A Milano rivive Wagner. Non solo a teatro ma anche in queste due mostre
In occasione del nuovo allestimento dell’Anello dei Nibelunghi alla Scala, il teatro milanese dedica alla tetralogia wagneriana due mostre. Per rileggere le opere attraverso la storia dei loro allestimenti e la pittura contemporanea
Al Teatro alla Scala di Milano, o meglio, nei suoi immediati dintorni, possiamo incamminarci in due emozionanti percorsi dedicati alla tetralogia nibelungica di Richard Wagner (Lipsia, 1813 – Venezia, 1883): reinterpretata, da un lato, secondo una sensibilità contemporanea e documentata, dall’altro, in un momento cruciale della sua evoluzione sulle scene teatrali.
Le mostre dedicate a Wagner alla Scala
In occasione di un nuovo allestimento del Ring des Nibelungen, coincidente con il centenario della prima produzione scaligera della Tetralogia nel 1926, il Museo Teatrale alla Scala presenta una mostra intitolata La rivoluzione del Ring – Visconti Ronconi Chéreau, a cura di Giovanni Agosti e con l’allestimento dello Studio Margherita Palli. Contemporaneamente, nel Ridotto dei palchi “A. Toscanini” va in scena Risonanze Wagner – Visioni intorno al Ring, un’esposizione a cura di Gianluigi Colin e Mattia Palma che esplora l’eredità del Ring des Nibelungen attraverso un progetto installativo che vede protagoniste le opere pittoriche di quattro artiste contemporanee, ciascuna delle quali è stata chiamata a reinterpretare una delle quattro opere che compongono l’Anello.
Le protagoniste della mostra Risonanze Wagner alla Scala
Iniziamo a seguire il percorso che ci propongono queste quattro artiste. Antonella Benanzato (Padova, 1968) affronta L’oro del Reno con tocchi lirici, liquidi e soffusi, proiettando i paesaggi e i personaggi della saga in un panorama di struggenti dissolvenze cromatiche. Nelle opere di Flaminia Veronesi (Milano, 1986), a cui è toccato reinterpretare i temi della Walkiria, i colori si ricompattano e si inspessiscono delimitando primi piani di volti o di creature mitologiche. Il Sigfrido di Chiara Calore (Abano Terme, 1994), di un taglio luministico più crudo e drammatico, riunisce nelle sue apparizioni un formicolante campionario naturalistico, di erbe, di fiori, di conchiglie, di animali. Alla fine di questo itinerario Federica Perazzoli (Sorengo, Svizzera, 1966) ci comunica il senso di distruzione e rigenerazione del Crepuscolo degli dèi attraverso un crescendo di incalzanti commutazioni cromatiche che investono austeri paesaggi boscosi, in cui le quinte arboree, dai tronchi dritti e stagliati, virando da toni lividi e notturni a luminescenze corrusche e a bagliori affocati, forniscono una muta testimonianza all’incalzare degli eventi e al compiersi del fato.
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La pittura contemporanea a confronto con Wagner
Poiché “tutta la poetica del Ring si gioca su alcuni concetti potenti e contemporanei: l’amore, il destino, il potere e la passione, che è il cuore dell’intera opera”, dice Gianluigi Colin, “la visione femminile di questo universo contraddittorio, che corrisponde alla vita di tutti i giorni, è illuminante.” Unendo le loro diverse voci per rispecchiare e trasmutare in chiave pittorica i motivi dell’opera wagneriana, le artiste ci invitano a seguire un percorso frastagliato quanto a stili interpretativi ma al contempo fluido, continuo e coerente dal punto di vista spaziale. Perché questi quadri risonanti che si susseguono sfilando al ritmo regolare dei nostri passi, per il fatto di essere tutti della stessa dimensione e posizionati sui pannelli in dotazione alla grande sala del “ridotto”, si acclimatano senza scosse all’ordine dello spazio: grazie a una particolare bordatura nera, su cui sono impresse didascalie e brevi commenti, si presentano sotto le mentite spoglie di locandine di sala, rendendo così un implicito omaggio alla particolare natura e connotazione del luogo.
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La mostra sugli allestimenti del Ring des Nibelungen
Inoltrandoci poi attraverso le sale del Museo Teatrale arriviamo a una doppia rampa di scale che ci immette nella Biblioteca “Livia Simoni”, nella quale Giovanni Agosti ha inteso ambientare la mostra da lui ideata: fra scaffali di libri, teche e cassettiere possiamo qui iniziare, stanza dopo stanza, un tragitto che ripercorre un periodo storico in cui il modo di rappresentare e concepire la Tetralogia fece un epocale salto di qualità. Vengono qui rievocati e in qualche modo rimessi ellitticamente in scena gli allestimenti del Ring che ebbero luogo fra il 1974 e il 1981, e che segnarono, appunto, una rivoluzione interpretativa attraverso un’inedita lettura critica e storicizzante. La figura carismatica che apre idealmente questa rassegna ma che al tempo stesso la elude è quella di Luchino Visconti. È infatti a lui, reduce dall’impegno profuso nella realizzazione del film Ludwig, che nel 1972 viene affidata la regia di un nuovo allestimento del Ring alla Scala. Ed è proprio in seguito alla sua rinuncia per motivi di salute che gli subentra il giovane Luca Ronconi, con Pier Luigi Pizzi autore della scenografia e Wolfgang Sawallisch alla direzione. Gli allestimenti della Walchiria e del Sigfrido che ne seguirono suscitarono critiche feroci ma inaugurarono un nuovo, inarrestabile e infine trionfale corso delle interpretazioni wagneriane, che proseguì con gli allestimenti del Maggio Fiorentino dal 1979 al 1981 – con la stessa coppia Ronconi-Pizzi – e, con la regia di Patrice Chéreau e la scenografia di Richard Peduzzi, con quelli realizzati per il Jahrhundertring a Bayreuth dal 1976 al 1980. Agosti ci offre una quintessenza di queste vicende attraverso una ricostruzione che non rifugge dall’aggiungere al flusso del rigore documentario qualche residua goccia di spettacolarità. Dopo un prologo che ci dà conto retrospettivamente, tramite i bozzetti di Cipriano Efisio Oppo, Mariano Fortuny e Nicola Benois, della tradizione e della consuetudine, ci inoltriamo in un cammino circolare che ci immette nel vivo di quel nuovo corso, rivelandone, dopo mezzo secolo, tutta l’immutata freschezza intellettuale; non prima però di essere stati dirottati in una rientranza del percorso in cui vediamo scorrere, incurvato dentro una nicchia, un breve estratto del Ludwig di Visconti, la sequenza in cui all’imperatrice d’Austria Elisabeth viene annunciata la morte di Wagner: immagini ancora ipnotiche, che la curvatura della proiezione rende trascinanti; e in questa atmosfera oscurata e liquida, in un piccolo schermo laterale, ci appare un frammento eliminato dalla versione corrente del film, che mostra l’immagine di Elisabeth morta nella camera di un albergo svizzero, come un luttuoso cammeo in cui il tempo sembra arrestarsi.

Ma tutto l’itinerario seguente è connotato da un’atmosfera crepuscolare e, come osserva Agosti, “la biblioteca diventa un arsenale delle apparizioni.” Dei protagonisti della Walchiria scaligera non restano che le spoglie fantasmatiche: di Fricka che guida il cocchio trainato da una coppia di arieti rimane la tunica vuota, come una crisalide disseccata, mentre altre vesti femminili, come pallidi ectoplasmi, si librano in aria. E in un angolo, raggelato nella sua posa rampante, ringhia ancora l’orso di Sigfrido, mentre all’ingresso della mostra, nell’intercapedine fra le scale, la spada confitta nel tronco di frassino sembra ancora aspettare che arrivi un Sigmund ad estrarla.
Alberto Mugnaini
Milano // fino al 3 maggio 2026
La rivoluzione del Ring – Visconti Ronconi Chéreau
Biblioteca “Livia Simoni”
Risonanze Wagner – Visioni intorno al Ring
Ridotto dei palchi “A. Toscanini”
MUSEO TEATRALE ALLA SCALA, Largo Antonio Ghiringhelli, 1, 20121 Milano MI
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