Intervista per scoprire Theo Eshetu, unico artista italiano alla Biennale di Venezia 2026 

Il tema dell’assenza ricorre ne “Il Giardino dei cuori spezzati” di Theo Eshetu, unico artista italiano alla Biennale di Venezia. L’intervista

Theo Eshetu (Londra, 1958) è l’unico artista italiano invitato a In Minor Keys, la mostra centrale della Biennale di Venezia a cura di Koyo Kouoh, Nato da padre etiope e madre olandese, il videoartista si è formato in Olanda e a Londra per poi stabilirsi a Roma nei primi Anni Ottanta; suo nonno è stato un grande diplomatico e storico etiope, e regalandogli la sua prima macchina fotografica lo ha incoraggiato a intraprendere un’attività creativa che sarebbe poi diventata la sua vita. In questa intervista raccontiamo la sua pratica, il suo lavoro, la sua esperienza e l’opera presentata a Venezia. 

Intervista per scoprire Theo Eshetu, unico artista italiano alla Biennale di Venezia 2026 
Biennale 2026, Arsenale, ph Irene Fanizza

Intervista a Theo Eshetu 

La tua esperienza personale, di individuo e artista cosmopolita, accede a una dimensione universale, collettiva, giusto? 
È il privilegio dell’artista. Non sono uno scienziato che deve misurare oggettivamente qualcosa, né un sociologo politico che deve comprendere la nostra società: in quanto artista, uso una realtà personale per capire che cosa questa realtà ci può raccontare della nostra collettività. O meglio ancora, come la mia esperienza individuale si riflette in altre esperienze individuali.  

The Return of the Axum Obelisk, 2010 Theo Eshetu
The Return of the Axum Obelisk, 2010 Theo Eshetu

La tua stessa vicenda esistenziale, i posti in cui hai vissuto e le culture da cui provieni, rappresentano una storia molto interessante. 
Quello che è nato come un problema psicologico, esistenziale, – il non appartenere ad alcun luogo-, l’ho usato forse come una forza, come un modo per raggiungere un linguaggio artistico ricco.  

Di fatto, è ciò che fanno gli artisti: trasformare i problemi in risorse, in opere. Credo che le persone totalmente risolte facciano altri lavori. 
In questo senso mi domando se sia una scelta oppure una necessità. Non ho una risposta.  

Quindi all’inizio vivevi come un problema questo tuo essere in bilico, sospeso. 
Ho cominciato giovanissimo: da ragazzino facevo già foto. Allo stesso tempo, non sapevo se fossi inglese, o italiano, o etiope come mio padre, e mia madre è olandese. Solo a trent’anni ho cominciato a sentirmi etiope. Mi chiedevo dove ero posizionato tra questi vari modi di vedere il mondo.  

E dove sei posizionato? 
Non è cambiato nulla, in realtà: sono sempre il frutto di quei modi di vedere. La mia posizione è quella, non mi preoccupo più di occupare una sola parte. Uno è quello che è.  

E a Roma quando ti sei trasferito? 
La prima volta a undici anni, nel 1969, perché mio padre lavorava alla FAO. Poi sono andato prima in Olanda a studiare, e poi in Inghilterra; nel 1982 sono tornato a Roma, e in quel momento comincia la mia ‘carriera’.  

E com’era il mondo dell’arte romano e italiano degli Anni Ottanta e Novanta nei tuoi ricordi? 
Lo trovavo fantastico, in verità! C’erano più video-festival in Italia che in Inghilterra. C’era un grande interesse per un linguaggio ibrido, tra cinema, video e arte. In Italia c’è una curiosità verso altre forme che non esiste in altri posti. 

E c’è tuttora? 
C’era allora. Ho fatto subito amicizia con Adriano Aprà, un grande critico, che presentò lavori di Warhol a Roma prima che fossero presentati a New York, e organizzava un festival in cui mischiava videoarte e cinema come se fosse la combinazione più naturale, cosa che in Inghilterra non avveniva, per esempio. Da 12 anni invece vivo tra Roma e Berlino: sono andato via in un momento in cui non vedevo più crescita. Negli ultimi anni sento una differenza, una rigenerazione, una vitalità: ma la mia è una percezione molto personale. D’altra parte, forse il fatto che certe persone e certi modi di intendere le cose non esistano più fa parte di un fenomeno globale. Secondo me, è tutto rovinato dagli schermi: dal fatto cioè che l’intimità del nostro rapporto con le cose viene sempre filtrata e mediata. Questa mediazione digitale sta sabotando la nostra immaginazione; la videoarte dovrebbe cercare di essere, in questo senso, una lente che rivela, che dimostra l’artificio. 

Quindi questo ‘smontaggio’ è un po’ il senso del tuo lavoro oggi. 
Sì, anche se io mi sono sempre molto concentrato sulle formazioni culturali, viste magari attraverso oggetti museali, e sulle armonie/disarmonie che si creano tra queste culture. Per la Biennale, sto facendo un passo, distaccandomi un po’ dall’osservare le culture umane. 

Ce ne vuoi parlare? 
Porto un albero. È anche una mia assenza, se vogliamo: forse il tema dell’opera è proprio l’assenza. È un albero posizionato su una piattaforma rotante, e forse questo è l’elemento ancora cinematografico, se vogliamo. Il lavoro è strettamente legato alla scomparsa di Koyo Kouoh. Il non presentare un grande video multischermo rispecchia la ‘violenza’ di questa scomparsa, e la violenza generale in cui viviamo immersi, e in cui i nostri parametri di riferimento si sono spostati. Questo è ciò che sento: la realtà ci ha fatto spostare quei punti fermi su cui potevamo costruire dei discorsi. 

In merito alle polemiche e alle discussioni sull’assenza degli artisti italiani nella mostra, tranne te, ti reputi dunque un artista italiano? 
Ma che cosa significa, onestamente? Che cosa si chiede in fondo all’artista? Non c’è un confine reale. Sono venuto in Italia per una maggiore affinità con la cultura di questo Paese, e già allora mi chiedevano: “ma come mai come videoartista vieni a Roma quando potresti rimanere a Londra?” Sentivo una forte affinità con il senso sociale e culturale italiano piuttosto che con quello inglese. E comunque l’Italia è ed è sempre stata effettivamente un crocevia di culture.  

Christian Caliandro 

Venezia // fino al 22 novembre 2026
In minor keys. 61° Biennale d’Arte
GIARDINI DELLA BIENNALE, ARSENALE
Scopri di più

Libri consigliati:
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

Scopri di più