“Ora apriamo un Padiglione Palestina in Biennale”. Intervista a Tomaso Montanari
Mentre a Torino si inaugura la mostra Gaza, il futuro ha un cuore antico, Beatrice Merz e Tomaso Montanari lanciano l’idea di un padiglione nazionale dedicato alla Palestina. E rivendicano questo ruolo per la mostra da poco aperta in Fondazione Merz
“Non esiste neutralità: scegliere di parlare significa assumersi una responsabilità”, lo ricorda l’intellettuale palestinese Edward Said. In tema di responsabilità prende posizione a Torino la mostra Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo, ospitata presso la Fondazione Merz e realizzata in collaborazione con il Museo Egizio e il MAH – Musée d’art et d’histoire di Ginevra. In città non è il primo caso di progetto apertamente schierato sull’argomento, ricordiamo Gaza- Opera Viva di Alessandro Bulgini prodotto e promosso da FlashBack, con una riflessione aperta e continuativa sui recenti accadimenti.
La mostra alla Fondazione Merz
Visitabile fino al 27 settembre, l’importante mostra promossa da Fondazione Merz mette in dialogo opere d’arte antica e contemporanea, riflettendo sul ruolo centrale – da un punto di vista commerciale, culturale e religioso – del territorio palestinese. Un’analisi che come ricorda Valentina Muzi nel suo articolo va oltre la rappresentazione bellica di questo territorio. Abbiamo parlato di questi temi, di Gaza e anche della Biennale con Tomaso Montanari, membro del comitato scientifico del progetto.

Intervista a Tomaso Montanari sul Padiglione Palestina in Biennale
Partiamo dalla mostra. Qual è il valore di “Gaza, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo” che porta un’attenzione dichiarata nel mondo dell’arte e della cultura contemporanea?
L’idea è fare capire che cos’è Gaza, non una città di palazzoni bombardati, non un campo di stermini o un campo di genocidi, ma una città con cinquemila anni di storia. Sotto le sue mura fu ferito Alessandro Magno mentre la assediava e qua ci sono reperti che affondano la loro esistenza nella storia più remota, ma ci sono anche installazioni di artisti viventi.
Come nasce il titolo della mostra e che prospettive assume?
Questo titolo è un dialogo ripreso da una frase di Carlo Levi, il futuro è ancora antico. Il tentativo è di dire che Gaza deve avere un futuro, deve avere un futuro libero, senza colonialismi, senza Trump, senza Board of Peace, e che Israele deve essere punito, ci devono essere giudizi, il giudizio internazionale, le sentenze, i processi, ma che la cosa più importante di tutte è che noi capiamo che il popolo palestinese ha una storia, che non è vero che quella era una terra senza popolo, come ci si diceva. Quella terra aveva un popolo, aveva tanti popoli che vivevano in pace anche con i conflitti della storia, ma scambiandosi degli oggetti, scambiandosi una cultura.
Quanto è importante sapere cos’è Gaza?
Sapere che cos’è Gaza significa sapere che cosa abbiamo fatto. Un libro molto bello di Didier Fassin, un antropologo francese, tradotto in italiano da Feltrinelli, dal titolo “Una strana disfatta”, ci parla della disfatta morale dell’Occidente che ha consentito il genocidio. Qui ci rendiamo conto di che cosa abbiamo fatto, abbiamo permesso che fosse distrutto una città come Atene, una città come Istanbul, una città come il Cairo, naturalmente di un’altra dimensione, ma di una storia che non è meno importante e soprattutto della nostra storia, che è la storia del Mediterraneo, è anche la nostra storia.
Che ci appartiene.
Ci appartiene. Sono nostre le forme, i colori, le lettere, ma anche le anfore che sono esposte qua, sono le anfore che troviamo nei nostri mari, ovviamente. Gaza è un pezzo di noi, ci siamo amputati un arto permettendo a Israele di distruggere Gaza e siamo ancora in tempo a far sì che però questa storia finisca, che il genocidio finisca e che Gaza possa rinascere.
In merito alla prossima Biennale Arte di Venezia e sulla conflittualità relativa al nuovo padiglione d’Israele, ospitato all’Arsenale, e alla riapertura del padiglione Russo. Qual è la vera questione in ballo?
Beatrice Merz ha detto che il padiglione della Palestina, di cui nessuno si cura, che non esiste, è questo della mostra a Torino. E questa è una bella idea, questo è il padiglione della Palestina (nell’ambito della Biennale Arte 2026 tra gli eventi collaterali c’è tuttavia da segnalare il progetto Gaza – No Words – See the Exhibit – Palestine Museum US a Palazzo Mora, ndr). Sul resto, finché la Biennale sarà organizzata per stati, governi, padiglioni nazionali, è ovvio che tutti i problemi degli stati in azione franeranno sul discorso artistico. Qui se il curatore lo decide il ministro della cultura di Israele o della Russia, è ovvio che c’è un nesso. Io credo che il problema sia a monte svincolare l’arte dell’idea dell’azione. La Biennale forse da tanto tempo non è il luogo in cui passa l’arte che salva il mondo.
Dunque?
Detto questo, se deve star fuori la Russia, a maggior ragione anche Israele, ovviamente.
Giuseppe Amedeo Arnesano
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