui elemento simbolico che connette cielo e terra, fino alla stella polare.
Ci può parlare della sua pratica artistica?
Realizzo tutto autonomamente. Scultura, pittura e video. Per me è importante fare tutto con le mie mani e la mia testa. Non condivido l’idea, promossa da alcuni artisti come Damien Hirst, per cui il vero artista non debba toccare la sua arte.
Nel progetto sono presenti anche dei quadri, le cui forme astratte fanno pensare al movimento, all’acqua…
In questo progetto nella Chiesa sconsacrata di Santa Caterina ho realizzato una decostruzione dell’altare, che era bruciato in un incendio. Quindi nei dipinti, che uniscono elementi materiali e immateriali, tornano i riflessi dell’acqua ma anche del vetro veneziano, il movimentodegli angeli e del tessuto.
Può parlarci del suo rapporto con Aleksander Sokurov, che sarà ospite di Pierangelo Buttafuoco a Ca’ Giustinian, nel primo dei tre talk sulla Pace, durante l’inaugurazione del Padiglione?
Abbiamo parlato tanto e lui è venuto a Lucca per il Film Festival. La mia videoarte è ispirata al suo cinema e al suo linguaggio. Apprezzo il suo frame lungo e la sua ottica. Mi ha raccontato di quando, dopo la Perestrojka, le fabbriche militari furono convertite in produzioni commerciali e lui prese una lente da una fabbrica a San Pietroburgo che produceva materiali per sottomarini e la usò per dipingervi sopra e creare uno sfumato.
Cosa ci può dire del suo rapporto con Santa Caterina?
Il Matrimonio di Santa Caterina, una delle più importanti opere di Veronese, oggi alle Gallerie dell’Accademia, era in questa Chiesa, al suo posto ho messo il Temir Kysyk e i quadri. Sono legato a Veronese, per cui il tema dell’acqua è centrale, presente in opere come Le nozze di Cana, è in omaggio a lui che uso la tela veneziana grezza. Mentre, per ricordare gli incendi che ha subito la chiesa vorrei bruciare i cavalletti di queste opere.
La visione del progetto nelle parole della curatrice Geraldine Leardi
Per concludere una domanda alla curatrice Geraldine Leardi, storica dell’arte e curatrice presso la Galleria Borghese, ci può raccontare la sua visione del progetto e il rapporto dell’artista con Venezia?
Alexei è l’unico artista del Padiglione Nazionale del Kirghizistan e si può dire che sia kirghiso nell’accezione più intima del termine perché è un nomade. A 17 anni si è trasferito in Russia dove è avvenuta la sua formazione e poi è venuto in Europa, in Francia ed in Italia. La sua persona è portale di molte culture, ma quella madre è kirghisa.
Ci dica di più.
La sua visione delle opere nello spazio deriva dagli studi di architettura, per cui anche un Santa Caterina abbiamo operato una decodificazione e ri-codificazione.
Che rapporto c’è tra il luogo e l’esposizione?
Il progetto crea un cortocircuito tra la visione contemporanea e tecnologica dell’artista e lo spazio tardo gotico della chiesa sconsacrata, che conserva il suo aspetto nonostante la complessa storia, caratterizzata da incendi, crolli e ristrutturazioni. Dunque, la mostra reinventa il contesto ponendo le opere in rapporto con l’architettura, trasformando lo spazio della chiesa in una zona franca in cui la storia dell’Asia Centrale incontra la tradizione veneta, una delle più importanti d’Europa. In altre parole, abbiamo creato un ponte con la città di Venezia tornando a unire due tappe fondamentalidella Via della Seta, e non limitarsi ad eseguire sé stessi.
Giulia Bianco
Venezia // fino al 22 novembre 2026
Belek – 61. Biennale Arte di Venezia
EX CHIESA DI SANTA CATERINA – Fondamenta Santa Caterina, Cannaregio 4941/4942
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