Un’importante collezione tedesca d’arte per la prima volta in mostra in Italia a Venezia
In concomitanza la Biennale di Venezia, dal 7 maggio al 27 settembre, va in esposizione la tedesca Kelterborn Collection, con opere della raccolta che indagano il tema del potere “in tonalità minori”. E si presenta anche un manifesto per il collezionismo d’arte
Tra le tantissime presenze di istituzioni e collezioni internazionali a Venezia durante la Biennale Arte 2026, arriva per la prima volta in Italia la Kelterborn Collection. La raccolta tedesca avviata a Francoforte negli Anni ’90 da Julia e Mario von Kelterborn si caratterizza per un focus significativo sulla video arte e sulle installazioni più sperimentali e, più ampiamente, è orientata su artisti che trattano temi politicamente urgenti e filosoficamente complessi, unendo la qualità estetica alla capacità di aprire nuovi orizzonti di senso. Dopo diversi progetti espositivi in Germania e a Seoul, la Collezione Keltelborn ha in programma, dal 7 maggio al 27 settembre 2026, la mostra Who’s a good boy??, presso Contemporary Forces, una nuova piattaforma nomade per l’arte, che parte ora dalla Giudecca a Venezia.

La mostra “Who’s a good boy??” da Contemporary Forces a Venezia
Organizzata in collaborazione con IKT – International Association of Curators of Contemporary Art e a cura di Anastasia Stravinsky e Mario von Kelterborn, il progetto riflette sul tema del potere “in tonalità minori”, in armonia con il tema guida della 61. Esposizione Internazionale d’Arte, attraverso le opere di dodici degli artisti in collezione: Victor Alarcon, Swen Bernitz, Joseph Beuys, Teboho Edkins, Claire Fontaine, Gary Hill, Renzo Martens, Laure Prouvost, Anke Röhrscheid, Nora Turato, Sung Tieu, Ulay e Mariana Vassileva.
Abbiamo raggiunto i curatori della mostra per farci raccontare meglio di questo debutto italiano, dei progetti futuri della collezione e del suo “Manifesto per Collezionare Arte”.

Il progetto Who’s a good boy?? segna la prima presentazione in Italia della Kelterborn Collection. Ci racconta le ragioni che l’hanno mossa a essere ora a Venezia?
Mario von Keltelborn: Venezia diventa ogni due anni il centro del mondo dell’arte, chiamando a raccolta alcune delle voci più importanti da ogni angolo del globo. In un melting pot di nuove idee e movimenti contemporanei. Come collezionisti, ci diamo come obiettivo di dare visibilità agli artisti che sono nella nostra raccolta di famiglia e vogliamo metterli nella possibilità di lasciare il segno, per cui presentare una mostra a Venezia è sempre stato un sogno.
Al tempo stesso, vista l’attuale congiuntura geopolitica, sentivano una forte urgenza di realizzare proprio questo progetto espositivo, Who’s a good boy??, che prende il titolo da un wall painting di Nora Turato. La risposta a questa domanda riflette la società e le condizioni in cui ci troviamo a vivere.

Intervista alla curatrice Anastasia Stravinsky
Anastasia, dicevamo del debutto italiano della collezione in Italia, ma la mostra curata da lei e Mario von Kelterborn segna anche la vostra prima collaborazione?
Anastasia Stravinsky: Sì, è la nostra prima collaborazione, ma è stata una scelta molto consapevole. Abbiamo discusso a lungo il progetto, cercando connessioni interne alla collezione e facendo emergere linee non sempre evidenti. È stato un processo molto attento, di ricerca, sia rispetto alla collezione, sia nel suo rapporto con il contesto contemporaneo.
Come è nata questa mostra?
Venezia è un luogo particolare, uno spazio in cui convergono sguardi da tutto il mondo. In questo senso, il progetto nasce come un case study, un tentativo di attivare una collezione di video arte attraverso il contesto attuale e quello della Biennale Arte. Ci interessava capire come una collezione possa esistere in questo ecosistema: non come archivio, ma come una struttura viva, capace di entrare in dialogo con un contesto.

In che “contesto” ci troveremo allora?
Sarà fatto più di sfumature che di dichiarazioni. Un po’ come nella musica: non tutto è “forte”, spesso è proprio il “piano” a cambiare la percezione. Oggi però il piano può diventare forte – nell’atto di ascoltare, nel notare i dettagli, nel dare attenzione a ciò che normalmente resta in silenzio. È lì che si definisce la tonalità in cui possiamo parlare attraverso l’arte, e parlare tra di noi.
Cosa vi interessava veicolare attraverso le opere che avete scelto da quelle in collezione?
In un certo senso questa mostra è un manifesto, ma un manifesto, appunto, delle tonalità basse, dei suoni minimi, delle presenze quasi invisibili. È anche il manifesto di uno sguardo collezionistico che si costruisce nel tempo. E soprattutto, è una domanda aperta: dove ti trovi, chi sei e come ti riconosci in ciò che vedi.
Intervista a Mario Kelterborn. La storia della collezione
La Kelterborn Collection riunisce lavori di artisti affermati e figure fondamentali della videoarte, ma sostiene anche le nuove generazioni e gli artisti emergenti. Quale la prima opera acquistata e quali le acquisizioni più recenti?
Mario von Keltelborn: La prima opera che abbiamo acquisito era di Anke Röhrscheid, quando stava ancora studiando per il suo Master alla Städelschule di Francoforte. Continuiamo a collezionare le sue opere ancora oggi e la presentiamo anche a Venezia. La nostra acquisizione più recente è, invece, Does Peace Have To Be So Violent? di Valentina Knežević.
In alcuni casi, proprio la Biennale le ha permesso di scoprire e acquisire opere, giusto?
Sì, assolutamente. Per esempio, The Enclave (2013) di Richard Mosse e Factory of the Sun (2015) di Hito Steyerl sono state entrambe scoperte alla Biennale di Venezia.
Cosa la convince e cosa le fa desiderare un’opera d’arte?
Ho un approccio piuttosto rigoroso: se una nuova opera ha il potenziale per entrare nella top ten dell’intera collezione, allora è un sì deciso. Anche se poi non siamo sempre così rigidi.

Come e perché è nata la collezione: quale è la sua storia?
È iniziata alla fine degli Anni ’90 in modo molto semplice: cercando opere d’arte con cui vivere a casa. Questo è stato l’inizio della nostra collezione di famiglia. Circa quindici anni fa, abbiamo acquisito l’opera Wall Piece di Gary Hill (l’artista è nel progetto espositivo veneziano), una potente e intensa installazione video presentata originariamente alla Biennale di Venezia del 2001. Da quel momento in poi, la nostra prospettiva è cambiata.
In che modo?
Abbiamo iniziato a sentire una responsabilità nei confronti delle opere, quella non solo di collezionarle, ma anche di renderle accessibili e condividere la conoscenza sugli artisti. Come risultato di anni di collezionismo e innumerevoli conversazioni, questa settimana presentiamo a Venezia il “Manifesto per Collezionare Arte”.
Il Manifesto del collezionismo secondo la Kelterborn Collection
A Venezia, insieme alla mostra, presentate, infatti, anche un manifesto che vuole programmaticamente esprime una posizione su come bisognerebbe collezionare. Uno dei punti dice: “Collezionare è più che comprare”. Come interpreta il suo ruolo di collezionista oggi?
Mario von Keltelborn: Credo fermamente che i collezionisti abbiano una responsabilità importante: supportare, presentare e preservare la produzione artistica contemporanea, come ben evidenziato nel Manifesto. Collezionare significa, per noi, ascoltare, sostenere, connettere, far circolare le idee.

Nel Manifesto si invitano i collezionisti ad avere il coraggio delle proprie opinioni ed emozioni, a condividerle per costruire dialoghi con generosità, non per far colpo o per primeggiare su altri; si evidenzia come il mercato dovrebbe arrivare in un momento leggermente successivo a quello della comprensione dell’opera e come l’arte non sia un lusso, ma fondamento della nostra sopravvivenza interiore. Cosa è per lei l’arte?
L’arte aiuta a diffondere idee e creatività, soprattutto in tempi in cui entrambe sono urgentemente necessarie.
E cosa, per l’arte, le interessa costruire e favorire attraverso il suo collezionare?
Una volta ho detto che l’arte mi aiuta a pensare. È un linguaggio davvero internazionale: ci permette di imparare gli uni dagli altri, di comprenderci meglio e di immaginare nuove idee per un futuro migliore. L’arte è, nella sua essenza, profondamente umana. Non riesco a immaginare la vita senza arte.
La Kelterborn Collection nell’ecosistema artistico e i progetti futuri
La sua collezione è riservata a una dimensione privata e si può scoprirla in occasione di progetti espositivi temporanei o come?
Mario von Keltelborn: Manteniamo un sito web che offre una panoramica completa degli artisti presenti nella collezione e di opere selezionate. Parallelamente, collaboriamo attivamente con istituzioni e iniziative per presentare segmenti della collezione e prestiamo regolarmente opere della raccolta. In questo, apprezzo particolarmente la nostra collaborazione con IKT, poiché i curatori hanno bisogno di sapere dove si trovano le opere per poterle includere nelle mostre.
Quanto contano le gallerie e quanto gli altri attori del sistema dell’arte nelle sue acquisizioni?
Le gallerie svolgono un ruolo centrale, poiché la maggior parte delle nostre acquisizioni avviene tramite loro. Allo stesso tempo, sono altrettanto importanti curatori e musei. Il loro lavoro ci aiuta a scoprire nuovi artisti e a contestualizzare le loro pratiche. Collezionare è, in definitiva, uno sforzo collaborativo.
E c’è uno spazio dedicato o il progetto di uno spazio dedicato alla collezione?
Abbiamo fondato uno spazio d’arte, Contemporary Forces, che ospiterà la mostra alla Giudecca. Nasce a Venezia, ma è concepito come una piattaforma nomade.
Il prossimo progetto in cantiere?
Dopo questa mostra a Venezia, ne presenteremo un’altra a Torino, da Recontemporary, da settembre 2026.
In conclusione, e come anche da Manifesto, mi dice ancora cos’è per lei collezionare?
È una forma di cura. Cura per gli artisti, per le idee, per il futuro.
Cristina Masturzo
Who’s a good boy?? // dal 7 maggio al 27 settembre 2026
a cura di Anastasia Stravinsky e Mario von Kelterborn
CONTEMPORARY FORCES – Giudecca 710/C, Venezia
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